Immaginazione e connessione hanno reso l’uomo un essere speciale

Money influence

Le corde della finanza personale

Nel mondo degli investimenti l’intelligenza non basta per superare le proprie distorsioni cognitive (Bias), serve un contesto che non lasci scampo alle emozioni.

C’è un momento, nel dodicesimo libro dell’Odissea, in cui Circe rivela a Ulisse un segreto che vale più di qualunque arma o qualunque inganno escogitato fino ad allora.
Gli dice: davanti all’isola delle Sirene non ti servirà la spada. Non ti servirà la tua proverbiale astuzia. Non ti servirà nemmeno il coraggio dei tuoi compagni. Ti servirà solo una corda, e la volontà di lasciarsi legare.
Fermiamoci un istante su questa immagine, perché è qui che comincia il nostro viaggio, un viaggio che dall’Egeo ci porterà fino alle sale operative di Wall Street, ai grafici tremolanti del marzo 2020, ai forum impazziti di Reddit nel gennaio 2021. Un viaggio che ha per oggetto una domanda semplice quanto scomoda: perché le persone più intelligenti, più preparate, più informate del pianeta continuano a perdere denaro in modo più prevedibile e scontato? La risposta non è nella loro scarsa competenza, ma altrove.
Torniamo alle sirene di Ulisse. Le sirene, nella tradizione greca più antica, non erano le creature-pesce dolci e romantiche che l’immaginario moderno ci ha consegnato.
Erano donne-uccello, abitatrici di un’isola disseminata di ossa e pelli in decomposizione, i resti di ogni uomo che le aveva ascoltato il loro canto.
Melodie canore che non promettevano piacere fisico. Promettevano qualcosa di più insidioso: la conoscenza del tutto, il sapere ciò che accadrà domani, questo cantavano. Offrivano agli uomini esattamente ciò che gli uomini bramano di più: la sicurezza, il controllo, la fine dell’incertezza.
Non è forse questo il canto che sentiamo oggi? Ogni volta che un titolo sale del quaranta per cento in una settimana e un amico o parente ci giura di aver capito “come funziona davvero il mercato”, non è lo stesso richiamo? Ogni volta che un indice crolla e una voce interiore ci sussurra che stavolta è diverso, che stavolta è la fine di tutto, che bisogna vendere prima che sia troppo tardi, non siamo attraversati dalle stesse voci?
Ulisse sapeva di non poter competere con quel canto sul piano della forza di volontà.
E qui sta il suo genio, molto più della celebre astuzia del cavallo di legno: capì che la battaglia non si vince con la sola ragione, si vince prima, quando la nave è ancora al largo e la mente è lucida. Ordinò ai suoi uomini di sigillare le orecchie con la cera d’api, loro non avrebbero sentito nulla, e dunque non sarebbero stati corrotti.
A sé stesso, invece, riservò un destino diverso e più crudele: farsi legare all’albero maestro, mani e piedi, con la richiesta esplicita che, qualunque cosa avesse detto o implorato durante il passaggio, i suoi compagni non lo sciogliessero, anzi stringessero ancora di più le corde.
Ulisse volle ascoltare il canto. Ma si preparò a non poter mai agire di conseguenza.
Qui si annida il primo grande equivoco che accompagna il mondo degli investimenti da sempre, l’idea che la disciplina finanziaria sia una virtù morale, qualcosa che alcuni possiedono e altri no. Se perdi denaro vendendo nel panico, la narrazione popolare ti dice che “non avevi abbastanza sangue freddo”. Se compri un titolo sull’onda dell’entusiasmo generale e poi vedi sgonfiarsi, ti viene detto che “avresti dovuto essere più razionale”.
La finanza comportamentale (un campo che ha meritato un Premio Nobel a Daniel Kahneman nel 2002 e uno a Richard Thaler nel 2017) racconta una storia completamente diversa. Non è una questione di carattere. È una questione di architettura cognitiva.
Il nostro cervello, lo stesso che ci ha permesso di sopravvivere nella savana riconoscendo in una frazione di secondo la sagoma di un predatore, non è stato progettato per distinguere tra un pericolo reale e uno virtuale (grafico che scende del quindici per cento in un pomeriggio), per il nostro sistema limbico, la sezione più antica del nostro cervello, quella caduta equivale a un predatore. E la risposta è sempre la stessa, incisa in milioni di anni di evoluzione: fuggi, ora, prima di pensare.
Gli economisti comportamentali hanno dato un nome a decine di queste distorsioni cognitive. La loss aversion, l’avversione alla perdita, il dolore per una perdita di cento euro è doppio rispetto al piacere di un guadagno di altrettanti cento. Non c’è simmetria, come vorrebbe la logica, ma spaventosamente sbilanciato. La Herding, l’effetto gregge, ci spinge a sentirci al sicuro semplicemente perché stiamo facendo quello che fanno tutti gli altri, anche quando “tutti gli altri” stanno correndo dritti verso un burrone. Il recency bias ci fa credere che ciò che è appena successo continuerà a succedere per sempre. Se il mercato è salito per tre anni, presumiamo salirà per sempre; se è crollato per tre mesi, temiamo non si riprenderà mai.
Non ultimo c’è l’overconfidence, la sopravvalutazione sistematica delle proprie capacità previsionali, quella che fa scommettere anche i gestori professionisti su previsioni che, statisticamente, si rivelano corrette non più spesso del lancio di una moneta.
Nessuna di queste distorsioni si cura con un corso di educazione finanziaria. Non si cura leggendo un altro libro, non si cura nemmeno diventando, come Ulisse, il più astuto degli uomini. Si cura solo con una corda e un albero maestro.

Rimaniamo ancora un po’ nell’antica Grecia e allarghiamo lo sguardo oltre l’Odissea, perché il mito greco ci offre un secondo, meno noto, tentativo di risposta allo stesso identico problema e il confronto è illuminante.
Quando gli Argonauti, sulla nave Argo, si trovarono a dover affrontare lo stesso canto mortale, a bordo non c’era Ulisse ma Orfeo, il musicista che con la sua lira era capace di placare l’ira funesta di uomini e animali, non si fece legare a nessun albero.
Non tappò le orecchie a nessuno. Scelse una strategia opposta: quando le sirene iniziarono a cantare, imbracciò la lira e suonò una musica ancora più bella, ancora più potente, capace di sovrastare e neutralizzare il richiamo mortale.
Due miti, due filosofie, entrambe valide, entrambe applicabili al mondo degli investimenti. La strategia di Ulisse è quella del vincolo esterno: costruire un meccanismo che renda fisicamente impossibile cedere all’impulso, qualunque cosa il nostro cervello urli in quel momento. La strategia di Orfeo è quella della sostituzione: non sopprimere l’impulso, ma opporgli qualcosa di più forte, di più coinvolgente, capace di occupare lo stesso spazio emotivo prima che occupi il panico o l’euforia.
Un buon piano finanziario, in fondo, ha bisogno di entrambe le anime. Ha bisogno delle corde di Ulisse; regole scritte, automatismi, un consulente che non ci lasci sciogliere quando imploriamo di farlo. Ma ha bisogno anche della lira di Orfeo; una visione degli obiettivi di vita così chiara e coinvolgente da rendere meno assordante il canto del mercato che sale troppo in fretta o scende troppo in fretta.
E arriviamo così al cuore della questione, l’astuzia non basta, l’intelligenza non è sufficiente, la conoscenza non è necessaria se non ci si affida a un intervento esterno, un contesto costrittivo capace di impedire alle reazioni emotive di prendere il sopravvento sui comportamenti.
Questa non è un’opinione, è un dato empirico misurato ripetutamente dagli studi di finanza comportamentale. Ogni anno, la società di ricerca Dalbar pubblica un rapporto (il Quantitative Analysis of investor Behavior) che confronta il divario tra il rendimento degli investitori e quello del mercato in cui quegli stessi (investitori) erano posizionati.
Il divario, anno dopo anno, decennio dopo decennio, è impressionante: non di uno o due punti percentuali, ma spesso di quattro, cinque, anche decine di punti percentuali l’anno. La causa non è quasi mai una cattiva selezione dei titoli è quasi sempre un cattivo comportamento. Comprare dopo che il prezzo è già salito, vendere dopo che è già sceso. Comprare sull’euforia, vendere nel panico, sempre sistematicamente nel momento peggiore.
Ma proviamo a snocciolare un po’ di vita reale, date precise, numeri che ancora oggi fanno impallidire chi li ricorda.

Ottobre 1987.
Il diciannove ottobre, un lunedì che la storia ricorda come Black Monday, l’indice Dow Jones perse quasi il ventitré per cento in una sola seduta, ancora oggi il crollo giornaliero più violento mai registrato su quel listino. Chi guardava lo schermo quel pomeriggio vide letteralmente svanire un quarto del proprio patrimonio nel giro di poche ore, senza una causa identificabile con chiarezza, in un’epoca in cui le notizie viaggiavano ancora lente e l’incertezza era totale. Migliaia di investitori vendettero in preda al panico proprio in quelle ore. Eppure, chi resistette, chi non toccò nulla, si ritrovò l’indice completamente recuperato nel giro di circa due anni. Chi vendette quel lunedì nero trasformò una flessione, per quanto spaventosa, in una perdita reale e permanente.

Autunno 2008.
Il fallimento di Lehman Brothers, il quindici settembre, innescò una delle crisi finanziarie più profonde della storia moderna. Tra l’ottobre 2007 e il marzo 2009 l’indice S&P500 perse oltre il cinquanta per cento del proprio valore. Le testimonianze raccolte da economisti comportamentali in quegli anni sono strazianti nella loro ripetitività. Risparmiatori che avevano investito per decenni e che nel giro di diciotto mesi videro il proprio capitale dimezzarsi. Proprio quando ci fu il punto più basso, nel momento del massimo terrore, quando i telegiornali parlavano apertamente di collasso del sistema bancario globale, gli investitori decisero di liquidare tutto per “salvare il salvabile”. Fu, con l’amaro “senno di poi” che si scoprì come il mercato avrebbe reagito negli anni a venire, uno dei più lunghi cicli rialzisti della sua storia, moltiplicando il proprio valore diverse volte nel decennio successivo. Ancora una volta, chi vendette in quelle settimane non uscì da una crisi, ma bloccò per sempre una perdita che il tempo, da solo, avrebbe sanato.

Marzo 2020.
Poche settimane, tra febbraio e marzo, bastarono perché la pandemia da Covid-19 cancellasse circa un terzo del valore dei principali indici mondiali, il crollo più rapido della storia in termini di velocità. Le sale operative, questa volta digitali e distribuite nelle case di milioni di piccoli investitori collegati da app di trading sui propri telefoni, registrarono un’ondata di vendite di panico proprio attorno al ventitré marzo, il giorno del minimo assoluto. Chi vendette quel giorno spinto dalla sensazione, comprensibile ma fallace, che il mondo economico stesse davvero per fermarsi, perse l’occasione di partecipare a uno dei recuperi più fulminei mai registrati. Nel giro di poco più di un anno i mercati avevano non solo recuperato le perdite ma toccato nuovi massimi storici.

Gennaio 2021.
Il caso opposto, ma speculare nella sua dinamica psicologica. La vicenda del titolo GameStop, gonfiato da un’ondata coordinata di piccoli investitori riuniti sui social, che ne fece impennare il prezzo di oltre il millecinquecento per cento in poche settimane. Non fu paura, questa volta, ma la sua gemella: l’euforia, il timore di restare esclusi da un guadagno facile, il celebre FOMO (Fear Of Missing Out). Molti tra chi entrò tardi, attratti dal canto opposto ma altrettanto ipnotico dell’arricchimento immediato, acquistarono ai prezzi più alti mai raggiunti dal titolo, per poi vederlo perdere oltre il novanta per cento del proprio valore nei mesi successivi.
Quattro momenti storici quattro cause scatenanti diverse, un crollo tecnico, una crisi bancaria sistematica, una pandemia globale, una speculazione social; eppure, un unico identico meccanismo psicologico alla base delle decisioni sbagliate. L’incapacità di distinguere, nel momento stesso della decisione, tra il “rumore” del canto delle Sirene e la rotta “razionale” verso Itaca.

Riavvolgiamo il nastro. Se il problema non è la mancanza di conoscenza allora la soluzione non può risiedere nell’ennesimo approfondimento tecnico, ma deve risiedere in un vincolo. Ecco, in concreto, quali sono le corde moderne a disposizione di chi vuole davvero arrivare ad Itaca.
La prima corda è un documento scritto, redatto quando la mente è lucida e il mare è calmo. Un piano di investimento (quello che i professionisti chiamano Investment Policy Statement) che fissi in anticipo obiettivi, orizzonte temporale, tolleranza al rischio e, soprattutto, le regole di comportamento da seguire prima che arrivi la tempesta. Non è un esercizio burocratico: è la cera nelle orecchie dei propri compagni di viaggio, la decisione presa da sobri su cosa fare quando si sarà ubriachi di paura o di euforia.
La seconda corda è l’automatismo. Versamenti programmati e ricorrenti (cosiddetto dollar cost averaging) che tolgono all’investitore la necessità stessa di decidere quando entrare sul mercato, eliminando alla radice il rischio di farlo guidati dall’emotività del momento. Un bonifico che parte automaticamente ogni mese non ha paura, non ha euforia: semplicemente esegue.
La terza corda è il ribilanciamento automatico e calendarizzato del portafoglio, che impone di vendere una parte di ciò che è salito troppo e di comprare ciò che è sceso troppo. L’esatto opposto dell’istinto umano, e proprio per questo strumento potentissimo di disciplina strutturale.
La quarta corda, forse la più importante, è la relazione con una figura terza, un consulente o una persona esterna al momento emotivo. Il cui compito non è prevedere il futuro meglio del cliente, ma esattamente ciò che fecero i compagni di Ulisse: restare fermi, stringere ancora di più la corda, e non sciogliere il legame nemmeno di fronte alle implorazioni più accorate, perché è stato deciso insieme in un momento di lucidità e che la richiesta di “vendere/comprare tutto” era solo quella di un uomo temporaneamente posseduto dal canto delle Sirene, non la sua volontà autentica.

L’arrivo a Itaca
Ulisse non tornò a Itaca perché era più forte delle Sirene. Non tornò perché le aveva ingannate, come aveva ingannato i Ciclopi o i Troiani. Tornò perché, prima ancora di sentirne il canto, aveva accettato una verità scomoda su sé stesso. Sapeva che nel momento del richiamo non si sarebbe potuto fidare della propria stessa volontà, e aveva costruito, in anticipo, un sistema che lo proteggesse da sé stesso.
È forse questa lezione più antica e più moderna che la mitologia greca delle sirene possa offrire a chiunque oggi gestisca i propri risparmi: il vero obiettivo finanziario non si raggiunge diventando immuni alla paura o all’euforia. Nessun essere umano lo è mai stato, e nemmeno lo sarà mai. Si raggiunge costruendo, con lucidità, mentre il mare è ancora calmo, l’albero a cui farsi legare quando il canto, inevitabilmente, tornerà a farsi sentire.
E allora, alla prossima Sirena, che canti la promessa di un guadagno facile o l’incubo di una perdita totale, la domanda giusta da porsi non sarà “sono abbastanza forte da resistere?”. La domanda giusta sarà “ho già procurato, prima di salpare, le corde che mi terranno legato alla rotta verso la mia Itaca?”.

Cristofaro Capuano
(European Financial Advisor)
Costellazione della nave Argo, Joannis Hevelii.
Joannis Hevelii: Costellazione della nave Argo, 1690 circa

Continua a leggere

Un viaggio lungo cinque anni
Antonio Caprarica
“I nostri sguardi, le nostre parole, restano il confine che di continuo cambia tra le cose andate e quelle che vengono”
Matera, la Sirena dei Sassi
Ludovica Villoresi Passi
“L’arte che si sottrae al flusso perenne per divenire forma, è ciò che opponiamo alle tentazioni del caos”
Le Sirene, Partenope, Napoli
Raffaella Bosso
“Sovente è necessario alla vita, che l’arte intervenga a disciplinarla”
Ulisse, ancora. Il mito in viaggio nei mondi digitali
Valentina Scuccimarra
“Consegnare il giorno di oggi a quello di domani custodendo la memoria delle tempeste”
I 20 anni del MUSMA (Museo della Scultura Contemporanea Matera)
Raffaello de Ruggieri
“Come un uccello di carta nel petto ad annunciare un sogno che veglia da sempre”
Ann Blyth, una magnifica sirena
La redazione
“La semplicità non è un obiettivo nell’arte”
La cera e la corda
Giorgio Cravero
“In essa è serbata ogni essenza e profumo, il sentore di canto e dolore, di vita e d’amore”
Sirene: piccola guida alla scoperta delle figlie dell’acqua
Serenella Quarello
“Un paese è una frase senza confini”
“Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell’arte contemporanea italiana”
Christian Caliandro
“Il tempo si misura in parole, in quelle che si dicono e in quelle che non si dicono”
Argonautiche
La Redazione
“Vento e terra dialogano in silenzio di incontri e di promesse”
Il canto delle Sirene e il dono del mito. Che cosa desideriamo davvero quando desideriamo qualcosa?
Cristina Dell’Acqua
“Al fondo di ogni creazione c’è sempre la nobile illusione di salvare il mondo”
Sirene. Navigare l’algoritmo e finire nella Rete
Fabio Zanino, Annalisa Gallo, Fabio Gusella
“La verità è spesso più vicina al silenzio che al rumore”
Sirene, mito o del destino dell’umanità
Vanessa Iannone
“Perchè gli uomini creano opere d’arte? Per averle a disposizione quando la natura spegne loro la luce”
Il canto delle sirene elettriche. Babel di Cildo Meireles e le metamorfosi dello sciame digitale
Donato Faruolo
“Essere rugiada e luce al cospetto di una gemma”
Il silenzio
Mariarita Faruolo
“Carezze d’acqua, di vento e di luce. Che importa il tempo, scuro o chiaro…”
Perché la fotografia è una sirena
Carola Allemandi
“La memoria è più di un sussurro della polvere…”
Una creatura che unisce il Mediterraneo ai mari del Nord: la sirena. Da Omero ai bestiari medievali
Simona Moretti
“La poesia in quanto tale è elemento costitutivo della natura umana”
Tra voluptas e voluntas: Dante, Ulisse e le Sirene.
Fjodor Montemurro
“Ogni forma di cultura viene arricchita dalle differenze, attraverso il tempo, attraverso la storia che si racconta”
Ulisse, le sirene e i vincoli della libertà
Luciano Fasano
“Immaginazione e connessione hanno reso l’uomo un essere speciale”
Le corde della finanza personale
Cristofaro Capuano
“È nel cuore dell’istante che si trova l’improbabile”
Matera città d’arte, o percorso ancora in divenire?
Simona Spinella
“Su quale capo il cielo pone la sua corona di stelle?”
“Orfeo dall’aurea lira”
La Redazione
“Le parole non sono la fine del pensiero, ma l’inizio di esso”
Le Sirene
“Sono le note, come uccelli che si sfiorano, che si inseguono salendo sempre più in alto, sino all’estasi…”
Le sirene non hanno smesso di cantare
Giuseppe D’Amico
La Federazione delle Associazioni Civiche del Sud.
Paolo Emilio Stasi