Un paese è una frase senza confini

Frontiere letterarie

Mano aperta

A febbraio la spiaggia è il posto dei falliti.
Ci sono solo io, che sono il fallito dei falliti.
Nonno, che non è mio nonno ma il cane, arranca qualche passo davanti a me, infilando ogni poco il muso grigio nella sabbia grigia.
Grigio più grigio. Ancora più grigio.
Saranno anni che mia madre non lo porta in spiaggia. All’inizio perché lei non ce la faceva più e perché Nonno ha sempre avuto il vizio brutto di tirare il guinzaglio. Poi perché la profezia della faccia di vecchio che il cane aveva pure da cucciolo si è avverata.
Sorpresa, è invecchiato.
Dieci anni fa, quando me ne sono andato, non ci volevo credere al fatto che qui il tempo avrebbe continuato a scorrere anche senza di me. Mi sembrava tutto immutabile.
Solo Torino mi prometteva la velocità il lavoro l’amore il denaro la casa.
Quanto mi piaceva essere quello che se ne era andato e che pure quanto tornava doveva andarsene di nuovo.
Invece il tempo è passato e io sono in spiaggia a febbraio, di mercoledì, mentre un ragazzino con una protesi a forma di smartphone al posto della mano affonda le chiappe nella sedia in cui c’era la forma delle mie, di chiappe.
Fino a sei mesi fa.

Da disoccupati si vive meglio al sud che al nord.
Qui c’è il mare, almeno.

Mia madre ha ripreso le abitudini che avevamo dieci anni fa, cancellando il tempo che ho passato a mille chilometri da qui. Per lei non ho trentacinque anni ma ancora venticinque. Ci manca poco che inizi a chiedermi quando mi laureo. Se la regressione continua, a un certo punto mi imporrà di tornare a casa entro le nove e mezzo come quando di anni ne avevo quindici. Solo che a quindici anni avevo un motivo per disobbedire, adesso per carità, chi si muove dal divano.
Il motivo era Lory. Lo è stato per molto tempo, fino a dieci anni fa. Ma Lory l’ho vista ieri al supermercato. Sembrava un venditore ambulante di quelli che camminano in spiaggia sotto al sole sommersi da canotti e altre cianfrusaglie gonfiabili, solo che lei era sommersa da bambini. M’ha guardato ma non mi ha riconosciuto, eppure io non ero sommerso da niente, solo dal tempo.
Ecco il tenore degli incontri che ho fatto da quando sono tornato.

A Torino avevo Claudia, ma Claudia l’ho lasciata.
L’ho detto già, sono il fallito dei falliti.
Ho fallito persino nell’andare via.

Il sole di febbraio è tremendo perché è così pallido che le creste bianche del mare mosso lo riflettono e tutto è abbagliante. Mi devo mettere una mano sulla fronte e strizzare gli occhi per vedere quanto lontano è andato Nonno.
“Nonno, finiscila di scavare, che già così avremo tanta sabbia in casa che se passa la finanza mi chiede dove sta la mia concessione balneare!”.
Nonno manco mi sente. Anche questo l’ho già detto: è sempre stato vecchio questo cane, non mi ha mai dato ascolto. O forse è che il mare urla troppo, da giorni. C’è stata una mareggiata che è arrivata fino alla piazza e ha appiattito tutto. Ora la spiaggia è enorme e liscia come prima di piantare gli ombrelloni dei lidi.
Nonno scava con una foga che forse non ha avuto nemmeno negli anni migliori. Deve essere complicato aprire buche in questa sabbia così umida e compatta. Lo raggiungo con una corsa leggera, almeno quello ancora riesco a farlo. Correre è l’unica cosa che posso fare qui senza sentirmi uno scarto umano. Nonno vede che l’ho quasi raggiunto. Si ferma, caccia un abbaio, indica con il muso quello che stava scavando, riprende. Chissà che ha trovato. Una volta faceva così e aveva trovato una zampa di mucca, residuo di mattatoio.
Stavolta ha trovato una mano.

Le cinque dita si allargano sulla sabbia. La mano è tesa, aperta, il palmo grigio che riflette il sole pallido. Grossa, spessa, è di un uomo. Assomiglia alla mia. Nonno si è messo dietro le mie gambe, mi strofina il muso insabbiato contro i polpacci, mi spinge verso la mano come a dire “Io ho trovato questa cosa, ma ora veditela tu”.
Ma che devo fare, Nonno, che vuoi che faccia?
Questa è la mano di un morto.
L’ho già detto, questo è il tenore degli incontri che si fanno al paese.
A febbraio, in spiaggia, si incontrano i morti.

Inquadro la mano con il cellulare e scatto una foto. Poi continuo a inquadrare, registro mentre le scavo attorno. Ora è Nonno che mi guarda con un rimprovero nel muso anziano. “Guarda che avremo la spiaggia in casa per colpa tua, non mia”, gli dico. Subito mi pento di aver parlato per dire qualcosa di inutile mentre sto scavando per trovare la testa di un morto. Interrompo il video, elimino quello in cui si sente la mia voce, ne inizio uno nuovo. Le due realtà si sovrappongono, quella vera in cui scavo e quella che tutti potranno vedere, perché tutti dovranno vedere cosa ha portato la mareggiata.
Il video termina quando arrivo a scoprire la faccia del naufrago.

Mi siedo a gambe incrociate ad aspettare i carabinieri, di fianco a lui. Ha gli occhi serrati, la bocca aperta e labbra molli come quelle di un pesce. Ma lui non era un pesce perché il mare lo ha ucciso. Lo ha masticato e risputato.
Dico una preghiera con il muso di Nonno appoggiato sul ginocchio.
Non so se sono esattamente queste le parole dell’eterno riposo, ma che importa.
Se c’è un Dio mi ha capito lo stesso.
Ma forse non c’è, altrimenti questo corpo non sarebbe qui con la sabbia che gli arriva al mento come una trapunta che la mamma ti rimbocca prima di dormire.
I capelli dell’uomo sono ordinati in fitte treccine. Nel nero del’intreccio si incrosta il bianco del sale che gli si è rappreso addosso. Anche quel bianco, adesso risplende. Non so perché, ma mi convinco che io e lui abbiamo la stessa età. Entrambi abbiamo fallito nel fare la stessa cosa, penso. Stava andando via pure lui. Anche a lui, forse, piaceva l’idea di essere quello che ce la fa a scappare. Anche lui ha detto addio alla sua Lory, ha mandato a quel paese una Claudia.
Solo che io ho avuto il privilegio di essere restituito alla mia terra in maniera meno crudele. Ha fallito anche lui?
Ma no, il naufrago no.
Hanno fallito quelli che lo dovevano salvare, quelli che lo dovevano accogliere. Io, invece, ho fatto tutto da solo.
Quando Nonno mi lecca la faccia mi accorgo che mi stanno scendendo le lacrime. Non piangevo da anni.
Ecco Nonno, complimenti, grazie per avermelo fatto notare. Adesso non riesco a fermarmi più. Adesso la mia regressione è riuscita a portarmi indietro non ai venticinque, non ai quindici, ma ai cinque anni.
Ho cinque anni e singhiozzo, chiedo scusa alla mano aperta e grigia, al sale incrostato nei capelli, butto in mezzo alla risacca un sasso. Quanti altri corpi nascondi, mare maledetto, che cimitero hai sul fondo?

Ci sono volute ore, troppa gente, troppe foto, troppi microfoni.
Adesso che il naufrago non ha bisogno di nessuno, sono tutti qui.
Ora che l’aiuto non serve più.
Il corpo è stato estratto dalla sabbia, finalmente è al caldo in un sacco nero. Nonno si è rassegnato a stare al guinzaglio, è stanco pure lui.
Dove prima c’era il corpo adesso c’è un solco nemmeno troppo profondo, un letto sfatto.

Prima di andare via, mi accovaccio e imprimo lì le cinque dita della mia mano aperta.

Erica Cassano
(Scrittrice)

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