Il modello di imprenditoria umanistica e l’attenzione o, meglio, il prendersi cura dei lavoratori garantendo loro la dignità di una vita attraverso il giusto compenso per il lavoro reso è non solo un segno di magnanimità ma l’espressione del rispetto dei valori umani. Tutti sappiamo che l’imprenditoria italiana del Novecento è stata caratterizzata da figure di grande rilievo (pensiamo ai grandi Adriano Olivetti e Enrico Mattei) che, accanto alla capacità innovativa e alla creazione di profitto, hanno posto al centro del loro operato una profonda “umanità”, intesa come attenzione al benessere dei lavoratori, alla comunità locale e alla responsabilità sociale.
Questo approccio, oggi comunemente definito come “capitalismo umanistico” o “visione sociale dell’impresa”, ha segnato profondamente il tessuto economico e sociale dell’Italia.
E a tale impegno è da ricondurre la valorizzazione della tutela del lavoro dignitoso voluta dalla nostra meravigliosa Costituzione italiana – alla quale dobbiamo guardare con rispetto considerando da quale travaglio è nata e quali notevoli giuristi e personalità hanno contribuito a scriverla – che, all’art. 36, garantisce al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità/qualità del lavoro e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa per sé e la famiglia.
Sono in molti a sapere quale importanza ha avuto il modello imprenditoriale italiano del nostro Novecento che legava la produttività alla responsabilità sociale dell’impresa, un modello che ha cercato di superare la visione del lavoratore come semplice ingranaggio.
Non tutti sanno che tale modello ha trovato già nel Settecento la sua espressione nell’impresa umanistica di Francesca Sanna Sulis, una donna sarda che, con il suo talento, la passione e l’immensa umanità, ha infranto gli schemi di una cultura ancestrale che nella arretrata e mal governata Sardegna – che dopo tre secoli di dominazione spagnola, con il Trattato di Londra (1720) passa ai Savoia, sotto Vittorio Amedeo II cui succede il nuovo re Carlo Emanuele III (1701-1773), preclude ogni forma di emancipazione.
L’imprenditoria sociale in Italia nel Settecento non esisteva come concetto giuridico o economico moderno, ma era profondamente radicata nella tradizione della filantropia, dell’assistenza pubblica e della beneficenza, gestione imprenditoriale di istituzioni caritative, ospizi, conservatori e scuole di lavoro, spesso guidate da donne nobili o da ordini religiosi femminili. Le donne, in particolare le vedove o le aristocratiche, gestivano imprese familiari o fondazioni benefiche che fornivano lavoro e assistenza per i figli dei dipendenti e misure igieniche, spesso finalizzate a garantire una forza lavoro più produttiva e sana. Accanto all’iniziativa privata, il “sociale” veniva gestito dalle istituzioni religiose e dalle “opere pie”, che cercavano di arginare la povertà endemica, in un periodo segnato anche da carestie (1763-67).
A lei si dovrebbe la creazione di una cuffia diventata tradizionale nell’abbigliamento sardo. La personalità della Sanna Sulis è strettamente legata al territorio in cui lavora, ossia il Comune di Quartucciu, è qui che costituirà anche un istituto di beneficenza per aiutare chi si trova in difficoltà. La storia di emancipazione di “sa merixedda” è solo all’inizio.
Donna Francesca Sanna Sulis nasce l’11 giugno del 1716 a Muravera (Cagliari), nel sud dell’arretrata Sardegna malgovernata dai Savoia. La sua è una delle famiglie più importanti della zona del Serrabus che la circonda d’affetto e la aiuta a sviluppare i suoi interessi.
La sua infanzia è segnata molto presto da una grave perdita, quella della madre, scomparsa per una grave polmonite. Sarà un evento che avvicina tantissimo padre e figlia, che intessono un rapporto di profondo affetto e supporto. Francesca Sanna e i suoi fratelli crescono con l’educazione ricevuta dalle zie e dal padre Francesco, uomo di cultura, che insegna alla figlia Francesca e ai figli dei suoi servi, a leggere, scrivere, fare i conti e gestire gli averi di famiglia. La sua vita va contro stereotipi e pregiudizi, allora più forti che mai, e il suo cammino fu incoraggiato dal padre, dal marito e da un incontro con un nobile uomo di ampia cultura e grandi rapporti che divenne suo socio nel lavoro.
Intorno alla metà del 1700 questa donna con il fiuto per gli affari, diviene imprenditrice nel Regno di Sardegna nella lavorazione della seta. Lei, che da buona figlia di ricchi imprenditori terrieri della zona agricola del Sarrabus, pensa di trasformare le sue terre in un “impero” della moda.
Sfrutta una legge che in quegli anni spingeva la coltivazione del gelso decidendo di distribuire la pianta su più di 400 ettari di terra, allo scopo di nutrire bachi da sera.
In questo modo riuscì ad ottenere un filato così pregiato da essere richiesto sia in Lombardia che in Piemonte. Lei, però, evidentemente spinta da uno spirito imprenditoriale innato, sceglie di usare il tessuto per le sue creazioni, che ben presto si diffondono in tutta la borghesia della Sardegna. In pochi anni la sua piccola azienda familiare si trasforma in una realtà con oltre 700 dipendenti. I suoi abiti non passano inosservati e così escono ben presto dagli atelier sartoriali di Cagliari per varcare i confini dell’isola. Approdano prima alla corte sabauda e meneghina, per poi spingersi fino al Palazzo dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove Donna Francesca conquista persino la zarina Caterina di Russia.
Orfana della madre dall’età di un anno, Francesca Sulis si trasferisce nella residenza paterna a Cagliari, dove cresce in una famiglia colta, moderna e illuminata. Impara a ricamare e a cucine, ma, nel contempo, impara a leggere, scrivere e, come si dice, a far di conto. Il padre è un uomo di cultura che spinge le sue figlie femmine all’emancipazione e allo studio, spronandole al ragionamento, alla creatività e al rispetto di tutti. Da ragazzina Francesca rimane colpita dalle coltivazioni di bachi da seta e dall’atmosfera di Cagliari, città presso la quale la sua famiglia ha una seconda casa. È così che inizia la passione per la moda e il disegno di abiti.
Inizia anche a immaginare, disegnare e realizzare vestiti sulla base delle sue visioni creative. In quel periodo i vestiti erano disegnati principalmente per essere vistosi e adatti alla moda sfarzosa dell’alta borghesia cagliaritana. I colori che sceglie, insoliti per il tempo, diventano il carattere distintivo della sua moda. Uno dei suoi principali obiettivi è di rendere gli abiti femminili dell’epoca più leggeri. Allo stesso tempo, le piacciono i colori e sviluppa un notevole gusto per l’eleganza e la raffinatezza.
I primi abiti realizzati da Francesca, insieme alla sorella Lucia e all’amica Antonia, sono proprio per le sue amichette di allora. In seguito, Francesca disegna e realizza anche il suo stesso abito nuziale. È già chiaro come la sua sia più di una passione.
Nel 1735 sposa, in un matrimonio combinato, Pietro Sanna Lecca, un brillante giurista destinato a fare carriera alla corte dei Savoia, che di certo la aiuta e supporta nella sua visione imprenditoriale. Ha appena diciannove anni quando con Pietro Sanna Lecca, si trasferisce a Quartucciu. Il marito, uomo illuminato autore dei Pregoni, una raccolta di tutte le leggi e ordinanze promulgate in Sardegna dal 1720 al 1774, voluta dal re Carlo Emanuele III e completata sotto il regno di Amedeo III – sa come indirizzare la moglie anche attraverso la necessaria consulenza legale per siglare importanti accordi commerciali con gli acquirenti provenienti sia dalla Francia sia dalle corti italiane. Grazie al marito Francesca Sulis viene introdotta nei salotti meneghini e si apre a fruttuosi incontri.
A Francesca Sanna Sulis si deve la prima sfilata nel mondo: nel 1748, infatti, il conte milanese Giorgio Giulini affascinato dalle sue creazioni, decide di organizzare la prima sfilata di moda al mondo. Al Circolo dei nobili di Milano, vicino al Castello Sforzesco, modelle in carne e ossa sfilano con indosso abiti che fino ad allora erano sempre stati solo indossati da manichini. Nella tenuta di Quartucciu, Francesca Sanna Sulis inizia la produzione della seta. Qui ci sono le condizioni ideali per avviare un’attività imprenditoriale. Innanzitutto, il clima mediterraneo della Sardegna permette alla cosiddetta semenza, cioè le uova deposte dalle falene Bombyx mori sui gelsi, di schiudersi in anticipo rispetto a quelle dei concorrenti sul mercato e ottenere i bachi da cui ricavare la seta con un notevole vantaggio a livello competitivo.
Nel 1750, a 34 anni, la Francesca Sanna Sulis, rimasta ormai unica amministratrice dei suoi beni dopo la morte del padre e il trasferimento del marito a Torino presso la corte sabauda, ha quell’intuizione geniale che anticipa la rivoluzione industriale. Decide infatti, per creare i suoi abiti, d’impiantare nei terreni paterni l’intera filiera produttiva: dalla coltivazione dei gelsi per nutrire i bachi da seta, ai telai per la lavorazione dei filati, alle erbe per tingere le pezze di stoffa fino alle sarte che confezionano i vestiti. In poco tempo fonda un laboratorio di tessitura all’avanguardia nella casa ereditata dalla madre a Quartucciu (Cagliari), dove i lavoranti chiamati dal Sarrabus e dalla pianura del Campidano venivano formati. A causa degli incarichi del marito, donna Francesca passa lunghi periodi a Torino dove intrattenne rapporti sociali importanti per le sue imprese in Sardegna.
L’incontro determinante per la sua attività di imprenditrice sarà quello con il conte milanese Giorgio Giulini (1714-1780), uomo di profonda cultura (archeologo, musicologo, storico appassionato scrisse un’opera monumentale sulla storia di Milano) e ricco proprietario terriero, produttore ed esportatore di seta in diversi paesi europei.
Donna Francesca diviene sua socia in affari. L’accordo con il conte milanese è un’ulteriore prova dell’ottima qualità della seta prodotta nei laboratori della Sulis:
il clima mite della Sardegna favorisce la schiusa dei bachi un mese prima rispetto al Piemonte e alla Lombardia. Grazie a Giulini la seta di donna Francesca viene introdotta nel mercato europeo ed esportata in Polonia, Ucraina e Russia. «Col Conte Giulini – racconta Lucio Spiga nella monografia dedicata all’imprenditrice – creò la prima boutique a Milano e dovette affittare sei navi per trasportare tutta la seta che le veniva ordinata». Fu di fatto l’evento che fa svoltare definitivamente la già luminosa carriera di questa donna rimasta nella storia.
Le sete di Francesca Sanna Sulis divengono famose per la loro qualità e bellezza; i suoi tessuti vengono richiesti dalle corti Europee e vengono indossati anche da Maria Antonietta di Francia e dalla Zarina Caterina II. La zarina diffida degli “eccessi” francesi allora in voga e preferisce lo stile più semplice degli abiti della Sulis che coniuga il gusto europeo con quello tradizionale russo. Uno dei modelli realizzati da donna Francesca viene indossato dalla grande Caterina in un ritratto del 1770 dipinto da Fëdor Rokotov ed oggi esposto all’Ermitage.
La sua seta pregiata compete con quelle di Lione, all’epoca il centro europeo della seta, inoltre grazie al clima mite della Sardegna Donna Francesca immette nel mercato europeo le sue sete un mese prima delle altre produzioni di seta. La sua impresa è inoltre basata su un modello di economia sostenibile: tutto il processo, dalla coltivazione del gelso per nutrire i bachi da seta fino alla tessitura, viene realizzato localmente, creando un sistema virtuoso e autosufficiente.
Ma la grandezza di questa donna straordinaria per i tempi e i luoghi in cui opera non si ferma qui. La Sardegna è un paese molto povero e prevalentemente rurale: già da bambini i giovani vengono spinti verso il lavoro nei campi piuttosto che verso i libri e la cultura. Francesca decide che nella sua azienda non avrebbero lavorato i minori e realizza una sorta di nido aziendale affidato alle suore perché potessero educarli a leggere e scrivere. S’insegna loro a leggere, scrivere e fare di conto, oltre che i rudimenti della botanica e le competenze tecniche per estrarre il filo dai bachi. Gli uomini e le donne, impiegati presso Donna Francesca, diventano così operai specializzati, “merce” sconosciuta nell’Italia pre-industriale.
In seguito, Francesca si dedica anche all’insegnamento delle sue tecniche sartoriali, istituendo dei corsi di formazione per le giovani meno abbienti, sperando di dar loro una possibilità per riscattarsi. Oltre a essere ben formati, i suoi lavoranti sono numerosi perché la cura dei bachi richiedeva turni ininterrotti, un elemento dell’organizzazione del lavoro che anticipava il concetto di catena di montaggio. Proprio per questa sua visione e questo suo impegno, dopo la sua morte, la Sulis riceverà l’onorificenza di Benemerita della Pubblica Istruzione dal Re Carlo Alberto di Savoia.
Oggi si ricorda questa donna visionaria anche come la pioniera del moderno cosiddetto lavoro agile, meglio noto come smart working, ossia l’insieme di misure che consentono ai dipendenti di organizzazioni pubbliche ed aziende private di svolgere la propria attività lavorativa lontano dal consueto posto di lavoro e/o in orari diversi da quelli abituali adottate allo scopo di migliorare la conciliazione tra vita privata e vita lavorativa dei lavoratori sia di incrementare la competitività delle organizzazioni attraverso il ripensamento delle modalità con cui esse concepiscono e realizzano i loro obiettivi strategici e con le quali gestiscono il loro personale.
La Sulis non si limita solamente a favorire la formazione dei suoi dipendenti e dei loro figli ma concede alle donne che lavorano per la sua azienda un modello embrionale di “smart working”: per permettere loro di conciliare lavoro e famiglia fa installare a casa delle sue dipendenti un telaio per consentire loro di continuare a tessere pur essendo a casa.
«Quando le sue dipendenti si sposavano e si trovavano costrette a seguire il marito in paesi lontani dall’impresa tessile, lei trovò un modo geniale per non buttare via tutte le capacità acquisite e continuare a permettere loro di essere autonome e (…) come regalo di matrimonio consegnava un telaio permettendo loro di continuare il lavoro e di insegnarlo ad altre donne», racconta il giornalista Lucio Spiga che ha curato ricerche perchè la vita e le opere della Sulis emergessero dall’oblio. Grazie alla trentennale ricerca di Lucio Spiga e ora grazie al romanzo biografico “La signora della seta. La straordinaria storia di Francesca Sanna Sulis” di Ada Lai, donna Francesca è stata riscoperta. E’ così che a partire dalla seconda metà del Settecento l’impresa di Donna Francesca cambia il volto all’economia di un territorio secolarmente arretrato, permettendo a moltissime donne di guadagnarsi dignitosamente un reddito proprio.
Francesca Sanna Sulis muore a 94 anni nel 1810 nella sua Quartucciu (Cagliari) non lasciando eredi diretti che possano portare avanti la sua straordinaria avventura imprenditoriale ma lasciando direttive per avere una sepoltura semplice e tutti i suoi beni ai bisognosi. In seguito alla morte della donna l’impresa tessile cessa la produzione e le sue piantagioni di gelso, dove si allevavano i bachi da seta, sono sostituite da frutteti.
Nel 2015, per celebrare il tricentenario della sua nascita, la sua figura è stata rivalutata con mostre e studi che ne hanno riconosciuto il valore storico e imprenditoriale. Oggi, la sua storia è fonte di ispirazione per chi crede nell’importanza dell’artigianato, della moda etica e del lavoro come strumento di emancipazione.
La città di Settimo San Pietro le ha dedicato una via, la città di Quartucciu, dove Donna Francesca ha vissuto per tanti anni, le ha intitolato la biblioteca comunale. Muravera, sua città natale, le ha dedicato il Museo dell’Imprenditoria Femminile.
Una sua particolare creazione, “Su cambusciu”, particolare copricapo femminile, è considerato ancora oggi un elemento imprescindibile per alcuni abiti tradizionali del Campidano. A ricordare la sua importante opera, che introduce, di fatto, l’alta moda in Sardegna, oggi ci pensa il MIF, il Museo dell’Imprenditoria Femminile creato nel 2004 a Muravera, intitolato a Francesca Sanna Sulis, dove si cercano di recuperare i mestieri antichi, tra laboratori e visite guidate e si possono ammirare alcuni dei suoi abiti storici. Sanna Sulis è presente persino al prestigioso Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo, dove è esposto un ritratto di Caterina la Grande, con addosso proprio uno dei suoi abiti.
Concludo questa storia con un aneddoto curioso relativo al periodo immediatamente successivo al 14 luglio 1789 (presa della Bastiglia, momento iconico della Rivoluzione francese), quando la borghesia cagliaritana si ritrovò a discutere nei salotti di casa Sanna Sulis di emancipazione dalla monarchia piemontese e di un sistema di riforme contro lo sfruttamento della popolazione sarda. Quando nel 1793 i volontari cagliaritani s’improvvisarono militari, le loro divise furono firmate proprio da Francesca Sanna Sulis.

