Essere rugiada e luce al cospetto di una gemma

La parola scolpita

Il pescatore

Aveva scelto la solitudine. Fin da quando era bambino non aveva mai amato il rumore macchinoso della città, le strade arroventate e il cielo sonnolente. Sentiva di vivere la vita appeso all’amo, voleva sapere cosa si provava ad essere dall’altra parte.
Gli bastò andare poco più in là, dove finivano le case e iniziavano gli alberi, là, dove gli alberi a loro volta si aprivano in un abbraccio per fare spazio all’acqua che, paziente, dopo secoli di cammino si era scavata un giaciglio. Come il fiume, anche lui, era andato avanti imperterrito trascinando disillusioni e fango, fino a stanziarsi in quella dolce insenatura protetto dai promontori di Santa Maria di Leuca e accarezzato dalle correnti saline. Lì, nella finibus terrae romana, dove si incontravano lo Ionio e l’Adriatico, si fece pescatore. I pesci lo accolsero subito, colmando le sue reti discrete e rispettando i suoi silenzi. La natura gli dava tutto ciò di cui aveva bisogno e la terra sapiente gli raccontava le storie dei vecchi abitanti giunti fin lì da Bisanzio. Immerso tra fossili e leggende, testimoni di un passato affollato, non si sentiva affatto solo.
Era un giorno come un altro, era al solito posto ad aspettare che la lenza vibrasse come la corda di una chitarra e quel giorno a tenergli compagnia era un vecchio classico che aveva rispolverato dalla sua biblioteca, uno di quei rari libri della sua collezione che non parlava di ami, di esche, né di foglie o di stelle, parlava degli uomini. Non fu la lenza a fremere, ma il suo cuore, increspato tra le pagine della Politica di Aristotele: «l’uomo è per natura un essere sociale e chi vive escluso dalla comunità è malvagio o è superiore all’uomo, come anche quello che viene biasimato da Omero: “empio senza vincoli sociali”. Perciò è evidente che l’uomo sia un essere sociale più di ogni ape e più di ogni animale da gregge. La natura non fa nulla senza uno scopo, l’uomo è l’unico degli esseri viventi a possedere la parola; al contrario di tutti gli altri animali, è proprio degli uomini, avere la percezione del bene, del male, del giusto, dell’ingiusto e delle altre cose».
In quel momento si rese conto di aver dimenticato il suono della sua voce. Ancor prima di cedere all’angoscia, si fecero strada sulla sua lingua parole di cui non era certo di conoscere ancora il significato e in un impeto isterico il pescatore iniziò a rigurgitare canti. Cantò più forte delle onde del mare, cantò storie d’amore, di spagnoli e turchi, lo fece ininterrottamente per tre giorni, cullando le notti e svegliando il sole ad ogni alba. Il terzo giorno si dovette fermare. Il canto, come una stella cometa, aveva indicato la strada ad un giovane, portandolo fino alla baia del pescatore.
Il giovane aveva l’aria di un bambino che, per gioco o per sfida, indossa le scarpe del papà e fatica ad ogni passo a tenervi il piede ancorato dentro. Qualche pelo a sporcargli il viso, occhi strabuzzati e una maglia con scritto “vendetta”. Senza proferir parola alcuna il pescatore entrò in casa, prese del pane e del pesce e i due si sedettero sulla battigia, «sono un mezzo assassino» disse il ragazzo, «ed io un pescatore», rispose il vecchio. «Come si può essere metà di qualcosa?», gli chiese quest’ultimo.
Il quasi omicida, con un’espressione quasi spaventata ed una voce quasi insolente, gli rispose: «come si può essere interi? Come si può essere un’unità, quando tutto attorno ci sono solo frammenti?».
Il pescatore lo guardò senza fretta, come si guarda una corrente prima di attraversarla.
Il ragazzo teneva lo sguardo basso, non per vergogna, sembrava piuttosto che non sapesse dove posarlo, come se ogni punto fosse già stato visto troppe volte. «I frammenti tagliano», disse il vecchio, «ma serve qualcuno che li tenga in mano.»
Il ragazzo sollevò appena gli occhi, abbastanza da far capire che stava ascoltando, non abbastanza da concedere fiducia. «Io non tengo niente», rispose. «Io ho solo 13 anni, non ho responsabilità, non ho credibilità, ho affidato ad altri i miei cocci, tutto quello che mi rimane sono solo i gesti, i miei gesti mi appartengono, e li rivendico!».
– «Non esistono gesti soli, esiste sempre qualcosa che li precede, e qualcosa che li aspetta, un gesto dura un attimo, le conseguenze un’eternità».
– «Prima non c’era niente, adesso almeno mi sentono tutti.»
Il pescatore restò in silenzio. Per anni aveva scelto di non ascoltare, e ora si accorgeva che ascoltare era più difficile che tacere.
– «Lì mi sentono. Quando scrivo, quando commento. Lì esisto. Qui», si guardò attorno, «qui no».
– «E cosa scrivi?»
Il ragazzo esitò, poi parlò più in fretta, come se stesse recitando un rosario.
– «Scrivo che fa tutto schifo, parlo del marcio. Che nessuno fa nulla. Che se non fai qualcosa tu, non cambia niente. E loro rispondono, mettono like, condividono, dicono che ho ragione».
– «Loro chi?»
Il ragazzo scrollò le spalle.
– «Non lo so, ma ci sono. Qui se parlo non mi sente nessuno. A scuola se resti indietro, resti indietro. Ma io ho deciso di non essere più invisibile».
– «Anche i pesci non si vedono», disse il pescatore. «Ma non per questo feriscono».
Il pescatore si chinò, raccolse una conchiglia spezzata e gliela porse.
– «Stringila», disse, e quando il ragazzo lo fece, «adesso buttala». La conchiglia cadde nella sabbia senza lasciare traccia.
– «Hai sentito?»
– «Cosa?»
– «Niente», disse il vecchio. «Appunto. Essere visti non lascia segni. Sparisce.
È passeggero. Proprio come quei tuoi commenti, quei… come si chiamano? Like? Quando qualcuno invece ti vede e non passa avanti ma impara a sederti accanto, e tu glielo permetti, quello fa la differenza». Il pescatore abbassò lo sguardo sulla maglietta.
– «Vendetta. Sai cos’è questa parola?»
Il ragazzo non rispose.
– «È una scorciatoia, non ti fa scegliere se restare o passare avanti, ti fa rimanere solo con più rumore intorno. È una parola che sembra forte perché non ha dentro nessuno, solo te».
Il ragazzo serrò la mascella: «E allora? Io ho solo me» ribatté.
Il pescatore si strinse nelle spalle, «anche io».
Con caparbia ingenuità il giovane incalzò, «e allora perché non lo capisci?».
– «Perché io ho scelto di stare solo. Tu ci sei stato lasciato. Non incontravo qualcuno da molti anni», disse il pescatore, «e sai qual è la cosa più bella di un incontro? È quel secondo in cui si decide che la direzione contraria non porterà ad una collisione ma ad un confronto. Due forze che vanno l’una verso l’altra per convergere in un punto comune. Quell’attimo in cui ciascuno smette di difendersi».
– «E poi?»
– «Poi niente», disse il vecchio. «Ma quel secondo cambia tutto».
Il ragazzo lo guardò per la prima volta negli occhi, ringraziò per il cibo e frettolosamente si rimise in cammino. Quando sparì dietro la curva della costa, il mare tornò a occupare tutto lo spazio sulla baia. Il tepore degli ultimi raggi di primavera scioglieva la pelle coriacea del pescatore che abbandonandosi al sonno ripensò a quel singolare incontro e a quanto sarebbe stato bello raccontarlo sotto forma di canzone.

Mariarita Faruolo
(Dottoressa in Semiotica)
Ascolta il testo con la voce di Donisa Mazzoccoli

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