Se si congiunge a una fonte di luce, l’occhio diviene esso stesso luce e di quella luce sfavilla, di quello splendore si fa glorioso. Un bagliore che infine acceca, fino a rendere visibile solo ciò che non si vede.
Un tempo infinitamente lontano le galassie ultradeboli emettevano fotoni ionizzanti, trasformando l’idrogeno neutro in plasma ionizzato durante un processo noto come “reionizzazione cosmica“. Questo fenomeno segnò il momento in cui l’Universo divenne trasparente alla luce, permettendo ai primi raggi di brillare attraverso il vuoto spaziale. Dopo il Big Bang, l’universo era oblio e sconfinata nebbia di plasma ionizzato che isolava la luce. Solo grazie al raffreddamento avvenuto circa 300.000 anni dopo, cominciarono a formarsi atomi di idrogeno neutro, e con essi le prime palpitanti stelle che assieme alle galassie nane, emettendo radiazioni in grado di reionizzare l’idrogeno, lasciarono trasparire la luce cosmica. Ad oltre un miliardo di anni dal Big Bang, l’Universo si era espanso e la reionizzazione completata, il buio e gli abissi erano infine dissipati.
Quando l’anima si sviluppa, essa si forma a ritroso, attaccata alla punta del piede di un Cherubino o sotto le giovani piume verdi dell’ala.
Ascoltare le onde vittoriose del tuono nel labirinto vivente dell’orecchio , il fulmine che lascia nelle mani la crepa di una pietra, è già eco della luce, l’ombra delle parole, non il loro splendore. Quel che ci turba in maniera così misteriosa dinanzi alla bellezza è che essa, in qualche modo ci dispensa dal sopravvivere. L’istante si pietrifica, poiché la bellezza non si concede all’effimero. Goccia a goccia dagli acini della vigna feconda, tra l’algebra dei nidi, e la geometria dei ragni, beve il tempo celeste.
Qualcosa è stato messo in musica, come l’adagio della Sinfonia n°2 di Sergei Rachmaninov (Rachmaninoff: Symphony No. 2 in E Minor, Op. 27: III. Adagio), qualcosa nel cuore della peonia bianca o tra le ultime reliquie a Roncisvalle. Qualcosa nei sonetti di Compiuta Donzella, o nel bunjinga di Ema Saikō [1]. E nel canto di un usignolo che lava il rosa del cielo.
A tutto ciò che è impossibile si apre il cuore
Per l’artista la tecnica è alchemica, il gesto artistico (in virtù di ciò che evoca in chi osserva, legge, pratica) è magia. E’ intendere dell’immaginazione, il suo incanto non come surrogato della vita ma come ebbrezza del concreto, potenzialità di sublimare il reale riconoscendone l’inconsistenza e la fragilità.
L’arte è sostanzialmente potere cognitivo, originalità, splendore estetico (nulla a che vedere con la moda…). L’artista ha il dovere di portare in sé la domanda, ma l’arte non è la descrizione del mondo, è un atto che si identifica con il respiro, vale a dire con quanto di più individuale, di più umano possa esistere, un sigillo di individualità apposto all’abisso del tempo. L’arte è libertà e destino , ostinazione di anni e distanze. Non imita la realtà, non è subordinata ad essa, e pur essendo indotta da quella (o meglio originata) è destinata a rimanere parallela ad essa, a non coincidere mai. È un cammino che parte dall’individuo e va incontro a un altro, all’altro, passato e futuro intrecciati in un unico risplendere.
L’arte dunque, si configura come regola. E proprio in virtù della regola l’artista è il grande irregolare, inadempiente a ogni nomenclatura. Devoto all’invisibile, obbedisce all’estasi, al sogno degli Dei che non si ripete e non si condiziona. Egli è il luogo in cui le forze assolute del tempo tendono a riequilibrarsi, il fiume che unisce con le sue mani d’acqua le rive che separa. E’ l’essenziale incrollabile.
“Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
Friedrich Hölderlin, Iperione
È per mancanza di luce che evochiamo la luce, per mancanza di vivere che evochiamo la vita, è per mancanza di desiderio che evochiamo il desiderio.
L’esistenza oggi, non può essere più concepita come uno stato o come un’identità definita, ma come un processo, un movimento di attraversamento continuo. Anche la storia non appare più come sfondo ordinato ma come un insieme di forze che attraversano l’uomo e ne modellano l’esperienza senza mai tuttavia stabilizzarla.
La realtà diviene, non è qualcosa di finito o da oggettivare, da ridurre cioè e fissare per dominare, ma istante profondo in cui possiamo reciprocamente trasformarci, ricreare.
A contare non è più l’approdo, ma il movimento stesso, il transitare.
Il tempo continua a superarci, concedendosi solo in petali sparsi mentre matura la sua misura. So “…for once in my life/ Let me get what I want/ Lord knows, it would be the first time / Lord knows, it would be the first time” [2]
Se la liturgia scialba ed opprimente di una politica incapace di provocare veri cambiamenti, se l’immateriale elettronico che ossessiona le nostre vite, ci lascia sospesi alle soglie delle sorgenti del sangue, possiamo ancora opporvi il vero linguaggio artistico come forma di critica radicale e irriducibile, come lotta senza quartiere alle convenzioni sociali e culturali.
[1]
Ema Saikō ( Ōgaki, Prefettura di Gifu 1787 – 1861 ) poetessa e artista vissuta in Giappone nel periodo Edo (1615 – 1868). Eccelleva nel bunjinga, (la cosiddetta “pittura dei letterati”, sorta in Cina e mutuata poi dalla cultura nipponica) una particolare pittura calligrafica, consustanziale alla poesia.
[2]
Please, Please, Please, Let Me Get What I Want (2008 Remaster)