C’è stato un tempo in cui, per incontrare una Sirena, bisognava affrontare il mare, superare tempeste, sfidare divinità permalose e, possibilmente, avere Omero come addetto stampa. Oggi è tutto più semplice: le Sirene ci raggiungono direttamente sul telefono, conoscono i nostri gusti e, grazie agli algoritmi, sanno persino quale canto intonare per trattenerci qualche minuto in più. Il progresso, evidentemente, ha risparmiato loro la fatica di appostarsi sugli scogli.
Nel mito, le Sirene non seducono soltanto per la bellezza della voce. Il loro vero potere consiste in ciò che promettono: la conoscenza. Dicono a Ulisse di sapere tutto ciò che è accaduto sulla terra e lo invitano ad avvicinarsi. Non gli offrono semplicemente una bella melodia, ma la più irresistibile delle lusinghe: la possibilità di comprendere ogni cosa.
Ulisse, che è curioso ma non sprovveduto, escogita una soluzione ingegnosa. Tappa con la cera le orecchie dei compagni e si fa legare all’albero della nave. Vuole ascoltare senza cedere, conoscere il richiamo senza esserne divorato. Una scelta affascinante, anche se poco applicabile alla vita di un musicista: presentarsi a una prova legato a un albero potrebbe generare qualche perplessità nel direttore d’orchestra e, soprattutto, rendere complicato impugnare l’archetto.
Esiste però un’altra risposta musicale al canto delle Sirene. Nella tradizione degli Argonauti è Orfeo a salvarli: quando le creature iniziano a cantare, egli prende la lira e oppone alla loro voce una musica più bella. Non cerca di eliminare il pericolo né di impedirne l’ascolto. Risponde con un canto capace di orientare l’animo in una direzione diversa. È forse questa la lezione che preferisco. Alla seduzione non si resiste soltanto con il silenzio o con la rinuncia, ma anche educando l’orecchio a riconoscere ciò che merita davvero attenzione.
La musica, quando è autentica, non ci rende impermeabili ai richiami del mondo: ci aiuta a distinguerli.
Ogni epoca possiede le proprie Sirene. Alcune promettono successo immediato, consenso, visibilità; altre assicurano risultati senza studio, prestigio senza responsabilità, notorietà senza aver avuto il tempo di diventare qualcuno. Cantano tutte benissimo e, particolare non trascurabile, non sembrano mai avere problemi d’intonazione. La loro melodia è semplice: «Vieni, ti daremo tutto e subito». È un ritornello efficace, scritto probabilmente in una tonalità molto comoda e senza fastidiosi cambi di tempo.
La musica vera procede invece in modo meno spettacolare. Richiede pazienza, ripetizione, ascolto e perfino la disponibilità a sbagliare. Un’orchestra non nasce quando ciascuno cerca di farsi sentire più degli altri, ma quando ogni musicista comprende il proprio posto dentro un disegno comune. Lo sa bene il contrabbassista, abituato a vivere nelle fondamenta dell’edificio sonoro: raramente gli viene affidata la melodia capace di incantare i naviganti, ma se smette di suonare può capitare che l’intera nave perda improvvisamente profondità.
Anche nella vita artistica ho incontrato richiami seducenti e voci capaci di indicare rotte diverse. Alcune erano soltanto rumore ben confezionato; altre, invece, si sono rivelate incontri autentici. Capire la differenza non è stato immediato. L’orecchio, come il giudizio, ha bisogno di esercizio. A volte ciò che ci conquista al primo ascolto svanisce presto, mentre una voce inizialmente più discreta continua a risuonare negli anni e finisce per modificare il nostro modo di guardare il mondo.
Forse per questo il mito delle Sirene resta così vicino alla musica. Ci ricorda che ascoltare non è mai un gesto passivo. Significa scegliere a cosa concedere tempo, fiducia e spazio interiore. Ogni ascolto contiene una possibilità e un rischio: possiamo essere condotti fuori strada oppure trovare una direzione che ancora non conoscevamo. Non credo, dunque, che la soluzione sia riempirsi le orecchie di cera. Sarebbe poco elegante e, per chi fa il mio mestiere, decisamente controproducente. Preferisco immaginare che si possa affrontare il mare come Orfeo: portando con sé uno strumento, una memoria e una musica sufficientemente vera da non lasciarsi sopraffare da ogni richiamo.
Le Sirene continueranno a cantare. È il loro compito, in fondo, e non sarebbe giusto chiedere loro di cambiare mestiere. A noi resta una responsabilità più difficile: imparare ad ascoltare senza perdere la rotta, riconoscendo, fra tante voci, quella che non promette scorciatoie ma ci rende più consapevoli, più liberi e, forse, più umani.
