“ Una follia improvvisa prese l’incauto amante, da perdonare, certo,
se gli dèi sapessero perdonare”
Libro IV (versi 488-489) Georgiche, Virgilio.
“Orfeo dall’aurea lira” (Pindaro) è il simbolo della poesia, della parola che muove le cose, che dà ritmo, e forse un senso al mondo.
Il mito di Orfeo è però legato anche ad una tragedia: la sua poesia ammalia gli dèi degli Inferi (“E perfino le case della Morte rimasero incantate, e i recessi più intimi del Tartaro…”: Virgilio), incanta le bestie feroci (il suo canto vagheggia una mitica età dell’oro, quella in cui l’agnello dormirà con il lupo) e copre il richiamo delle Sirene, eppure vittima anch’egli di una umana fragilità, non riuscirà nell’intento di liberare la sua amata Euridice dalla morte, da quelle ombre che la(lo) affliggona. Infine il trace verrà squartato, letteralmente, dalle Baccanti che si vendicano della sua indifferenza alle leggi della vita e dell’amore.
Orfeo canta, ama, agisce, lotta e muore da solo, ma la sua lira sarà poi mutata nella più vistosa delle 88 costellazione, quella dominata dalla stella Vega e prossima alla Via Lattea, tra il Cigno ed Ercole.
“Sii oltre ogni addio, come se fosse già dietro
di te – come l’inverno che appunto se ne va.
Perché tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito
che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa.
Sii sempre morto in Euridice – innalzati cantando
e, nella pura relazione, ridiscendi celebrando!
Qui tra quelli che svaniscono, nel regno del declino,
sii risonante cristallo che già nel suono s’è infranto.
Sii – e insieme sappi la condizione del non – essere,
fondamento interminato della tua interna oscillazione –
che tu possa compierla appieno, quest’unica volta.
Alle risorse già usate, come a quelle oscure e mute
della natura ricolma, alle somme indicibili,
aggiungi con gioia te stesso, pareggia il conto! ”
Sonetti a Orfeo. Parte seconda, XIII
Rainer Maria Rilke

