Un paese è una frase senza confini

Frontiere letterarie

“Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell’arte contemporanea italiana”

Indagare la percezione estera dell’arte contemporanea italiana vuol dire osservare non l’oggetto in sé, ma la sua immagine: come cioè il contemporaneo italiano viene raccontato, riconosciuto, selezionato e interpretato quando è guardato da altri contesti.
La percezione non coincide necessariamente con la realtà e, nel caso dell’arte contemporanea, è il risultato di molte mediazioni da parte di mostre, istituzioni, curatori, gallerie, mercato, reti professionali, occasioni di incontro e di scambio.
Per questo la ricerca (co-promossa dalla Fondazione La Quadriennale di Roma e dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea, e pubblicata da Marsilio Arte) ha coinvolto quarantadue professionisti del sistema dell’arte: Noi nel mondo è dunque anche un racconto corale, concentrato sulle sfide che questa percezione pone e sulle potenzialità che lascia intravedere.
Uno degli elementi più evidenti è la progressiva ‘individualizzazione’ della scena: dagli anni Novanta, dopo le grandi esperienze dell’Arte Povera e della Transavanguardia, sono soprattutto le singole personalità ad aver costruito la propria riconoscibilità internazionale. La presenza tende così a diventare, per usare un’espressione emersa nell’indagine, “sfilacciata”: fatta di traiettorie individuali più che di un racconto comune.
A questo punto si pone una questione più generale: che cosa significa oggi appartenere a una scena nazionale? Gli artisti si formano, vivono, lavorano ed espongono in luoghi diversi; costruiscono reti internazionali e attraversano continuamente confini geografici e culturali. Diventa quindi sempre più difficile stabilire che cosa renda “italiana” un’esperienza artistica. È il luogo di nascita? Quello della formazione? Il luogo in cui un artista lavora? Oppure è qualcosa che riguarda soprattutto il modo in cui il suo percorso viene percepito e classificato?
Un altro tema emerso con forza è quello dell’esterofilia. Una parola che rischia di essere utilizzata in modo generico, ma che nel contesto della ricerca assume un significato preciso: la tendenza – sviluppatasi in particolare nell’ultimo quarto di secolo – a considerare ciò che viene dall’estero come più autorevole, innovativo o interessante rispetto a ciò che si produce in Italia. Mentre internazionalizzazione significa creare occasioni di confronto e di relazione, esterofilia vuol dire principalmente trasformare lo sguardo esterno in un criterio di valore. La differenza è sostanziale, perché riguarda il modo stesso in cui una scena costruisce la propria autopercezione.
Lo stesso vale per il rapporto con il mercato. Fiere, gallerie e collezionismo contribuiscono oggi in modo significativo alla costruzione della reputazione internazionale, ma visibilità commerciale e riconoscimento culturale non coincidono.
Il mercato può certamente favorire la circolazione degli artisti, ma non dovrebbe diventare l’unico filtro (quel canto di sirena …) attraverso cui una produzione viene letta e rappresentata.

***

Il problema non è soltanto essere presenti, ma essere riconoscibili. E la riconoscibilità non si costruisce necessariamente attraverso un’etichetta nazionale: si costruisce attraverso relazioni, continuità, discorso e capacità di produrre contesti.
In questo senso, è utile considerare attentamente il rapporto con il patrimonio e la tradizione. Come afferma uno degli artisti intervistati, Francesco Jodice: “In qualche modo c’è una sorta di diffrazione generazionale fra che cos’è la storia e quale è la capacità dell’arte contemporanea di entrare in relazione con essa. Questo per dire che quando si parla di artisti italiani e della loro percezione all’estero, io tenderei sempre a ribaltare il tavolo, a rovesciare la domanda: qual è la capacità degli artisti italiani di capire che cosa sono le cose del mondo in questo momento? Quali sono i grandi meccanismi segreti che in qualche modo spostano la narrazione? Di che cosa è fatta la nostra storia? Da questo punto di vista potrei dire che la domanda che a me interessa più di tutte, cioè come artista, ma anche come docente di arte contemporanea è: quale è la capacità degli artisti italiani di produrre sogni? E quale è la dimensione di questi sogni, la loro latitudine, la loro estensione?”
Questa ricerca è solo, naturalmente, un punto di partenza. Oltre che la percezione, infatti, dovremmo guardare da vicino e sforzarci di conoscere davvero, anche l’oggetto che vogliamo sia percepito all’esterno, l’oggetto cioè che sta dietro l’immagine proiettata: l’arte contemporanea italiana, soprattutto quella pensata e realizzata dalle ultime generazioni.
Il che vuol dire costruire un racconto, o magari un racconto fatto di più racconti, coerente, intelligente e – se possibile – avvincente, entusiasmante, coinvolgente, critico di ciò che accade nella nostra scena artistica.

Christian Caliandro
(Storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Professore presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze )
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