“Dopo una replica di Giselle al Teatro dell’Opera di Roma e una cena sull’Appia Antica, Rudolf Nureyev non vuole rientrare in albergo, allora con la mia cinquecento porto lui e quella che era stata mia madrina all’Opéra di Parigi, Nina Vyrubova, ospite da me in quei giorni, all’Isola Tiberina. I due grandi amici hanno bevuto molto. Rudolf prende un giornale, ci fa un cappello da imbianchino a forma di barchetta, se lo mette in testa, e gironzola facendo dei passi e dei movimenti con le braccia. È notte fonda, non c’è un’anima in giro, e Nureyev danza come un bambino all’Isola Tiberina”.
Sembra un sogno ma è uno dei tanti ricordi della vita meravigliosa di Milena Vukotic.
Nata da un papà montenegrino diplomatico e drammaturgo e una mamma italiana pianista, a sua volta figlia di una pianista, l’infanzia di Milena è vissuta all’insegna dei viaggi e del culto dell’arte. Dopo aver seguito gli spostamenti della famiglia da Londra a Istanbul, a Vienna e all’Aia, si ferma da sola a Parigi per studiare danza, ed entrare giovanissima in una grande compagnia internazionale, il Grand Ballet du Marquis de Cuevas, che aveva sostituito i balletti russi di Diaghilev e aveva ospitato Rudolf Nureyev quando, nel 1961, era fuggito dall’aeroporto di Parigi.
Un inizio di carriera che non avrebbe fatto desiderare altro alla maggior parte degli artisti ma, dopo tre anni di tournée in giro per il mondo, una grande svolta: “Avevo sempre desiderato esplorare il cinema, infatti avevo studiato anche recitazione.
Vedo La strada di Federico Fellini e capisco che è arrivata la chiamata giusta al momento giusto: mi trasferisco a Roma e ricomincio di nuovo tutto da capo”, racconta.
Sarà diretta da Federico Fellini, Luis Buñuel, Mario Monicelli, Ettore Scola, Nanni Loy, Lina Wertmüller, Ferzan Özpetek, Dino Risi, Steno, Carlo Lizzani, Franco Zeffirelli, Mauro Bolognini, Bernardo Bertolucci, Andrej Tarkorvskij, Nagisa Ōshima e non solo. In teatro entra nella compagnia di Rina Morelli e Paolo Stoppa dove si esibiva il meglio del teatro italiano, poi recita per Franco Zeffirelli e Giorgio Strehler e tanti altri.
Insomma: “Ho lavorato con i più grandi” dice. Finalmente, nel 2024 è stata premiata col David di Donatello alla Carriera. Quando alla cerimonia di assegnazione le hanno chiesto se le dà fastidio essere riconosciuta sempre e solo come Pina, la moglie di Fantozzi, ha risposto: “Assolutamente no, perché essere amati non dà mai fastidio”.
Gli incontri fondamentali, i “grandi regali” della sua vita sono stati innanzitutto Fellini, che “è stato alla base del mio cambiamento di vita e mi ha sempre ispirata e guidata con i suoi consigli”. Poi Buñuel che l’ha diretta come protagonista nei suoi ultimi tre capolavori,
Il fascino discreto della borghesia, Il fantasma della libertà e Quell’oscuro oggetto del desiderio. L’incontro col maestro del cinema surrealista non poteva non avvenire anche nella dimensione onirica: “Durante le riprese del primo film, avevo comprato un libro su di lui ma non avevo osato chiedergli di firmarmelo. Era giocherellone e molto umano, ma lavorava sempre e aveva un problema alla schiena. Sogno che me lo firma e che scrive: “Siamo tutti uomini liberi”. Il giorno dopo, durante una pausa, mi faccio coraggio e glielo racconto. Don Luis mi guarda e dice: “Dovevo essere completamente ubriaco”, prende il libro e scrive: “Siamo tutti uomini cosiddetti liberi””.
Importanti anche gli incontri con Tarkovskij e Ōshima. Mi mostra un orologino che le ha regalato il regista giapponese per ringraziarla di aver recitato in Max mon amour, e che porta sempre al collo. Ma indimenticabile è quello avvenuto a Lisbona in compagnia del Marchese di Cuevas. “Eravamo a cena dopo uno spettacolo in una grande villa credo di un industriale, dove c’erano tanti ospiti di molte nazionalità. Noi della compagnia come al solito eravamo stanchi perché la mattina avevamo le lezioni, il pomeriggio le prove e la sera gli spettacoli, che in Portogallo, come in Spagna, iniziano anche più tardi. Stavo per andare via quando un signore si alza per salutarmi, e mi chiede: “Ma lei è italiana?”.
Gli rispondo che sono nata a Roma ma mio padre è jugoslavo e, dopo aver saputo che anche lui è italiano con la massima naturalezza gli domando come si chiama. Si fa un gran silenzio, questo signore mi guarda sorridendo e Orazio, il segretario del marchese, tutto sudato, mi dice: “È sua maestà il re Umberto II di Savoia”.
Non so dove andare a nascondermi dalla vergogna, sono sinceramente dispiaciuta pensando a chissà cosa possa provare un re che non viene riconosciuto da una ragazzina – dimostravo molto meno dei pochi anni che avevo. Ma sua maestà mi invita a sedere accanto a lui ed è incuriosito dal mio nome. Gli dico che mi chiamo come la regina del Montenegro ma non sono sua parente. Al che lui conferma: “Lo so bene, era mia nonna”. Mi sono profusa in scuse fino a che un uomo allo stesso tavolo mi ha detto: “Ma non si preoccupi, non si preoccupi. Piuttosto vede quella signora?”, e mi indica una donna in piedi con un vestito di pizzo nero lungo, “quella è la regina di Spagna, glielo dico perché non si sa mai…”
Gli incontri sono i regali più grandi anche della mia vita, come questo con l’incantevole Milena Vukotic, avvenuto in occasione del suo novantesimo compleanno. Cerco le persone che mi ispirano, che ammiro, che penso meritino di essere viste e ascoltate, e il mio lavoro mi permette quasi sempre di raggiungerle. A volte mi arrivano inaspettate e mi sorprendono. Ascolto con empatia le loro storie. Sono ossessionata dai ritratti perché sono fatti tanto dallo sguardo, dall’abilità, dall’etica e dall’umanità del fotografo quanto dal soggetto fotografato. Sono incontri, appunto…

