In una radura, a un crocevia qualsiasi, nasce una coppia improbabile, una delle più strane
e memorabili della nostra letteratura: da una parte un gigante convertito, dall’altra un “mezzo gigante” irregolare, incompleto, dichiaratamente fuori da ogni regola.
Parliamo dell’incontro tra Morgante e Margutte narrato nel canto XIII del Morgante, poema epico-cavalleresco di Luigi Pulci (1432-1484).
Giunto Morgante un dì in su ‘n un crocicchio,
uscito d’una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dètte del capo del battaglio un picchio
in terra, e disse: “Costui non conosco”;
e posesi a sedere in su ‘n un sasso,
tanto che questo capitòe al passo.
L’ottava iniziale fissa subito il tono buffo e divertente della scena. Morgante vede ma non attacca, non giudica e si limita ad osservare. Scopre che quell’essere che non conosce merita attenzione, se non altro per la sua alterità “fosca”, misteriosa. Scandisce questo proposito battendo un colpo a terra con la sua arma, senz’altro non convenzionale per un cavaliere (il battaglio di una campana), si siede e attende Margutte.
Morgante guata le sue membra tutte
più e più volte dal capo alle piante,
che gli pareano strane, orride e brutte:
– Dimmi il tuo nome, – dicea – viandante. –
Colui rispose: – Il mio nome è Margutte;
ed ebbi voglia anco io d’esser gigante,
poi mi penti’ quando al mezzo fu’ giunto:
vedi che sette braccia sono appunto. –
Disse Morgante: – Tu sia il ben venuto:
ecco ch’io arò pure un fiaschetto allato,
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino. –
All’arrivo di Margutte fa una cosa semplice ma decisiva: lo osserva attentamente e gli chiede chi sia. È la curiosità, più che l’eroismo o la volontà di misurare subito i rapporti di forza, a guidarlo. Nel contesto del mondo cavalleresco, dove più semplice sarebbe stato un duello, uno scontro, Pulci sceglie invece l’ascolto, l’apertura. E così Morgante gli fa delle domande: vuole sapere chi sia quel mezzo gigante. La risposta di Margutte è già un programma: è un gigante non riuscito, ma interrotto, fermatosi a metà della sua crescita. La sua figura incompiuta, non inquadrabile né nella misura umana, né in quella sovrumana, diventa simbolo di una realtà altrettanto irregolare, lontana da ogni perfezione ideale, decisamente e parodisticamente distante da ciò che a quel tempo la cultura ‘alta’ dell’Umanesimo cercava. È in questo spazio che inizia un sodalizio che fin da subito fa presagire una serie di avventure e situazioni al limite. Dopo la prima presentazione di Margutte, che Morgante ritiene sufficiente per dichiararlo il benvenuto e per invitarlo a proseguire insieme il cammino, è la volta di un quesito essenziale per identificare gli amici e i nemici nel contesto cavalleresco: a Margutte viene chiesto quale sia il suo dio.
Rispose allor Margutte: – A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede.
(L. Pulci, Morgante, a cura di D. Puccini, Milano, Garzanti, 1989)
Nella risposta di Margutte, l’intero orizzonte cristiano di Morgante sembrerebbe messo in crisi: il mezzo gigante non oppone apertamente al suo interlocutore una religione alternativa, ma utilizza e capovolge il linguaggio sacro per offrire un credo parodico, comicizzato, una vera ‘religione materialmente rovesciata’, fondata sui piaceri della gola. Morgante non si ritrae. Anzi, accetta. Ed è da questo momento che nasce il loro sodalizio.
Ciò che è interessante, ancor prima di tutte le avventure che questa coppia scanzonata vivrà nel prosieguo del racconto, è il modo in cui Morgante e Margutte si vengono incontro. Morgante non considera i propri schemi culturali come ‘esclusivi’, ma si fa guidare dalla curiosità, nel nome di un cammino ancora da fare. Così, anche una coppia tra le più ‘anticonformiste’ della nostra letteratura può fornirci una chiave per capire che “orrido e brutto” è solo colui o colei a cui non abbiamo ancora avuto il coraggio di chiedere, semplicemente, “parlami un po’ di te”.

