Nel 1990 l’artista Cildo Meireles, padre di un’arte concettuale e politica nel Brasile degli anni ’70, comincia a costruire una delle opere più significative della propria carriera matura: a Canal Street, New York, strada celebre per la presenza di numerosi negozi di chincaglierie ed elettronica obsoleta, comincerà a raccogliere vecchie radio riferibili a tutto il corso di quel Novecento ormai agli sgoccioli. Dopo undici anni di studio e raccolta, varcata la soglia del nuovo millennio, terminerà l’opera che sarà consacrata dall’installazione presso la Tate Modern di Londra nel 2001.
Babel è una torre costituita da decine e decine di apparecchi radio impilati radialmente in anelli sovrapposti e ordinati per età, forma e dimensione. Ognuna di queste radio è accesa su una stazione casuale ed è posta al volume più basso tecnicamente consentito. La stanza della Tate Modern in cui l’opera è installata appare quasi angusta per la mole della torre, ed è illuminata da fioche luci zenitali bluastre, oltre che dalla costellazione di lucette colorate accese in molti di quegli apparecchi.
Un sottile, impercettibile ronzio esce da ognuno di quei dispositivi, e i ronzii si sommano in una nuvola che si fa indecifrabile, frastornante. Il riferimento alla torre biblica è più che ovvio, lapalissiano. Accidentalmente, però, quello era anche l’anno del crollo di altre torri simbolo, nella città in cui tutto il lavoro di Babel era cominciato.
La strana potenza del mito, come di certa arte, sta nella capacità di saper raccontare qualcosa a proposito di un tempo che è sempre contemporaneo. Arte e mito si rinnovano in relazione alla prospettiva assunta da un essere umano che li riattiva in contesti imprevedibilmente mutevoli, eppure, evidentemente, accomunati da una radice profonda. Così l’ancestrale sembra appartenerci nelle fibre, non essersene mai andato, e il mito e l’arte sembrano offrire brandelli di coscienza sempre nuova per l’imprevedibilità del flusso delle cose.
Di fronte a Babel, oggi, di fronte al frastuono insistente e indecifrabile di mille ronzii, ho l’impressione che il nostro primo pensiero non sarebbe più tanto il mito biblico di una globalità come affronto alla dimensione del divino e di un’impossibile intercomunicabilità come condanna, ma un capovolgimento inedito e inatteso di quelle ragioni di incomunicabilità. Abbiamo conosciuto il culmine della curva gaussiana di quelle spinte globaliste, e forse proprio il 2001 è stato l’anno in cui la dinamica ha cominciato a invertirsi visibilmente. Da allora una crisi finanziaria ha trascinato dietro di sé gli eventi in ogni angolo del mondo; la Brexit e l’elezione di Donald J. Trump hanno mostrato la vulnerabilità delle democrazie e alcune avvisaglie ineludibili per organismi come l’Unione Europea o la Nato; la guerra commerciale tra Usa e Cina ha raso al suolo l’idea che l’oriente potesse essere trattato come il centro della manifattura occidentale a basso costo; la pandemia da Covid-19 ha mostrato plasticamente i rischi di un’interconnessione e interdipendenza globale che non passi anche per la globalizzazione del diritto alla sicurezza e alla salute; l’annessione della Crimea da parte della Russia e poi l’invasione su larga scala dell’Ucraina hanno posto fine all’utopia della fine della storia e a vent’anni di strategie industriali ed energetiche europee; il dilagare della tecnica e dell’intelligenza artificiale fin dentro le discipline belliche ha capovolto i rapporti di grandezza e potenza tra gli stati, portando Ucraina e Iran a mettere in affanno perfino le potenze nucleari della Russia e degli Usa.
Il mondo che conoscevamo è stravolto, e nessuno crede più a una forma di pacificazione universale per estensione della reciproca compromissione del mercato.
Se la Babele di Babel è finita, allora, cos’è che ci turba ancora in quel ronzio indecifrato? Cosa di quell’opera sembra raccontare ancora una contemporaneità?
Quali assetti cognitivi sembrano essere attivati da quel poderoso dispositivo del caos? La torre di Babel è intrinsecamente obsolescente, non solo perché è fatta di vecchi apparecchi radio, ma perché l’apparecchio radio stesso è nel frattempo totalmente scomparso come categoria merceologica, ingurgitato da smartphone e dispositivi elettronici integrati in automobili e abitazioni: a proposito, anche l’iPod esce nel 2001, creando uno di quelli che Umberto Eco avrebbe individuato come paradossi di una «storia a passo di gambero», tornando a portare in auge un medium che, come la radio, si ascolta e basta.
Esiste un momento, nella dinamica di fruizione di un’opera, in cui un fruitore è chiamato a interrogare i fastidi, gli scompensi, le frustrazioni che sembrano essere messi in evidenza dal contatto con quell’alterità. Alcuni sono tentati di rigettare ciò che punge la propria suscettibilità, magari facendo ricorso a vecchi bric-à-brac ideologici che squalifichino l’opera per ciò che ha osato non essere, per le aspettative che ha osato disattendere. Se invece ci facessimo carico di dedicare attenzione e cura a quelle evidenze, saremmo forse in grado di sintonizzarci davvero con la flagranza di un’opera che non passa.
Penso all’assertività della torre: un totem, un obelisco, una colonna; la resa monumentale, eretta, di uno statement. Penso alla soggezione gerarchica che è imposta da ogni entità emittente in modalità broadcasting. Penso a come quella torre, in effetti, polverizzi per ossimoro la perentorietà del comunicato unico, frammentandolo in un inutile blaterare di voci senza gerarchia. Nel 2001 le reti sociali non esistevano, ma Babel sta già parlando di una cosa che evidentemente – per noi – non è più la radio: sembra già alludere alla caduta dell’autorevolezza dei medium come entità emittenti da una posizione non controbattibile.
Il brusio di Babel è la compresenza indistinta di emissioni che è impossibile ordinare, catalogare, verificare.
Nel 2001 Internet non era ancora quell’infrastruttura delle cognizioni che innerva ogni azione di un’umanità perennemente connessa. Ma il 2001 è, per esempio, l’anno della fondazione di Wikipedia, che ha inciso profondamente sul modo in cui concepiamo le intertestualità, la negoziazione della verità, la scrittura della storia e della memoria condivisa. A quel tempo credevamo che la disponibilità di una conoscenza senza padroni, fondata sulla discussione, sul confronto e sul contributo delle reti, ci avrebbe resi tutti più consapevoli, e quindi artefici di una nuova forma di civiltà che avrebbe occupato un gradino superiore nella scala incrementale ed evoluzionistica della cultura umana.
Sappiamo poi come sia andata a finire. Con le reti sociali, la moltiplicazione delle voci non è diventata una conversazione, ma qualcosa di più simile al brusio di Babel, all’indistinta, nauseante abbuffata di dati incapaci di produrre coscienza. La promessa di una conoscenza senza confini, come quella del canto delle Sirene di Ulisse, è diventata la seduzione al naufragio da parte di un mezzo progettato per sfruttare dinamiche dopaminergiche, per illudere tramite meccanismi di piacere e ricompensa che aggirano totalmente il nucleo dell’apprendimento, del contatto come contaminazione reciproca, della negoziazione delle idee su un piano di comunanza praticabile. Potremmo usare Babel come un presagio della sostituzione della “folla” novecentesca con lo “sciame” digitale contemporaneo di cui parla il filosofo Byung-Chul Han: l’opera è stata in grado di formalizzare in un’immagine l’epocale soglia di transizione tra il mondo elettrico-analogico e quello digitale-algoritmico, anticipando le metamorfosi che avrebbero ridefinito, da lì a poco, la nostra stessa architettura cognitiva.



