La semplicità non è un obiettivo nell'arte

Vita delle forme

Orfana

Una mia stampa alla parete, luce radente. Uno sconosciuto si è fermato a guardarla. Si avvicina di un passo, si allontana, torna. Io sono dall’altra parte della stanza, appoggiato a una colonna, in un ruolo ambiguo: come autore non mi ha riconosciuto nessuno, ma quella fotografia l’ho fatta io. Resto a mezza strada, a guardare qualcuno guardare.
Il primo incontro con quell’immagine è avvenuto altrove, settimane prima. Era cominciato da un oggetto muto sul piano di lavoro dello studio. Lo avevo davanti da giorni senza sapere cosa farmene. Poi, in un pomeriggio qualsiasi, un’idea è arrivata. Le idee non le produco, le riconosco — vengono quando sto facendo altro, mentre pulisco una lente o riordino un angolo. In quel momento l’idea si è affacciata, l’ho abbandonata, l’ho ripresa modificata, l’ho messa da parte di nuovo. Ha impiegato qualche giorno a definirsi, e nel farlo è diventata un’altra cosa rispetto al primo accenno.
Ho camminato intorno a quell’idea come si cammina intorno a un ospite timido. Sapevo che forzarla significava perderla. Ci sono idee che si lasciano addomesticare subito e altre che pretendono il tempo che pretendono — e quasi sempre quelle che valgono qualcosa appartengono al secondo gruppo. Il tempo che serve non si può affrettare, posso solo decidere se concederglielo.
Quando l’idea è abbastanza definita, si passa alla realizzazione. Qui comincia un incontro nuovo, non l’esecuzione del primo. Camera e luci trasformano l’oggetto: quello che era muto sul tavolo, sotto la luce radente rivela un graffio che non avevo visto, un riflesso che manda in crisi la composizione, una polvere che compare dove non dovrebbe. Ogni scatto è un tentativo di accordo. A volte l’accordo c’è, spesso no. Si riprende, si abbandona, si sposta una luce di dieci centimetri e tutto cambia. L’immagine finale, quando arriva, non somiglia quasi mai all’intenzione iniziale, e sarebbe un errore pretendere che lo facesse. L’idea incontra la materia e ne esce diversa.
Dopo lo scatto, altri dialoghi ancora. Scegliere una fotografia tra molte significa lasciarne morire altre, e il peso di quel gesto resta. In post-produzione insisto su un’ombra, alleggerisco un bianco, decido cosa lasciare in penombra e cosa portare alla luce. Ogni scelta è una soglia, e a ogni soglia l’immagine cambia natura in modi piccoli ma irreversibili. Poi, a un certo punto, la stampa è finita. Esce dallo studio. Da questo momento in poi, su quella fotografia non ho più alcun potere.
Lo sconosciuto nella sala non sa niente di tutto questo. Non sa dell’oggetto muto, non sa dei giorni di corteggiamento dell’idea, non sa delle luci spostate, degli scatti scartati, della soglia della post-produzione. Non deve saperlo. L’ignoranza del processo non è un difetto del suo incontro con l’immagine: ne è la condizione. Se dovesse conoscere ogni passaggio per poter guardare, la fotografia smetterebbe di funzionare come immagine e diventerebbe un documento tecnico.
C’è un’intuizione di Barthes che mi torna spesso: il dettaglio che ci colpisce in una fotografia, quello che ci fissa e ci interroga, non è quasi mai scelto dall’autore. Lo spettatore lo trova da solo, e quasi sempre è qualcosa che chi ha scattato non aveva visto. L’immagine contiene più di quanto chi la fa sappia di averle messo dentro. È una delle ragioni per cui il mestiere resta interessante anche dopo molti anni: ciò che produco sa di me cose che io non so.
L’asimmetria tra i due incontri è strutturale. Io ho conosciuto quell’immagine per strati, attraverso molti passaggi lenti, ciascuno con la sua durata. Lo spettatore la incontra in pochi secondi, una volta sola, mentre cammina da una sala all’altra.
La stampa contiene entrambi i tempi — il mio esteso e il suo fulmineo — ma non ne mostra nessuno. Mostra solo un rettangolo fermo, come se fosse sempre stato così, come se non avesse avuto bisogno di tutto quel lavoro per esistere.
C’è un altro incontro che accade più tardi, e che ha a che fare con me. Riguardando nel tempo progetti passati — cartelle, stampe di prova, immagini archiviate — l’intenzione che le aveva generate si offusca. Vedo cose che allora non c’erano, o che non sapevo ci fossero. Chi ha fatto quelle fotografie non è più esattamente me: è un fotografo più giovane, con altre ossessioni e altre priorità. Divento spettatore del mio stesso lavoro, e l’incontro si rinnova in forme che non avevo previsto. È una delle esperienze più spiazzanti che il mestiere riservi. L’immagine, una volta consegnata, non è più dell’autore né di un singolo spettatore. Vive di incontri successivi, ciascuno parziale, ciascuno con qualcun altro, ciascuno diverso da quello precedente. Benjamin chiamava aura la distanza che un’opera conserva rispetto a chi la guarda, l’unicità della sua presenza nel qui e ora.
La fotografia ha sempre avuto con l’aura un rapporto sospettoso — la sua riproducibilità sembrava farla decadere. Ma credo che l’aura riemerga proprio in questo: nell’impossibilità che due incontri con la stessa immagine coincidano davvero. Ogni sguardo che si posa sulla stampa stabilisce una distanza diversa.
Da tempo ho smesso di pensare al fotografo come proprietario delle proprie immagini.
Le custodisco per un tratto di strada, niente di più. Quando escono dallo studio le consegno — a uno spettatore, a un editore, a una parete di museo, a un archivio.
È una staffetta. Chi riceve l’immagine riceve un testimone, nel senso atletico del termine: il bastone che passa di mano, e la corsa prosegue senza di me.
Tra l’ultimo intervento in studio e il primo sguardo nella sala c’è un tempo in cui l’immagine è compiuta ma non ancora ricevuta da nessuno. È il tempo in cui decanta e diventa sé stessa, lontana sia dall’intenzione di chi l’ha fatta sia dall’occhio di chi la guarderà. Forse il fotografo lavora per quel silenzio prima ancora che per lo sguardo finale. Forse è quello il momento più vicino all’immagine che una fotografia possa avere.
Lo sconosciuto si è allontanato. È rimasto quanto basta per cogliere qualcosa, non abbastanza per sapere cosa. Non saprò mai cosa ha visto. Lui non saprà mai cosa ho costruito. Le due metà dell’incontro non si sovrappongono, e non si sovrapporranno mai: è per questo che quella fotografia esiste. Se autore e spettatore vedessero la stessa cosa, l’immagine sarebbe superflua. La sua necessità sta nello scarto. Orfana di entrambi.

Giorgio Cravero
(Fotografo)
Orfana.
Giorgio Cravero: Orfana

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