Perché la fotografia è una sirena? Da donna-uccello a donna-pesce, il canto pericolosamente seduttivo di questa creatura l’ha vista muoversi da sempre sul duplice piano dell’eros e della morte.
La fotografia non canta, però possiede e crea quello che sarà lo spettro di ciascuno. Possiede, ovvero conserva; possiede, ovvero fa suo ciò che tocca in profondità.
Il rapporto della fotografia con la morte è stato affrontato ampiamente dalla letteratura di settore: tra gli esempi più noti, il Roland Barthes de “La camera chiara” (1980), il quale ci porta al cospetto della verità di sua madre bambina, trovata dall’autore francese in una fotografia sbiadita dopo la sua scomparsa.
Sull’erotismo della fotografia ha avuto modo di illuminarci con un’immagine divenuta ormai famosa ed emblematica Michelangelo Antonioni nel suo “Blow Up” (1966), in cui vediamo il protagonista Thomas (David Hemmings), fotografo di moda, ricreare quasi un vero e proprio amplesso con una modella durante una sessione di scatti in studio.
Prendendo la verità celata dall’aspetto di qualcuno, l’immagine fotografica instaura un legame ambiguo con il suo soggetto, seduttivo e spettrale; come le sirene, seduce e porta chi le si avvicina verso la propria fine.
Le sirene non sempre cantano. Nella visione di Franz Kafka, è il silenzio il vero potere di queste creature non sappiamo se sublimi o mostruose, ovvero il vuoto cui ci mettono di fronte: nel racconto breve “Il silenzio delle sirene”, infatti, lo scrittore afferma che “le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio”. Ciò che può distruggere in modo più feroce di una voce è la sua assenza, l’abbandono che costringe a scendere a patti con la sola presenza e il vuoto attorno. Anche in questi termini il profilo della fotografia corrisponde a quello della sirena: senza alcun richiamo, l’immagine si forma nel silenzio, in un atto che lascerà il coinvolto preso e lasciato immediatamente a un destino in sé già compiuto, una predizione scontata nella sua evidenza visiva, la fine del singolo dopo la più perfetta delle unioni.
La sirena può considerarsi un ponte tra la dimensione dell’umano – con i suoi desideri e pulsioni – e quella, già citata, della morte; una traghettatrice fatale che porta con sé chi le si avvicina, volontariamente o involontariamente, senza che lei vada incontro ad alcuno.
Anche nella dinamica sottesa alla realizzazione di una fotografia, tanto il fotografo quanto lo strumento tecnico che utilizza diventano l’espediente per il transito da una dimensione all’altra. Sarà anche per questo tratto della natura della fotografia, nascosto sotto la sua pelle, che in alcune culture la fotografia viene vista come pratica pericolosa, in grado di rubare l’anima al soggetto che intende immortalare (si pensi a “El abrazo de la serpiente”, film del 2015 diretto da Ciro Guerra).
Sepolti in un mare non sappiamo quanto profondo, il popolo spettrale passato attraverso il ponte muto del fotografico giace come le ossa dei marinai e dei pescatori che si sono nei secoli imbattuti in una delle più longeve figure mitologiche della nostra cultura. A sentirne forte il richiamo pare essere chiunque senta il bisogno di fare quello scatto: chiunque abbia posto il dito sul pulsante della macchina. Per questo la sirena è la fotografia in sé, e non chi ne mette in pratica il verbo; è lei a decidere i propri sacerdoti, ormai innumerevoli secondo la diffusione della tecnica.
Anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa diede spazio alla propria visione della creatura mitica nel racconto “La Sirena” (1958), in cui prende vita Lighea, la simbolica protagonista del testo. Ricordando una sua frase emblematica – “Sono immortale perché tutte le morti confluiscono in me” – risulta facile evocare il medesimo flusso di spettri che popola il sottosuolo della dimensione iconografica in cui quotidianamente ci muoviamo.
Allora, se la fotografia non può mai dirsi innocente per il semplice fatto che guardare rappresenti un atto etico in sé, e che scegliere se e cosa guardare implichi un giudizio in grado di schiacciare o deviare parte della narrazione del mondo, ecco che anche il processo complessivo della creazione dell’immagine ci sottomette al ciclo vitale per eccellenza, trascinando chi vi si concede verso il baratro di un ossario subacqueo che comunemente chiamiamo conservazione.
