Editoriale

Un albero non cresce per azzardo, ma secondo una solare e rigorosa disciplina, una legge che nessuno può violare. S’impenna potente, fin dal fondo delle sue radici verso il punto nel cielo che lo attende, un pulpito celeste a lui soltanto destinato dove dettare la regola dei fulmini.
Come la goccia d’acqua che resta in equilibrio sulla foglia piatta dell’albero proteso, un poeta è il vetro che attende il bacio della luce. Memoria irregolare che rende secoli gli istanti. Le sue parole hanno un tempo ma resistono alla vita, mentre le cose, gli esseri e i cuori sono perituri perché parte della loro bellezza è intessuta di tale ineluttabile sciagura. L’essenza di ognuna di quelle parole, ha qualcosa di simile a quella delle stelle; dimenticate come la polvere, diventano il suolo vibrante dell’universo.

Gli angeli hanno uomini tatuati sulle spalle e ne custodiscono le ombre

Se non incendia la propria opera, il poeta brucia se stesso: Friedrich Hölderlin nel rogo della follia, Arthur Rimbaud nella fuga, Emily Dickinson nella reclusione, Giacomo Leopardi e Frédéric François Chopin nella più sublime malinconia.
La grazia avviene, la poesia si mostra nell’impensabile. Il poeta testimone di un fuoco che distingue ed elegge, deve offrire la sua vita alla bellezza perché sopravviva; custodire la fiamma, consegnare la torcia affinché qualcuno, oggi, domani, tra secoli, in questo o in altri mondi, sappia attingere a quel fuoco appiccando l’incendio.
La parola creatrice fonda nuovi ordini e nuove cosmologie. Si alimenta del bagliore di albe che si stagliano sui mari delle civiltà antiche e, nel suo ricomporre ogni volta il mondo a misura del singolo individuo, del singolo universo lirico, trasmette per propria natura un messaggio di rivoluzione, di sconvolgimento dell’esistente.
I poeti si sporgono dove gli uomini non osano guardare. La poesia è la lingua di confine, la lingua delle sentinelle di guardia verso l’ignoto.

Così silenzioso si muove il sole oltre noi

Lo stupore è l’alfabeto della poesia, la suggestione la sua sintassi. La poesia è la genesi del mito, la storia dell’uomo, memoria e luce, il punto d’intersezione tra il tempo e l’eternità. Nell’epoca delle parole superflue, la poesia insegna il necessario: dove fallisce la storia arriva la poesia.
Una società autenticamente nuova non può nascere in assenza di un comune e condiviso desiderio di democrazia e libertà. La poesia educa ad una forma di libertà per sua natura pericolosa e può portare il caos all’interno di società altamente controllate (l’arte è in generale già di per sé espressione dell’arte di non essere governati).
E’ essa a condurre alla libertà, non il contrario. Le sue parole chiave sono: profezia, annuncio, presentimento, promessa, termini vuoti nella vita spettrale che oggi ci è imposta. Come l’arte (nel suo più estremo fenomeno Dada), anche la poesia reinventa perpetuamente la propria tradizione e scavalca ogni nozione programmatica di tradizione o di avanguardia. Sono gli immortali i nostri contemporanei.

Il cuore: radice stellata, dimora della lingua e del sentire, casa del sangue

Il passo degli Dèi è difficile da udire come un rapido mormorio nell’erba. Più degli uomini politici, più della loro misera vacuità, sono i poeti, gli artisti a impregnare le loro epoche, a depositare messaggi imperituri e stravolgere l’ordine costituito.
In tempi di guerra non solo è concesso al poeta di scrivere poesie d’amore, ma ha il dovere di farlo, perché anche (e soprattutto!) in tempi di guerra l’amore ha un valore più alto della ferocia. L’amore è la “più dolce, più cara, più umana, più potente, più universale delle passioni”: scrive il  3 ottobre del 1823 Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone.
Enorme è il divario tra le emozioni che ci aprono all’amore (e al coraggio di abbandonarci alla bellezza) e la violenza che quasi soffoca il mondo. L’arte è tale se, alimentata da meraviglia e misura, testimonia grazia e vertigine, ovvero la possibilità di trasformazione. Dunque porsi sul versante della spiritualità, dell’opera in grado cioè, di veicolare un messaggio di natura romantico-spirituale, comporta l’accettazione di una sorta d’inattualità costruttiva, vissuta però nella sua accezione positiva come rifiuto della deriva materialista del contemporaneo.

Nel 1817 un ancor giovanissimo Giacomo Leopardi pubblicò su «Lo Spettatore italiano» la traduzione italiana del secondo libro dell’Eneide di Virgilio[1].
Tra il 4 e il 9 maggio del 1835, il poeta di Recanati e la sua piccola corte composta dagli amici Antonio e Paolina Ranieri e dal finissimo cuoco ed esule Pasquale Ignarra, si trasferirono a Napoli, in Vico Pero, quartiere Stella, ultima sua residenza terrena, la preferita e la più duratura fra le altre napoletane.
A Napoli Giacomo, sarebbe andato incontro al suo venerato Virgilio. Non in questa vita ma nell’altra. Entrambi sono oggi sepolti nel Parco Vergiliano (Parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi) a Piedigrotta.

Edoardo Delle Donne

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