Ci sono parole che non chiedono attenzione, di cui ci si accorge nel tempo attraversando le esperienze; parole che a un certo punto si impongono in tutta la loro evidenza, come se fossero state sottese a tutto quello che si è fatto fino a quel momento, senza bisogno di essere spiegate o annunciate.
“Incontro” per me è una di queste e non ho dubbi che si tratti di una delle chiavi primarie con cui guardo ai miei progetti, perché quando ripenso a quello che ne è rimasto non vedo una sequenza ordinata di risultati ma piuttosto una serie di situazioni, momenti, persone e passaggi in cui qualcosa è accaduto.
L’idea può nascere in una dimensione solitaria e di certo si tratta di una parte importante del processo in cui si scopre qualcosa, che si presenta alle volte in una forma fragile, ancora quasi inafferrabile e resta lì come incompleta, finché non incontra un altro pensiero, non entra in relazione con altre persone, non si espone a qualcosa o a qualcuno.
Se si guarda all’etimologia, senza volerne fare un esercizio accademico, si scoprono aspetti interessanti, perché la parola incontro deriva da “in-contra”, che vuol dire andare verso ciò che si ha di fronte, cosa che veicola un’idea di movimento, una direzione, lo stesso “muoversi verso” che si ritrova anche nel termine progetto, che deriva proprio da “pro-iacere”, cioè gettare in avanti.
L’incontro non riguarda certo solo le persone, anche se questa è spesso la sua forma più evidente, può riferirsi ad un luogo, un materiale, un’altra idea, un libro, un oggetto.
Di fatto, noi siamo sempre in relazione con le cose, con gli spazi, con tutto quello che ci circonda, viviamo evidentemente di incontri.
A volte si entra in una risonanza particolare, qualcosa che percepiamo chiaramente ma che non è facile definire. Sono momenti peculiari, in cui si crea una sorta di allineamento e ci si muove dentro un flusso comune, quello che viene comunemente chiamato “Flow”.
È qualcosa che accade spesso quando si suona insieme, ma può emergere anche mentre si lavora, si parla, in una situazione condivisa, quando entriamo in relazione in un modo “speciale”.
A volte, se si è fortunati, succede anche con sé stessi, forse l’incontro meno scontato di tutti, il più importante anche se a volte può rivelarsi doloroso. L’unico che ci permetta, almeno potenzialmente, di riallineare tutto l’insieme. Pensare al progetto come a una sequenza di incontri cambia il modo di guardare e osservare. Si accende una maggiore sensibilità verso ciò che accade lungo il percorso e verso le relazioni che si attivano, in ogni loro forma. Si fa evidente che l’incontro lascia un segno, anche quando sembra marginale può generare una deviazione, un avanzamento, lo scarto che stavamo aspettando.
Col tempo ho capito che ciò che resta non è tanto il progetto in sé, ma tutto quello che gli è successo intorno, appunto gli incontri, le persone incrociate, le situazioni attraversate e ciò che ha spostato anche solo di poco il senso.
Forse il progetto abita proprio lì, in quei passaggi, in quei punti in cui un tema si è aperto, si è chiuso o ha cambiato direzione, in cui ci si è trovati vivi dentro qualcosa che non si vedeva o che proprio prima non c’era.

