La mano arriva prima dello sguardo. L’oggetto è sul piano da un’ora e io non l’ho ancora guardato davvero, ma il braccio ha già spostato la luce nel punto in cui, su quel tipo di superficie, ha sempre funzionato. Un taglio da sinistra, basso, un pannello nero a stringere l’ombra. Lo so fare a occhi chiusi, ed è esattamente questo il problema. Il gesto è talmente sicuro che non passa più dal pensiero: la luce si posa dove si è già posata cento volte, e l’immagine che ne uscirà la conosco prima di scattarla.
Il canto delle sirene, nell’Odissea, non promette l’ignoto. Lo si dimentica sempre. Ulisse non viene tentato con il mistero ma con la cronaca: le sirene gli dicono di sapere tutto ciò che Achei e Troiani hanno patito nella piana di Troia per volere degli dei, e tutto ciò che accade sulla terra. Cantano a un uomo la sua stessa storia. Non un’altra, non una migliore: la sua, quella che ha già finito di vivere. Gli offrono la gloria già ottenuta, restituita con una voce di miele. È una lusinga rivolta all’indietro. Non chiede di andare: chiede di restare ad ascoltare ciò che si è già stati.
Intorno a loro Omero descrive un prato. Niente scogli, niente tempesta: un prato, e sull’erba un mucchio di ossa di uomini che marciscono, la pelle che si ritira sulle membra. Nessuno di quei naviganti è annegato. Si sono fermati. Hanno tirato la nave a riva per sentire ancora un poco e sono rimasti lì, nutriti soltanto dal racconto di sé, finché il racconto è bastato. Il pericolo delle sirene non è la morte in mare. È la sosta.
Chiunque faccia un mestiere che passa dallo sguardo degli altri conosce quel prato.
Il cliente che chiede una cosa come quella dell’anno scorso, perché quella ha funzionato.
Il gallerista che vuole la serie che si è venduta, l’editore che vuole il libro che i lettori hanno già amato, il pubblico che premia ciò che riconosce. E poi lo schermo, che restituisce in un secondo ciò che ha già gradito e ne chiede dell’altro, uguale, prima ancora che il precedente sia finito di guardare. Nessuno di loro è in malafede, e questo rende il canto più difficile da respingere: chiedono ciò che hanno già visto proprio perché l’hanno visto, la richiesta è sincera, la voce è di miele e conosce la nostra storia a memoria. La sirena più dolce di tutte, però, sta dentro lo studio: è l’archivio. Le immagini che hanno funzionato stanno lì, ordinate per anno, e cantano con la mia voce.
La storia dell’arte è piena di naviganti fermi sul prato, e alcuni erano immensi.
De Chirico dipinse le sue piazze metafisiche in pochi anni, prima della Grande Guerra. Poi il mercato decise che de Chirico era quello, e lui passò decenni a ridipingere le stesse piazze e gli stessi manichini, arrivando talvolta a retrodatare le tele perché sembrassero nate nel tempo giusto. Un uomo che copia se stesso su richiesta del mondo. Non è un caso isolato e non riguarda solo la pittura: ogni arte ha il suo prato, dal film girato di nuovo perché il primo ha incassato, alla mostra che ripropone la serie già premiata. Nello stesso paese, negli stessi anni, Morandi ha dipinto per quarant’anni le stesse bottiglie sullo stesso tavolo, e nessuno lo ha mai accusato di essersi fermato. La ripetizione è identica; cambia la direzione dello sguardo.
De Chirico tornava sulle piazze perché gliele chiedevano; Morandi tornava sulle bottiglie perché non aveva ancora finito di vederle. Il prato comincia quando si torna sugli stessi oggetti perché qualcuno ha applaudito.
Questa è la sfumatura della parola che scelgo di tenere. La sirena non è la tentazione del facile: il facile lo si riconosce, e ci si vergogna. Tenta con l’approvato, che ha la forma della saggezza e il suono della gratitudine. L’etimologia del nome è incerta; qualcuno lo fa risalire a seirá, la corda, e legge le sirene come quelle che legano.
Mi piace che la parola stessa non sappia bene chi è. Nemmeno loro sono rimaste uguali: uccelli con il volto di donna sui vasi greci, pesci con la coda nei bestiari medievali. Anche il simbolo della lusinga ha cambiato forma per continuare a essere guardato.
Circe, che le conosce, non dice a Ulisse di evitarle. Gli dà due rimedi diversi per due uomini diversi. Ai compagni la cera nelle orecchie: non sentiranno nulla e continueranno a remare. A lui, che vuole sentire, la corda: legato all’albero, e se implorerà di essere sciolto, i nodi andranno stretti di più. Non è un dettaglio. Circe sa che c’è chi deve attraversare il canto senza udirlo e chi deve udirlo senza poter rispondere, e che i due modi non si possono scambiare.
La cera è una scelta possibile, e la conosco. È il fotografo che non guarda cosa vendono gli altri, non legge cosa piace, lavora per nessuno. Arriva in porto, spesso. Ma non sa cosa cantavano le sirene, e quindi non sa nemmeno cosa ha rifiutato: la sua rotta è pulita e cieca. Per chi vive di uno sguardo altrui la cera ha un costo preciso. Non sentire il mercato significa non sentire neppure la persona che, dentro il mercato, stava chiedendo qualcosa che non aveva ancora visto.
La corda è l’altra strada, e da tempo è la mia. Sentire tutto, legati. Il nodo lo faccio prima di salire sul set, a mente fredda: la luce che uso sempre resta nell’armadio, l’oggetto che conosco a memoria viene fotografato dal lato che non ho mai scelto, il colore che ha funzionato l’ultima volta per questo lavoro è vietato. Sono vincoli piccoli, un po’ ridicoli, scritti su un foglio; ma li scrivo quando le sirene sono lontane. Perché quando cantano, e cantano sempre a metà pomeriggio, quando la luce comincia a funzionare, la mano andrà dove è già andata. La corda serve a questo: a fare in modo che nel momento del canto, la mano non possa girare la barra. Ulisse implorò di essere sciolto, e i compagni strinsero i nodi. Anch’io imploro, quasi ogni volta. Il foglio non cede.
Per questo numero ho costruito un’immagine con due oggetti soltanto. Un pezzo di corda con un nodo, un pane di cera d’api, il piano nudo, la luce radente da sinistra che scava la fibra della canapa e lascia la cera opaca, quasi assente. La cera prende la luce come la prende la pelle, la trattiene appena sotto la superficie; la canapa la respinge, e ogni fibra fa la sua ombra. Due materie che rispondono allo stesso taglio in modo opposto, come i due rimedi. Niente sirena, niente mare, e nemmeno Ulisse. A chi le ha attraversate, delle sirene non resta il canto: restano i rimedi. Ho lasciato molto vuoto intorno. È il prato, dopo che la nave è passata.
Kafka, in poche righe scritte nel 1917, ha rovesciato la scena. Le sirene, dice, hanno un’arma più terribile del canto: il silenzio. Davanti a Ulisse non cantarono affatto, e lui, con la cera e le corde, credette di aver resistito a qualcosa. È il rovescio che conosco meglio. Quando finalmente si fa la cosa che nessuno aveva chiesto, non c’è un canto da respingere. C’è il silenzio di chi non l’aveva chiesta: il cliente che non richiama, la serie che non si vende, la fotografia che resta nell’archivio senza applausi intorno. Quella è la sirena difficile, perché non lusinga. Tace, e lascia che sia il nostro bisogno a cantare al posto suo.
Ulisse, passato il prato, fu liberato. Aveva sentito tutto e non era rimasto. La nave teneva la rotta di prima; lui no. Aveva nelle orecchie qualcosa che i compagni non avrebbero mai avuto, e non gli serviva a niente per navigare: gli serviva per sapere da cosa si era allontanato. Nell’Odissea non si dice cosa avesse imparato dal canto, e forse è giusto così: ciò che si porta via da una lusinga rifiutata non ha la forma del sapere, ha la forma di una direzione. Il rischio del nuovo non era morire. Era restare sull’erba, con la propria storia nelle orecchie, finché la storia bastava.
Torno al piano. L’oggetto è ancora lì, la luce è nel punto in cui è sempre stata. La sposto di dieci centimetri, poi la riporto indietro, poi la sposto ancora; a un certo punto resta dove era all’inizio, ma adesso ci resta perché l’ho scelto, con il foglio dei vincoli sul tavolo e la mano che ha dovuto passare dal pensiero. Nessuno canta. Nello studio c’è il silenzio di sempre, quello che nessun applauso ha mai riempito. Lo reggo un minuto ancora. Poi scatto.
Una nota a margine
Di seguito, l’immagine n° 1 rimanda al mio primo grande successo professionale, un progetto che non ha mai però limitato la mia ricerca creativa, confinandola in un prato. Prato dal quale invece, sono poi ripartito scegliendo rotte sempre diverse, nuove e originali.
L’ immagine n° 2 rappresenta proprio ciò che ho scelto: “l’altra strada” !


