L’arte ci parla. È nata per questo, per trasmetterci messaggi, e lo fa attraverso il potente mezzo dell’emozione. Non sempre, però, questi messaggi ci giungono diretti: spesso ci mancano i codici per comprenderli, e abbiamo bisogno di conoscere il contesto in cui quell’arte è nata, per cogliere davvero la sua forza. Ma può bastare anche un semplice cenno, un invito all’osservazione formulato bene, per guardare all’arte con occhi diversi e nuovi. Servono, insomma, racconti che costruiscano interazioni genuine tra noi e l’arte. Non mere spiegazioni, ma storie che ci aiutino a immergerci nel mondo che l’ha prodotta, a coglierne il valore e soprattutto quegli elementi che la connettono a noi e ci riguardano direttamente. Così la nostra emozione sarà amplificata perché personale, sapremo costruire uno sguardo nostro sull’opera e vorremo saperne di più; e più scopriremo, più il confronto col mondo ‘altro’ dell’arte stimolerà la riflessione sul nostro mondo.
Quando si ragiona di arte, dunque, la parola è l’alleata principale e indispensabile della vista. E se la parola scritta costringe a distrarre la vista dall’opera e interrompe quell’interazione emotiva così importante, la parola udita è invece totalmente complementare. Se è la voce di una guida in carne e ossa, possiamo anche dialogare con lei, ma non sempre può essere a nostra disposizione. Però oggi la tecnologia ci aiuta. E se un racconto è costruito con cura e arte, registrato con la voce giusta e colorato da suoni e musiche efficaci, genera quel ‘fluido ascolto profondo’ che arriva dritto al cuore. E crea nella nostra mente quell’effetto immersivo che fa volare l’immaginazione con una potenza inarrivabile da altri media, e ‘fa vivere’ l’arte per davvero.
Ho sempre creduto nelle potenzialità degli strumenti sonori per la comunicazione dei beni culturali. Anche quando si diceva che l’audioguida era morta perché la si voleva infarcire di video, ricostruzioni 3D, giochi o altro. Io ho sempre sostenuto che anche un video distrae la vista, e che la vera innovazione fosse la narrazione: un racconto potente e coinvolgente, da cui non ti staccheresti più. Così ho sperimentato e guardato a chi sperimentava a sua volta. Quando poi anche nel nostro paese si sono diffusi i podcast, col gruppo Archeostorie ne abbiamo realizzati alcuni (Archeoparole, Masterpiece), anche grazie alle competenze di una di noi, Chiara Boracchi, già speaker radiofonica. E abbiamo subito capito che i podcast sono perfetti per i musei e le istituzioni culturali. Perché sono narrazioni sonore che si ascoltano in ogni momento della giornata, anche mentre si fa altro: si guida, si cucina, si passeggia. E qual è il problema principale dei nostri musei? Sono luoghi respingenti per troppe persone, specie la Generazione Z. Che però ascolta tantissimo i podcast. Se dunque un museo usa il podcast per ‘uscire’ dalle proprie mura e incontrare la gente, raccontando non già le proprie opere (che si raccontano in museo), ma quanto le opere possono connettersi con le nostre vite e aiutarci a guardarle da una prospettiva diversa, allora può incuriosire anche chi non l’ha mai considerato. Può ‘entrare’ nelle loro case e nei loro cuori come null’altro, e creare intimità e fiducia. Funziona davvero. Lo abbiamo verificato anche noi con i podcast per il Museo archeologico di Napoli e il Parco di Aquileia.
Così nel 2023 Patrizia Dragoni, storica dell’arte dell’Università di Macerata, mi ha chiesto di organizzare con lei un incontro in ricordo del suo maestro, l’economista della cultura Massimo Montella. Un grande precursore che già nel 1989 aveva usato la radio per ‘far vedere’ l’arte e narrare le sue vicende. Abbiamo raccolto un gruppo di pionieri nazionali nell’uso del sonoro per la comunicazione dei beni culturali, tutti convinti che oggi anche arte e musei debbano avere la propria voce. Eravamo ancora in pochi, ma già le audioguide stavano tornando in auge nei musei, e si facevano i primi esperimenti di ambientazioni sonore. La chiave di volta, però, era che alcuni musei avevano cominciato a investire nei podcast, e persino le aziende cominciavano a sponsorizzare podcast che parlavano di arte. Il medium, insomma, stava davvero diventando mainstream, ed era quindi il momento giusto per cominciare ad analizzarlo. Il titolo dell’incontro, L’arte che parla, è di Patrizia, ed è anche il titolo del volume pubblicato l’anno dopo: arricchito da diversi altri contributi, è diventato una rassegna ricca ed esaustiva dei molti modi in cui oggi si modulano suoni e voci per raccontare l’arte e i luoghi dell’arte. E un’occasione per riflettere su ostacoli e potenzialità, e lanciare sassi negli stagni sonori del futuro.
In questo mondo in evoluzione vorticosa, posso affermare senza indugio che è un libro ancora attualissimo. Perché non ha solo diffuso il ‘verbo sonoro’ ma ha saputo guardare lontano. E infatti oggi le ambientazioni sonore sono all’ordine del giorno nei musei, e si parla addirittura di un ‘rinascimento’ delle audioguide, da quanto sono diffuse. Sono veicolate attraverso app che consentono di condividere con i visitatori dei racconti anche prima e dopo la visita, di tarare le narrazioni sulle preferenze e le attitudini personali (si adattano anche al tuo umore, se vuoi) e di monitorare i comportamenti dei visitatori. Insomma, la tecnologia si è evoluta e utilizza a man bassa realtà aumentata e intelligenza artificiale. Ma la tecnologia è solo a supporto del racconto. Senza un racconto autentico, umano ed emozionale, l’audioguida non funziona.
Quanto ai podcast, sono diventati oramai un medium abituale nei musei, ma pochi li hanno inseriti nei loro piani di comunicazione: sono ancora strumenti accessori anziché indispensabili. E non sempre si realizzano podcast che sanno sfruttare a pieno le potenzialità del sonoro, come L’arte che parla aveva descritto. E come aveva fatto, per esempio, il podcast realizzato nel 2022 dal Museo Egizio di Torino per la mostra “Aida, figlia di due mondi”. Era un podcast molto artigianale, ma aveva usato il sonoro per narrare il making of dell’Aida e illustrare tutti i ripensamenti di Verdi: nessun altro medium l’avrebbe potuto fare. Quel progetto sull’Aida, poi, è stato veramente transmediale, cioè capace di usare ogni medium (mostre, libri, video, podcast, incontri, spettacoli dal vivo) per le caratteristiche sue proprie, al fine di raccontare una parte della genesi e della fortuna dell’Aida. Non c’era sovrapposizione tra media ma incastro, complementarità, così che alla fine il tutto diventava molto più della somma delle singole parti, e dava vita a un’esperienza complessiva veramente unica. Per gli autori de L’arte che parla, la transmedialità è il vero futuro della comunicazione.
Oggi un po’ si fa, con podcast o libri che diventano show o altro, ma ciò accade raramente nel mondo dei musei. L’arte che parla è ancora un faro che indica la via da seguire a tutti noi.

