Le Sirene fanno la loro prima comparsa in quel clamoroso esordio della letteratura greca che sono i poemi omerici. Nel celebre passo dell’Odissea (XII, vv. 158-200) l’eroe di ritorno da Troia riesce con uno stratagemma a sventare l’insidia mortale del loro canto: ottura con la cera le orecchie dei suoi compagni e ordina loro di procedere nella navigazione; lui, invece, si fa legare all’albero della nave, raccomandando ai rematori di non scioglierlo.
È dunque il solo a poter udire la voce seduttiva delle Sirene senza gettarsi a mare e perire.
La redazione dell’Odissea si colloca allo scorcio dell’VIII secolo[1]: i pericoli, le creature mostruose, gli eventi straordinari descritti nel poema riflettono l’immaginario collettivo dei Greci che vissero in quel momento storico, plasmato dalla grande impresa della colonizzazione delle coste siciliane e dell’Italia Meridionale. La ricerca di nuove terre e il viaggio verso terre sconosciute non sono mai immuni da inquietudini e paure. Il luogo in cui Omero immagina l’incontro di Odisseo con le Sirene è stato identificato da gran parte degli studiosi con la costa meridionale della Penisola Sorrentina, un braccio di mare soggetto a frequenti burrasche, che deve essere rimasto impresso nella memoria di quanti si affacciavano sulle coste del Golfo[2].
Nel poema omerico le Sirene ci si presentano solo con il loro canto suadente, e non si fa alcun riferimento al loro aspetto; le prime rappresentazioni di questi esseri come uccelli con testa umana – secondo un’iconografia importata dal Vicino Oriente o dall’Egitto – sono attestate nell’ultimo quarto del VII secolo, ma probabilmente questa immagine si configurò già alcuni decenni prima (fig. 1)[3].
L’episodio narrato nell’Odissea termina con il passaggio della nave davanti all’isola delle Sirene, ma nell’Alessandra di Licofrone (vv. 712-732) è raccontato il seguito della vicenda: deluse per non essere riuscite a ingannare l’eroe, le tre creature si gettarono a mare in un tuffo suicida (katapontismòs). Nel punto in cui i loro corpi, portati dai flutti, toccarono la costa, nacquero centri abitati greci: le spoglie di Ligea raggiunsero le sponde della Calabria, dove sarebbe sorta Terina; quelle di Leukosia le coste della Campania meridionale, mentre Partenope approdò esanime nel Golfo di Napoli, dando vita all’insediamento che da lei prese il nome[4]. Questo racconto mitico deve avere radici ben più antiche rispetto all’epoca in cui visse Licofrone (III secolo a.C.): se ne sono riconosciute le tracce in immagini e testimonianze letterarie già dalla seconda metà del VII secolo a.C. In virtù del katapontismòs le Sirene rinacquero profondamente mutate, da esseri insidiosi a creature benevole.
Poste al limite tra il mondo umano e quello animale, divennero accompagnatrici nei passaggi più delicati della vita: per le donne, dallo stato di fanciulle a quello di spose; per i naviganti lungo le rotte marine; per tutti gli umani dalla vita alla morte.
In quest’ottica le Sirene furono progressivamente attratte nella sfera cultuale di Persefone e Demetra, divenendo nel mito compagne della giovane dea rapita da Ade.
Alla trasformazione cultuale si accompagna quella iconografica: le Sirene si femminilizzarono sempre più, dal corpo piumato emersero progressivamente busti e braccia, apparvero ornamenti e attributi, spesso connessi alla sfera muliebre, finché gli originari uccelli con testa umana (nei primi casi anche maschile e barbuta) non lasciarono spazio a fanciulle alate con zampe di uccello.
Ma torniamo alle spoglie di Partenope e all’insediamento che da lei prese il nome.
Il dato storico che si cela dietro al mito è la creazione, da parte degli abitanti della colonia greca di Cuma – la più antica tra quelle della Magna Grecia, risalente a prima della metà dell’VIII secolo a.C. – di una rete di avamposti (epineia) sulle sponde del Golfo; quello di Partenope crebbe e si strutturò tanto da assumere progressivamente l’aspetto di una città.
Fino alle soglie del secolo scorso l’ubicazione di Partenope era solo congetturale, anche se diversi antiquari la collocavano sull’altura di Monte Echia, nel comparto urbano oggi noto come Pizzofalcone [5]. Solo a partire dai primi anni del Novecento i rinvenimenti del cosiddetto “Scarico del Chiatamone”[6] e della necropoli messa in luce a via Nicotera[7], e in anni più recenti, gli scavi eseguiti sotto la direzione scientifica della Soprintendenza ABAP per il comune di Napoli, finalizzati alla costruzione della Stazione “Chiaia” della Metropolitana, hanno gettato nuova luce sulla cronologia, lo sviluppo e le interazioni commerciali e culturali del centro abitato[8].
Le evidenze archeologiche attestano una brusca crisi di Partenope tra la fine del VI e i primi decenni del V secolo a.C., cui seguì una ripresa solo a partire dalla fine del IV secolo a.C.:
il fenomeno va letto di concerto con la fondazione, sul pianoro del Pendino, di Neapolis, la Città Nuova. Quest’ultima mantenne però uno stretto legame con la Sirena Partenope, in una sorta di traslazione del culto: il suo profilo appare sulle monete in argento di Neapolis fin dalle prime emissioni, databili agli anni 470-460 a.C., e per tutta la durata della produzione della zecca neapolitana (fig. 2)[9].
Le fonti letterarie attestano inoltre la presenza in città di un luogo di culto della Sirena;
ma soprattutto riportano che nel V secolo, durante la sua spedizione a Neapolis, il navarco ateniese Diotimo istituì in onore di Partenope una corsa rituale con le fiaccole (lampadedromia), secondo il modello attico.
Queste gare erano disputate ancora nel III secolo a.C., e probabilmente una loro eco è da riconoscere nella gara con le fiaccole in onore di Augusto (lampàs Sebastoù) ricordata in un’iscrizione di età flavia proveniente dal Santuario dei Giochi Isolimpici[10].
Dopo la fine dell’Antichità, la figura di Partenope ha attraversato i secoli e mutato forma molte volte, ma è rimasta profondamente radicata nell’immaginario collettivo dei napoletani. Tra il Medioevo e l’età moderna si alternano e si sovrappongono nell’antiquaria e nella produzione artistica tre diverse figure: la donna-uccello di tradizione classica, la fanciulla con coda di pesce, secondo l’iconografia che si afferma a partire dall’Alto Medioevo, e una nuova figura di Partenope, principessa di origini sicule o greche, che giunta Napoli vi trovò la morte oppure, secondo altri, divenne fondatrice della città che da lei prese il nome[11].
In questo triplice aspetto la figura di Parthenope domina nella letteratura antiquaria su Napoli a partire dal Rinascimento, si impone nella scultura e nell’architettura della città, ispira la produzione di opere musicali, dall’oratorio composto da Domenico Sarro intorno alla metà del Seicento fino alla recentissima messa in scena, al Teatro San Carlo, della Parthenope di Ennio Morricone (2025). Anche la testa marmorea colossale rinvenuta alla fine del Cinquecento nei pressi di piazza Mercato fu subito identificata con Parthenope, divenendo uno dei simboli della città, e rinominata “‘a Capa ‘e Napule”.
Nella letteratura agiografica il personaggio della Partenope umana fu in gran parte assorbito dalla figura di Santa Patrizia, vissuta nella seconda metà del VII secolo d.C. e divenuta nel 1625 compatrona di Napoli. Entrambe fanciulle vergini, entrambe arrivate dall’Oriente via mare e approdate fortunosamente sulle coste napoletane; entrambe appaiono radicate al promontorio di Pizzofalcone e al prospiciente isolotto di Megaride, dove la Santa avrebbe fondato un oratorio insieme ad altre virtuose giovinette; secondo alcuni sarebbero state sepolte nello stesso luogo. In questo modo il mito pagano della Sirena si incanalò nella religiosità dei napoletani[12].
Anche nella street art contemporanea la Sirena è presente in molteplici forme: l’artista Trallallà ha dato vita a una ‘Sirena ciaciona’, prosperosa e seduttrice (fig. 3) ma spesso anche associata a teschi, con il monito ‘memento vivi’ (‘ricordati di vivere’); la Lilith di LSD Alisei torna invece all’iconografia tradizionale della donna-uccello. Nel 2015 e nel 2023 l’argentino Francisco Bosoletti ha dipinto in due riprese, sullo stesso muro nel quartiere Materdei, due immagini di Parthenope, una colorata e adornata di foglie e penne, l’altra in scala di grigi con ali piumate.
Come spesso accade quando un personaggio del mito diventa patrimonio comune, la sua conoscenza si sfuma e si perde in rivoli e varianti, sfociando a volte in una aneddotica un po’ ripetitiva e banalizzante. L’idea progettuale della mostra Parthenope: la Sirena e la città, allestita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dal 3 aprile al 21 settembre 2026[13], è nata proprio dall’esigenza di fare chiarezza, con un approccio rigoroso ma accessibile, sulla natura delle Sirene, sulle progressive e straordinarie trasformazioni che questi esseri attraversarono nel corso dei secoli, e sul legame millenario della Sirena Partenope con il Golfo e con la città di Napoli.
Nell’Atrio del MANN la replica della “Capa ‘e Napule” è stata posta in dialogo con una nuova Partenope realizzata a carboncino su tela dall’artista argentino Francisco Bosoletti nella settimana che ha preceduto l’inaugurazione della mostra: la Sirena è qui raffigurata come una donna alata, nel momento del katapontismos, il gesto cruciale da cui tutto ebbe inizio.




