Il tema dell’incontro fa decisamente parte dell’estesa costellazione della fotografia: l’incontro del fotografo col mezzo che sceglierà di usare per il suo lavoro, l’incontro tra il fotografo e il suo soggetto, l’incontro dell’immagine che avrà realizzato con chi la vedrà. Ancora, certe volte, interi capitoli della storia della fotografia hanno avuto inizio grazie all’incontro fortuito con una scatola nascosta piena di negativi.
Ne è esempio la vicenda della famosa Vivian Maier, la bambinaia statunitense che negli anni Cinquanta immortalò con la sua Rolleiflex centinaia e centinaia di soggetti, ritratti rubati per strada e angoli della città, che morì sconosciuta lasciando il proprio immenso archivio nelle mani del destino. John Maloof, giovane studente di storia, comprò all’asta una parte delle fotografie di quella che non era altro, all’epoca, che un’ignota figura passata sulla Terra con un’evidente passione per la fotografia, e scoprì uno dei personaggi più ambigui e affascinanti della storia di questa disciplina.
Una cosa simile accadde anche con Lee Miller, che in un’unica vicenda biografica riuscì a cambiare il proprio destino molte volte, iniziando la propria carriera da modella di Vogue per terminarla come reporter della seconda guerra mondiale, passando da una vulcanica parentesi surrealista che visse al fianco del suo amante di allora, Man Ray.
Quando, nel 1947, nacque il suo unico figlio Antony Penrose, anche sull’onda del violento disturbo da stress post traumatico sviluppato come conseguenza agli shock vissuti in periodo di guerra, Lee Miller nascose in soffitta tutta la propria memoria di fotografa, non rivelando mai al figlio il proprio passato da inviata al fronte e raccontando a chiunque la venisse a trovare che i negativi erano stati distrutti, o rubati, o dispersi. Soltanto dopo la sua morte, nel 1977, Antony trovò i negativi della madre, scoprendo così la sua storia.
Un incontro impossibile attorcigliato con tenacia attorno alla possibilità della ricostruzione di un ricordo, e quindi di una figura che non aveva mai conosciuto davvero e che poté rivedere attraverso le tracce della sua vicenda.
Questo genere di storie non appartiene soltanto all’aura delle leggende passate: sono esperienze che capitano anche oggi. Rawsht Twana (1988) è un ragazzo originario del Kurdistan iracheno che all’età di quattro anni perse il padre, Twana Abdullah, per colpa di uno scontro armato fra partiti politici opposti. Twana era un fotografo che amava documentare non soltanto la vita politica del proprio paese, senza alcuna speranza di pubblicazione per via del governo dittatoriale di Saddam Hussein vigente allora, ma anche la vita quotidiana della gente del posto e della propria famiglia.
Quando morì, nel 1992, la madre di Rawsht si adoperò per salvare tutto il materiale possibile del padre, tenendo al sicuro i negativi nell’angolo più asciutto della casa.
Soltanto nel 2006 Rawsht aprì la scatola dell’archivio del padre, scoprendo una produzione di 20.000 immagini tra positivi e negativi. Twana non volle tenere nascosto il proprio lavoro di fotografo come fece Lee Miller, e morì prima di poter vedere pubblicate le proprie immagini nel libro che sarebbe riuscito a pubblicare Rawsht nel 2024, “Twana’s box” (Fraglich Publishing), omaggiando la memoria di un padre che non riuscì mai a conoscere davvero.
La fotografia è anche questo seminare indizi dietro di noi per farci ritrovare da chi ne avrà il desiderio; è la possibilità di un incontro senza l’interferenza del corpo o della parola, forse il più autentico. In quel momento il passato di una memoria negata diventa la realtà effettiva di una vita, un fantasma ancora in grado di parlarci e che possiamo raggiungere davvero. Gli incontri non possono che essere l’inizio di qualcosa, e dunque un fenomeno generativo, proiettato nel futuro, a ribadire come gli spettri della propria storia non siano mai una parentesi chiusa definitivamente.

