Il desiderio è una forza che ci mette in movimento, ci fa partire, innamorare, rischiare.
E ce lo ricorda Ulisse al cospetto delle Sirene, voce di ciò che desideriamo fino a rischiare di perderci, con il loro canto che contiene una promessa irresistibile: sapere ciò che agli altri è precluso. Ulisse riuscirà nell’impresa di ascoltarle senza abbandonarsi al loro canto, legato all’albero della nave. Come far convivere desiderio e limite?
La forza del mito è nelle sue domande, che non smettono di ri-guardarci. Aristotele, nella Metafisica, scrive che impariamo grazie alla meraviglia, e non è un caso che accosti il philomythos, l’amante del mito, al filosofo: entrambi partono da ciò che li stupisce. È da qui che nasce Il dono del mito. Quello che gli antichi sapevano di noi [1]: dalla meraviglia per un dono che attraversa i secoli e arriva sino a noi quando l’esperienza umana si fa troppo grande per le parole quotidiane.
Perché il mito è un dono?
Per la sua bellezza intrinseca e perché agisce come uno specchio: riflette i conflitti interiori, li rende visibili e narrabili, prima di tutto a noi stessi. I miti sono serbatoi di archetipi, strutture profonde dell’esperienza umana. Archetipo deriva dal greco arché, origine e typos, modello: è un’impronta antica fissata nell’anima.
Certe storie non sono da spiegare, ma da abitare. Le loro immagini archetipiche raggiungono la psiche profonda, là dove nascono ansia, frammentazione e disagio.
E il mito può curare perché dà voce e senso alle emozioni fondamentali: paura, rabbia, desiderio, perdita, gioia. E perché può diventare casa e non farci sentire soli quando attraversiamo certi passaggi della nostra esistenza.
Ancora, il mito è un dono perché ci aiuta a pensare in modo libero. Ed è un antidoto naturale alla semplificazione. Pensiamoci: spesso lasciamo che i nostri giovani si abituino al linguaggio e ai tempi brevi dei social, quando è più importante allenare la mente e renderla capace di vedere la complessità. Per fortuna, quando noi siamo miopi, i miti ci vedono benissimo.
Uno dei miti più amati dai miei studenti è quello di Medusa, la donna con il potere di trasformare in pietra chiunque cada sotto il suo sguardo, ma anche la fanciulla che non è nata mostro: era una ragazza bellissima, con una sua storia, prima della metamorfosi.
Il mito, come la realtà, è più complesso di come appare al primo sguardo. E parlando di libertà di pensiero, quanta ne scopriamo nella filigrana di un mito letto in modi differenti da fonti differenti, nessuno definitivo? E il pensiero libero educa al pensiero libero. Ecco allora perché anche Elettra può ancora parlarci. Quando cerchiamo il nostro posto nel mondo come figli e figlie, sentiamo nostra la sua ferita. Quando siamo in balia di un attacco di panico, dare un volto e un nome allo stato d’animo evocato dal dio Pan è già un atto terapeutico: ciò che viene nominato può essere contenuto.
Quando siamo incapaci di esprimere le nostre emozioni e alle prese con passioni da governare o da scatenare, ci ritroviamo in Dioniso, il dio inafferrabile. Un mito il suo che è un inno alla vita o, meglio, a una vita in cui ci si possa liberare dalle catene che spesso siamo noi stessi a costruire. In quest’ottica possiamo azzardare a dire che Dioniso è il dio che ci racconta la nostra duplicità e ci grida quanto sia importante concederci, di tanto in tanto, di allentare le nostre catene per non esplodere. Anzi, per non implodere.
A volte, da adulti, ci sentiamo più bambini di quando bambini eravamo davvero.
Molti di noi sono stati vecchi da giovani, abitati solo dal senso del dovere. I Greci conoscevano la potenza della catarsi, della liberazione; noi, spesso, ne sentiamo la mancanza. Se Dioniso ci ricorda che non siamo soltanto ragione, Atena ci ricorda che senza intelligenza non basta nemmeno il desiderio. È la dea della mêtis, l’intelligenza capace di trovare una strada quando la strada non c’è, di leggere una situazione, prevederne le conseguenze, cambiare strategia.
Non è soltanto sapere: è sapere che cosa fare con ciò che si sa. Nel libro, le storie finiscono per dialogare tra loro. Una porta all’altra, una domanda ne genera un’altra. E noi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo dentro quelle storie.
Nove racconti terapeutici, al termine di ciascuno dei quali troverete nove parole, simbolicamente legate al potere trasformativo del mito. Parole che curano quando riescono a dare voce a ciò che dentro di noi non aveva ancora trovato parole, aprendo un passaggio verso ciò che siamo nel profondo.
E allora le Sirene tornano a cantare. Perché forse non si tratta di smettere di ascoltarle.
Si tratta di imparare ad ascoltare ciò che desideriamo senza perderci, e di scoprire, nel canto che ci seduce, qualcosa di noi.
E voi, quale mito siete? O forse, come tutti noi, avete già un intero pantheon dentro di voi a cui dare un volto?

