Essere rugiada e luce al cospetto di una gemma

La parola scolpita

Il silenzio

Ancor prima di essere immagine, racconto, materia mitologica, le sirene sono suono.
Le immaginiamo con la coda di pesce e i capelli sparsi sulle spalle, adagiate sugli scogli mentre aspettano che una nave si avvicini abbastanza da poterla attirare a sé. Ciò che però le rende pericolose e affascinanti è la loro voce. È il canto a condurre i marinai verso la rovina, una voce così seducente da non lasciare scampo a chi la ascolta.
Franz Kafka, come tutti i più grandi pensatori, o i folli, ha passato la vita sull’albero del Barone rampante di Italo Calvino, non per guardare le cose dall’alto, bensì per guardarle da un’altra prospettiva, quella che gli altri non contemplano, fino, in questo caso, a capovolgere un mito. Nel breve racconto Il silenzio delle sirene dello scrittore boemo, vediamo un Ulisse che si fa legare all’albero della nave, prepara i compagni al pericolo, attraversa il tratto di mare in cui le sirene dovrebbero esercitare il loro potere… ma le sirene non cantano. Rimangono in silenzio.
Eppure Ulisse, guardando le sirene, è convinto di averne udito il canto. Il rovesciamento è quasi impercettibile e proprio per questo perturbante, la scena è quella di sempre, il silenzio non cancella il mito, lo lascia intatto, come una stanza preparata per una festa a cui nessuno si presenta. È qui che il silenzio comincia a somigliare a qualcosa di più dell’assenza di un suono. Quando una voce si interrompe, non per questo smettiamo di cercarla, la inseguiamo nei gesti, negli sguardi, nelle pause. Colmiamo gli spazi vuoti con ipotesi, ricordi e paure. Un messaggio senza risposta può diventare un rifiuto, un dubbio, un’attesa.

Il silenzio non ci consegna un significato già pronto, ci consegna il compito di trovarne uno.
Roland Barthes, semiologo e critico letterario francese, ha dedicato una riflessione alle forme con cui il senso può sottrarsi alle opposizioni e alle definizioni già date.
Nel corso Le Neutre, tenuto al Collège de France nel 1977-1978 e pubblicato nel 2002, Barthes cerca ciò che sfugge alla necessità di scegliere tra significati contrapposti.
Il silenzio appartiene a questa zona incerta: può essere una forma di sottrazione, un modo per non consegnarsi a una risposta già prevista ma nel momento in cui viene percepito anche il silenzio torna a essere qualcosa che interpretiamo.
Oggi, purtroppo, non c’è spazio per l’incertezza. Siamo circondati da un flusso quasi ininterrotto di voci, notifiche, suoni e rumori. Tutto attorno a noi parla senza sosta e anche noi siamo continuamente chiamati a farlo. Per coltivare i nostri rapporti siamo tenuti a rispondere a messaggi e chiamate. Pensiamo che per far politica sia necessario schierarci in tifoserie. Per fare giustizia dobbiamo urlare e lanciare bombe. Per sentirci vivi abbiamo bisogno di sentirne l’eco. Anche il silenzio, ormai, sembra avere bisogno di una spiegazione. Perché lasciare aperta una possibilità che il rumore, almeno in parte, ci risparmia?
Una voce dichiara, un’immagine mostra, una risposta chiude. Il silenzio invece sospende e ci costringe a misurare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo. Eppure non esiste un solo tipo di silenzio. C’è il silenzio di chi ascolta e quello di chi non vuole rispondere, quello di chi non trova le parole e quello di chi ne ha troppe. Ci sono silenzi che proteggono, altri che escludono.
Anche il tempo del silenzio non è mai neutro. Una pausa di pochi secondi può sembrare interminabile quando segue una domanda importante; la stessa pausa, in un’altra conversazione, può essere appena percepita. Il silenzio dilata il tempo, lo interrompe, lo mette in tensione. In altre parole anche il silenzio ha una sua grammatica. Non è soltanto qualcosa che rimane quando le parole finiscono, ma qualcosa che può organizzare la relazione tra chi parla e chi ascolta.
Una pausa può lasciare all’altro lo spazio per intervenire; può anche però impedirgli di farlo. Un’omissione può proteggere una confidenza oppure nascondere una responsabilità. Tacere può essere una scelta, ma può anche essere l’effetto di una scelta compiuta da qualcun altro, diventando così una questione di potere. Non tutti i silenzi sono scelti e non tutte le voci hanno lo stesso peso. C’è chi viene ascoltato prima ancora di avere aperto bocca e chi deve alzare la voce per essere appena percepito.
Ma il potere del silenzio non sta soltanto nella possibilità di imporlo. Sta anche nella possibilità di decidere che cosa meriti una risposta, che cosa debba essere nominato e che cosa possa invece rimanere senza voce. Per questo il silenzio può essere una forma di cura, quando interrompe il rumore abbastanza a lungo da permettere a qualcuno di farsi sentire; può essere resistenza, quando ci si sottrae all’obbligo di prendere parte a un coro che non ci appartiene. Insomma, la sua ambiguità ci obbliga a restare davanti a qualcosa che non si lascia chiudere in una sola interpretazione.
È forse proprio quando l’uomo ha peccato di tracotanza che, nel tentativo di sottrarsi a ciò che non comprende, ha finito per riempire ogni vuoto con un assordante vociare. Abbiamo moltiplicato gli strumenti per spiegare quanto vediamo e quanto no, cercato di dare risposte a tutto. Abbiamo parafrasato le stelle e decodificato ogni emozione rischiando di non ascoltare più ciò che viene dall’esterno ma soltanto ciò che siamo già pronti a riconoscere dentro di noi. Là dove non arriva più una voce, ne costruiamo una. Là dove manca un significato, ne produciamo uno.

L’Ulisse di Kafka ascolta le sirene, ma le sirene non stanno cantando, ciò che ascolta è la propria voce restituita dal silenzio. È un Ulisse contemporaneo che trova la sua forma di seduzione nel non riconoscere il proprio pensiero e confonderlo con una voce ascoltata su uno scoglio e alla quale non si è potuto sottrarre.
Quando il mondo tace diventiamo più esposti alle domande che rimandiamo, alle risposte che vorremmo ricevere, alle parole che siamo costretti a trovare da soli. Forse non siamo pronti a coltivare il nostro senso con tempo, ricerca e a prendercene cura con rispetto.
Per questo, forse, abbiamo così paura del silenzio, perché nel rumore possiamo ancora confonderci con gli altri. Nel silenzio, invece, la voce che rimane è la nostra.
E quando ci sarà chiesto di riconoscerla fra mille e ci sembrerà estranea continueremo a non capire se n’è valsa la pena, se il silenzio ha parlato o era un canto di sirena.

Mariarita Faruolo
(Dottoressa in Semiotica)

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