Quando il buon Aristotele affermava che l’uomo è un animale politico intendeva certamente dire che ogni individuo trova la sua compiuta realizzazione esistenziale all’interno di una comunità organizzata e più propriamente di un organismo statale in cui ognuno agisce e opera in comunanza con l’altro. Tuttavia, il motto aristotelico nasconde una verità più profonda. L’uomo non è solo una rotella del grande ingranaggio della società, ma è elemento che subisce continue trasformazioni proprio in virtù del contatto con gli altri: in altre parole, la nostra esistenza dipende, spesso in maniera inconsapevole, dalle persone che incrociamo sul nostro cammino: un compagno di banco, un vicino di casa, un maestro, una turista che ci chiede un’informazione per strada e che poi ti ritrovi in casa madre dei tuoi figli, e così via.
Il paradosso è che tutto ciò che agisce come determinante della vita è dovuto in gran parte ad una serie di coincidenze spazio-temporali che non sono prevedibili e che rispondono a quello che si suole definire “il caso”. Gli incontri che segnano la nostra vita, fortuiti o cercati che siano, assomigliano tutti al clinamen degli atomi di Lucrezio: ad un certo punto i corpuscoli indivisibili di cui è fatta la materia deviano dal loro moto rettilineo e si incontrano per formare i corpi, i pianeti, i mondi.
Se è vero che non tutti gli incontri sono significativi, dobbiamo pur riconoscere che spesso quando stiamo salendo su un treno che ci porterà verso una destinazione a noi sconosciuta, noi, ed è forse il bello della vita, non ce ne accorgiamo. Saggiamente
i greci antichi usavano esprimere l’idea dell’incontro con il verbo τυγχάνω, la cui radice τυχ- forma la parola τύχη, che significa “sorte, fortuna” (cfr. il latino fortuna, connesso all’avverbio forte che significa “per caso”): la fortuna, bella o brutta che sia, è ciò che ognuno di noi incontra lungo il suo cammino.
Anche la vita di Dante è segnata dagli incontri: gli amici, l’amata Beatrice, i suoi maestri (persone e libri), i sodali di partito, i nemici, i mecenati che lo hanno ospitato durante l’esilio… Una vita, apparentemente senza eccezioni, è diventata eccezionale perché sublimata nella narrazione, autobiografica, epica, storica, lirica che caratterizza la Divina Commedia, il poema degli incontri, o, più precisamente, delle collisioni umane.
Certamente tutti sanno che la vita di Dante ha subito una svolta dopo l’incontro con Beatrice; benché si tratti di un topos di origine cortese, l’incontro con la sua quasi coetanea Bice, figlia del banchiere fiorentino Folco Portinari, avvenuto quando Dante aveva nove anni, ha incredibilmente segnato l’intera letteratura italiana.
Nella rievocazione di quel momento nella Vita Nova, Dante la descrive vestita di “nobilissimo colore umile e onesto”: Beatrice è una epifania divina, colei che insegnerà al poeta che l’amore vero è solo quello per il Creatore. Tutta la sua figura è circonfusa da una spiritualità genuinamente cristiana: non è casuale che il secondo incontro tra i due giovani sia avvenuto dopo 9 anni esatti dal primo, con una simbologia numerica che ripropone la Trinità (3×3), così come la notizia della morte di Beatrice nel capitolo XXIII ricorda le catastrofi che si verificarono quando Gesù Cristo spirò sulla Croce.
Se l’incontro con la donna amata narrato nella Vita Nova è ben noto, meno celebre è il momento in cui Dante immagina di incontrare Beatrice nel Paradiso Terrestre per farsi guidare da lei tra le sfere celesti. Nel canto XXX del Purgatorio, si assiste ad un momento di altissima tensione drammatica: proprio mentre Virgilio sta uscendo di scena in maniera silenziosa e senza alcun commiato, Dante, che non si avvede ora di essere solo, avverte dentro di sé una strana sensazione: si sente quasi accaldato, non sa spiegarsi cosa gli stia succedendo:
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto, (36)
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza. (39)
Praticamente, ancor prima che Beatrice si manifesti al suo cospetto, circondata da una nuvola di fiori e vestita dei colori delle virtù teologali (bianco, verde e rosso), il poeta già percepisce dentro di sé il fuoco dell’amore, e suggella questa sensazione dicendo (v. 48):
conosco i segni de l’antica fiamma,
traducendo letteralmente l’espressione con cui nell’Eneide (IV, 23) Didone esprimeva l’emergere della passione per il troiano Enea: adgnosco veteris vestigia flammae.
Nel Purgatorio, regno in cui l’individualismo che caratterizza i dannati infernali cede il posto ad una dimensione corale e collettiva della penitenza, uno dei momenti più godibili dell’intera cantica è l’incontro di Dante con il musicista Casella.
Dante riconosce l’amico tra le anime appena sbarcate sulla spiaggetta dell’antipurgatorio e tenta per tre volte di abbracciarlo (ricalcando lo stilema dell’abbraccio fallito già impiegato da Virgilio e Omero). Si respira un’atmosfera di affettuosa tenerezza: su richiesta del poeta, affaticato dal travaglio del viaggio, Casella intona la canzone dantesca Amor che ne la mente mi ragiona (Purg. II, v. 112), dando inizio ad una parentesi di estasi collettiva in cui la musica sembra sospendere il tempo e la missione stessa delle anime.
La melodia è talmente soave che Dante annota (Purg. II, vv. 115-117):
Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.
Il brusco rimprovero del guardiano Catone, che scaccia via tutto il gruppetto di anime che si era assiepato intorno a Casella per ascoltarne il dolce canto (immagine
assimilata alla schiera di colombi che interrompe il pasto al sopraggiungere di un timore improvviso, vv.124-133), chiude questo lieto intermezzo musicale e decreta al contempo il primato del dovere etico e della purificazione spirituale sulla seduzione della memoria e del piacere estetico. La scena è tuttavia pervasa da una serenità quasi ingenua: del resto, nel Purgatorio i penitenti sono uomini, né dannati né santi, e qualche timida eccezione al lavoro di purificazione può essere concesso.
La stessa atmosfera di complicità familiare si respira durante l’incontro di Dante con i grandi maestri della classicità: nel Limbo, accompagnato dalla sua guida Virgilio, che si è palesato nel Canto I per giungere in aiuto del poeta disperso nella selva, Dante incontra in un solo colpo tutti i più grandi poeti sulle cui opere ha studiato e si è formato (Inf. IV, vv. 88-90):
quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
Benché non leggesse il greco, Dante sapeva benissimo che senza quel mitico cantore cieco tutte le altre opere immortali, dall’Eneide alle Metamorfosi, non sarebbero state scritte.
La nota più simpatica dell’episodio risiede però nel fatto che tutti questi “pezzi grossi” della poesia iniziano tranquillamente a conversare con amabile naturalezza (v. 97: ebber ragionato insieme alquanto) in compagnia del ritrovato sodale Virgilio, che momentaneamente risultava assente dalla sua abituale dimora nel Limbo proprio perché impegnato nell’accompagnare per i gironi infernali il suo discepolo fiorentino. Dante, consapevole della sua valentia poetica e mai falsamente modesto, coglie l’occasione di inserirsi in questo circolo poetico: per il Dante personaggio, essere ammesso al dialogo con i suoi maestri è segno di grandissimo onore (vv. 100-101: e più d’onore ancora assai mi fenno, / ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera), per il Dante poeta rappresenta invece un ribadire orgogliosamente la convinzione di essere ormai riconosciuto come un artista universale meritevole di gloria imperitura (v. 102):
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
La vita, pare dirci il poeta, non cambia solo quando incontriamo persone, ma anche quando ci imbattiamo nelle vite e nelle storie che leggiamo nei libri. Come scrisse Umberto Eco: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”. E possiamo essere certi che per Dante questo incontro fosse anche il sigillo dell’immortalità futura che la sua opera avrebbe guadagnato nei secoli.
Nel cielo del Sole, la dimensione collettiva si eleva a celebrazione corale della sapienza divina. Qui Dante incontra due corone di spiriti sapienti che, disponendosi in cerchi concentrici di luce, celebrano il valore della complementarietà tra l’ordine domenicano e quello francescano. Il fulcro teologico dell’episodio risiede nel superamento delle contese terrene attraverso la “cortesia” celeste: il domenicano san Tommaso d’Aquino tesse le lodi di san Francesco d’Assisi, mentre il francescano san Bonaventura da Bagnoregio celebra la figura di san Domenico di Guzman.
Cambiano gli stili, cambiano le azioni, ma medesime sono le intenzioni: se i domenicani sono dediti alla speculazione intellettuale e al contrasto delle eresie attraverso la dottrina, e i francescani sono votati invece alla povertà evangelica e all’ardore caritatevole, comune a entrambi è la missione di soccorrere la Chiesa (Par. XI, vv. 37-39). L’unisono delle voci e delle danze di questi spiriti diventa un atto sinfonico che appiana le differenze e gli apparenti conflitti: le lodi incrociate tra i due gruppi di beati ci insegnano che incontrare l’altro significa saper riconoscerne il valore, anche se diverso da noi. Offrendo un modello ideale di pacificazione e di operosità intellettuale che trascende le faziosità umane, Dante vuole dirci che la verità non risiede nel monologo di una singola scuola di pensiero, ma trova compimento e vera realizzazione nella differenza e nel confronto con l’altro: la sintesi delle prospettive, apparentemente polarizzate, ci dà il vero senso dell’incontro.
Come sottolinea san Tommaso nell’introdurre la missione dei due fondatori (Par. XII, vv. 34-36):
degno è che, dov’è l’un, l’altro s’induca:
sì che, com’ elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.
Se le due corone di domenicani e francescani rappresentano un esempio virtuoso di condivisione delle differenze per un fine più alto, che è quello della gloria a Dio, talvolta può verificarsi il procedimento contrario: per restare fedeli ad un alto ideale, l’incontro non si evolve nella societas ma provoca un arretramento verso una posizione di isolamento. È quello che successe a Dante quando, deluso dalle dinamiche di parte che animavano anche la sua fazione dei Guelfi Bianchi, maturò un distacco definitivo dai suoi sodali a seguito delle ambigue e fraudolente strategie adottate dai fuoriusciti tra il 1302 e il 1304 per rientrare a Firenze (e poi culminate nella disastrosa battaglia della Lastra). Le parole che Cacciaguida, antenato di Dante, rivolge al poeta nel canto XVII del Paradiso (vv. 67-69), suonano come una orgogliosa rivendicazione di autonomia etica e politica che segnano l’allontanamento di Dante dalla “compagnia malvagia e scempia”:
di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
Proprio questa sdegnosa autoesclusione, in coerenza con gli ideali di onestà e di amore nutriti versa la sua Firenze (gli stessi, mutatis mutandis, di cui si dichiarerà fiero il ghibellino Farinata nel X dell’Inferno), segnano l’inizio di una serie di peregrinazioni che vedranno il poeta essere apprezzato ospite presso le corti italiane. Il soggiorno presso gli Scaligeri a Verona e in particolare il rapporto con Cangrande della Scala sono uno dei più riusciti esempi del legame fecondo, poi tipico del Rinascimento, tra mecenatismo e creazione letteraria. Altrettanto significativo fu il soggiorno in Lunigiana nel 1306: nel Canto VIII del Purgatorio, il poeta esalta la casata dei Malaspina per la sua liberalità e per il valore cavalleresco, confessando a Corrado Malaspina che la sua gente onrata non si sfregia del pregio / de la borsa e de la spada (vv. 128-129), a testimonianza di una nobiltà che resisteva alla corruzione dei tempi.
Questi esempi che abbiamo ricordato sono accomunati da un denominatore comune: che siano realmente avvenuti, che siano stati solo immaginati o che siano stati prima vissuti e poi trasfigurati nella finzione poetica, gli incontri determinano in Dante un cambiamento profondo. Nel viaggio nei tre regni, il poeta incontra oltre 300 personaggi, e da ciascuno di essi si lascia incuriosire, commuovere, interrogare e finanche ferire, in un campionario di sentimenti che copre l’intera gamma delle emozioni umane: lo sdegno con Filippo Argenti, la pietà con Francesca da Rimini, l’umiltà con Brunetto Latini, la commozione con Ugolino, la serenità con Manfredi, il rispetto con Farinata, l’ammirazione con Ulisse, la vergogna con Beatrice, l’orgoglio con Cacciaguida, per citare i più famosi.
Sono tutti momenti che rappresentano occasioni di riflessione e trasformazioni del sé, necessaria antitesi per prepararsi alla missione salvifica verso l’umanità di cui Dante si sente portatore e che costituisce la sintesi ontologica dell’intero percorso ultraterreno.
E non mancano le occasioni per sottoporsi agli esami e verificare la conoscenza delle virtù teologali: nei canti XXIV-XXVI del Paradiso, il poeta viene interrogato da San Pietro sulla Fede, da San Giacomo sulla Speranza e da San Giovanni sulla Carità.
Cosa resta a noi moderni degli incontri danteschi? La bellezza di sapere che l’incontro è come un viaggio: è molto più bello viverlo che averlo vissuto. Per affrontarlo, però, servono coraggio e umiltà: il coraggio è necessario quando varchiamo la soglia del nostro mondo per entrare nelle vite degli altri, l’umiltà ci sostiene perché ogni incontro presuppone sempre, come Dante ci insegna, l’esercizio fecondo della riflessione e dell’autoanalisi.
E se c’è un disegno divino o universale che determina con precisione astronomica gli incontri nella nostra vita, allora di ogni incontro possiamo affermare ciò che Quintiliano diceva della geometria: “prodesse eam non, ut ceteras artes, cum perceptae sint, sed cum discatur” [non giova averla imparata, cosa che vale per le altre discipline, ma è utile proprio mentre la si impara].

