In-contro: che mi sta di fronte, ciò in cui mi imbatto. Questo è l’etimo della parola e l’etimo non tradisce, lo dico sempre, l’etimo è zona di conforto, è parola che si fa senso.
Quando ho scoperto il tema di questo numero dei “Quaderni” la prima cosa a cui ho pensato non è stato l’incontro di culture, di popoli, di lingue, ma Platone. Noi filosofi siamo strani e io non faccio eccezione; ho pensato a Platone e ai suoi dialoghi.
Platone inventa un genere letterario e lo fa per non tradire il suo maestro Socrate e il suo modo di stare al mondo; il dubbio è la cifra della filosofia socratica e la domanda è il paradigma di quella cifra. La domanda prevede il confronto, l’incontro tra opinioni, prevede l’altro; è vero, in filosofia si può essere anche solitari e dialogare segretamente tra sè e sè ma Socrate, dopo aver condotto il suo dialogo interno, cerca sempre la parola esterna.
Platone è il suo allievo più devoto, così ci dice la storia, l’aristocratico dalle “spalle larghe” che vorrebbe fare politica e che rimane così ferito dalla condanna a morte del maestro, che no, niente politica, occupiamoci del “vero”, indichiamo la strada per lo svelamento del mistero. La verità è affare filosofico e ci può arrivare solo chi della filosofia fa professione di vita, tuttavia i gradi della verità sono molti e dunque con la costruzione del dialogo e l’uso del mito si può condividere una qualche forma di verità, si può aiutare tutti a imboccare il sentiero della Aletheia, come diceva Parmenide. Platone continua a nutrire dubbi solo sui politici di professione, loro con la verità hanno proprio un problema (e come dargli torto?), ma gli altri hanno delle chance, persino uno schiavo, così ci racconta nel “Menone” ha la possibilità, se opportunamente interrogato, di enunciare il teorema di Pitagora.
I dialoghi Platonici sono una una produzione letteraria vastissima, gli studiosi li hanno letti, catalogati, divisi per età di produzione, per temi, per fasi filosofiche; allora avremo i primi dialoghi, quelli della fase giovanile, dove Socrate sta lì, fermo e solido come un monolite e non a caso il primo dialogo al quale ci si avvicina è l’Apologia, il discorso di difesa che Socrate pronuncia per evitare la condanna (voleva evitarla davvero?). Avremo poi i dialoghi della maturità dove il filosofo enuncia le sue teorie più originali e, infine, i dialoghi della vecchiaia dove un anziano Platone guarda alla sua produzione e corregge il tiro, lavora di limature.
I dialoghi della vecchiaia sono la chiave per decriptare la produzione precedente: i passaggi più oscuri e complessi del filosofo in età giovanile si leggono alla luce di ciò che Platone scrive dopo, nel silenzio dei suoi anni e nel segreto del suo dialogo interiore. Quando Platone descrive il mondo sensibile ce lo propone come una copia di un mondo altro che sta al di sopra del cielo, Iperuranio, luogo dove tutto è perfetto, intatto, incorrotto.
La teoria della copia-modello occupa molte pagine degli scritti del filosofo ateniese ma, arrivato alla vecchiaia Platone si rende conto che quel binomio inscindibile per cui esiste un intelligibile e un sensibile manca di un termine medio, ecco allora che l’ormai anziano filosofo riprende il tema e lo affronta da un’altra prospettiva, attraverso una domanda: come possiamo definire l’Anima del Mondo?
Chi la infonde nelle cose sensibili? Chi fa da termine medio tra il perfetto e il mancante?
Nasce il “Timeo”, opera maestosa e, per certi versi, ancora misteriosa. I temi contenuti all’interno di questo dialogo sono moltissimi, si potrebbe partire addirittura dall’analisi degli interlocutori di Socrate e già avremmo abbastanza questioni da chiarire. Voglio però soffermarmi sulla figura del Demiurgo, il plasmatore, l’artigiano che modella una materia già data, formata dai quattro elementi primordiali, e che in quel lavoro di modellamento fa sì che ci sia un passaggio dell’intelligibile al sensibile.
Il Demiurgo dona al mondo l’Anima e fa sì che le cose siano così come sono, che entrino nel tempo, immagine mobile dell’eternità, e che col tempo paghino, come già affermato da Anassimandro. Il mito del Demiurgo non credo vada sopravvalutato nel senso che Egli non crea nulla, Egli è il termine medio tra le idee perfette e il mondo sensibile, plasma ispirandosi alle idee ma il vero principio generatore rimane l’Uno ovvero il Bene. Esso però non va neppure sottovalutato, il Demiurgo è la risposta che l’anziano Platone cerca di costruire affinché il maggior numero di persone possano arrivare al disvelamento del mistero e con esso alla Verità.
Gli uomini hanno bisogno di rispondere a una serie infinita di domande che rimandano però alla domanda prima: sono nel mondo, cos’è il mondo e chi sono io? Da dove arriva ciò che mi circonda e perché al centro di tutto questo ci sono io? Se svelo questo mistero, capisco il mistero che io stesso sempre sono.
Ecco Platone prova una strada, la strada del modellatore ma il mito è complesso e non esistono risposte semplici a questioni complicate; Platone ci dice chiaramente che gli unici a poter comprendere totalmente questo discorso sono Socrate e Timeo.
I filosofi, loro sanno benissimo che lo scarto che c’è tra il linguaggio e la realtà rimane uno scarto incolmabile ma gli uomini comuni non lo sanno, riempiono il fossato di favolette, di verità basse che sono molti gradi lontani dalla risposta vera.
Ma allora, se solo i filosofi possono comprendere, perché sgolarsi tanto? La filosofia è testarda, non si arrende alla prima difficoltà e decide, attraverso il dialogo, che incontrare l’altro significa anche mettersi a disposizione dell’altro. La parola filosofica è la costruzione di un cammino attraverso i molti gradi della verità, non tutti arrivano alla contemplazione del Bene, allo svelamento del mistero ma tutti possono compiere dei passi in quella direzione.
L’arte del dialogo platonico è una sorta di indicazione per la costruzione dei rapporti umani; sappiamo che esiste sempre una distanza tra me e l’altro, esiste per cultura, per lingua, per tradizioni, per forma mentis, eppure si può camminare affiancati guardando lo stesso orizzonte seppur da punti di vista diversi. Questo è però possibile a una sola condizione: incontro l’altro da me e lo riconosco come affine, come fratello, in fondo abbiamo la stessa domanda che ci pungola e lo stesso affanno che ci tormenta, in fondo io sono anche attraverso lo sguardo di chi mi vede e la posizione privilegiata per vedere è stare dirimpetto come dice l’etimo della parola in-contro.

