Se Matera potesse guardarsi con i propri occhi, se potesse leggere tutti gli strati di cui è fatta, forse scriverebbe di sé una storia composta di tracce, immagini, segni e arte.
Una storia senza un vero inizio né una conclusione, perché Matera ha contenuto in sé tante città e continua ancora oggi a raccontarsi, rimanendo contemporanea agli occhi di chi la guarda.
«Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole».*
Così Italo Calvino descrive la città di Zaira ne Le città invisibili. Nella sua descrizione sembra ritrovarsi Matera: una città che non nasconde la propria storia, ma la custodisce nelle forme, nelle superfci, nei vuoti e nei pieni, nelle tracce lasciate dal tempo e dall’uomo.
Matera porta con sé memorie, abbandoni, rinascite, ma anche le esperienze di chi l’ha attraversata e di chi continua a immaginarla. La sua storia non è soltanto quella degli edifici, delle architetture e delle trasformazioni urbane: è anche quella delle relazioni umane che, nel tempo, si sono instaurate tra la città e le forme dell’arte.
Nel 1987 **, nei suoi antri e tra le grotte scavate nella calcarenite, Matera si apre all’immaginazione con la grande mostra dedicata a Fausto Melotti, che lo stesso Calvino definì «acrobata invisibile». Ma il rapporto con la scultura contemporanea non nasce improvvisamente allora. Ha un precedente fondamentale nel 1978, quando il Circolo culturale La Scaletta, con Giuseppe Appella, promosse la prima delle Grandi Mostre nei Sassi, presentando undici grandi sculture di Pietro Consagra collocate tra il Sasso Caveoso, il Sasso Barisano e il Piazzale Belvedere.
Quell’esperienza segnò un passaggio decisivo. La scultura non veniva semplicemente collocata in un luogo storico: entrava in rapporto con esso, modificandone la percezione.
La dimensione contemporanea si confrontava con quella antica e lo spazio urbano e rupestre diventava parte integrante dell’esperienza dell’opera. Le sculture sembravano risuonare nel paesaggio come un canto di sirene, un invito a tornare nei Sassi e a guardarli nuovamente.
Da quella prima esperienza prese forma un percorso destinato a proseguire negli anni, trasformando progressivamente i Sassi in uno spazio privilegiato per l’incontro tra arte contemporanea e paesaggio rupestre.
Negli anni successivi altri artisti avrebbero lasciato la propria traccia nel rapporto tra opera e luogo, fino a costruire una sorta di stratificazione parallela: a quella storica dei Sassi si sarebbe aggiunta quella delle opere, delle mostre e delle interpretazioni contemporanee.
Ma Matera, prima di tutto questo, aveva già custodito una particolare vocazione all’arte.
La sua stessa conformazione sembra appartenere al gesto dello scultore, dell’artigiano, dell’incisore, del poeta. La calcarenite, scavata dall’acqua e trasformata dalla mano dell’uomo, non è mai stata soltanto un luogo da abitare, ma una superficie sulla quale il tempo ha continuato a inscrivere la propria memoria. La roccia scavata diventa così presenza, segno, forma.
È in questo paesaggio, insieme arcaico e in divenire, che gli artisti hanno trovato una possibilità e ancora la trovano: considerare Matera non come uno sfondo per l’arte, ma come parte attiva del processo creativo. Consagra, Melotti e gli altri artisti che hanno incontrato Matera hanno risposto a questo richiamo in modi differenti. Ognuno ha trovato nei Sassi un vuoto da attraversare, una superficie con cui misurarsi, una dimensione spaziale da reinterpretare, una comunità predisposta. Le loro opere hanno così stabilito con la città un rapporto nuovo, destinato a entrare nella sua memoria. Ogni intervento ha aperto una possibilità ulteriore, lasciando emergere ciò che ancora non era stato visto.
Matera sembra così appartenere a un tempo senza una vera linea di confine tra passato e presente. Ogni epoca si deposita sull’altra, la modifica, la nasconde appena, per poi riaffiorare. Il tempo, qui, non cancella: aggiunge. Chi la attraversa non incontra una città conclusa, ma una città che continua a farsi.
È forse questa la ragione per cui Matera continua a essere un luogo particolarmente fertile per l’arte contemporanea. Non perché abbia cancellato ciò che è stata, ma perché ha trasformato la propria memoria in qualcosa di ancora disponibile all’immaginazione, all’interpretazione, alla trasformazione. Matera, allora, non è soltanto una città d’arte. È una città che può essere continuamente riattivata dall’arte: un luogo nel quale ogni opera può aggiungere un nuovo livello senza cancellare quelli precedenti e nel quale ogni artista può misurarsi con una realtà che non smette di interrogare.
Forse è proprio qui che risiede la sua contemporaneità: nella capacità di trasformarsi senza perdere ciò che la costituisce, accogliendo ogni volta ciò che ancora deve accadere.
