L’episodio delle Sirene dal canto celestiale è indissolubilmente legato al Re di Itaca, Ulisse, figura indagata, studiata, sezionata, analizzata in tutti i modi possibili, ma a noi, in tale contesto, interessa di loro, delle donne seducenti, delle donne dalla voce irresistibile, delle creature magiche e divine che attraggono rovinosamente gli uomini.
Nella storia della filosofia contemporanea Ulisse e le sue Sirene diventano il mito di cui si servono due filosofi incredibilmente attuali che sono Horkheimer e Adorno fondatori di una delle scuole più interessanti del XX secolo ovvero la Scuola di Francoforte; nella Dialettica dell’Illuminismo, opera del 1947, Ulisse è utilizzato come prototipo dell’uomo borghese e le Sirene diventano il piacere a cui quell’uomo, perfettamente assorbito dal sistema capitalistico e produttivo, rinuncia: egli ascolta ma non può godere (tale è il patto in nome del profitto), i rematori invece sono i proletari che non possono nemmeno ascoltare, e nemmeno, con astuzia, godere del canto e non cedervi.
“Nel mito ogni momento del cielo ripaga quello che lo precede e collabora cosí a insediare come legge il nesso della colpa. A ciò si oppone Ulisse. Il Sé -(Hegel l’avrebbe chiamato Autocoscienza)- rappresenta l’universalità razionale contro l’ineluttabilità del destino.
Ma trovando egli l’universale e l’ineluttabile già strettamente intrecciati fra loro, la sua razionalità assume necessariamente forma restrittiva: quella, cioè, dell’eccezione. Egli deve sottrarsi ai rapporti giuridici che lo circondano e lo minacciano da ogni parte, e che sono iscritti, per cosí dire, in ogni figura mitica. Assolve alla norma giuridica in modo che essa perda il suo potere su di lui nell’atto stesso in cui egli glielo riconosce.
Impossibile udire le Sirene e non cadere in loro balìa: non si possono sfidare impunemente. Sfida e accecamento sono la stessa cosa, e chi le sfida è già vittima del mito a cui si espone (mi ritorna in mente il mito di Apollo e Marsia o il mito di Atteone di cui ho scritto sempre per i “Quaderni”).
Ma l’astuzia è la sfida divenuta razionale. Ulisse non tenta di seguire una rotta diversa da quella che costeggia l’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore, e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà. Odisseo si ridimensiona, la sua nave segue il suo corso fatale e prestabilito, ed egli comprende che, per quanto possa distanziarsi consapevolmente dalla natura, vi rimane, come ascoltatore, asservito.
Osserva il patto della sua dipendenza, e pur si divincola ancora, dall’albero della nave, per gettarsi nella braccia di quelle creature di perdizione. Ma ha scoperto una lacuna nel contratto, grazie alla quale, mentre adempie al decreto, nello stesso tempo gli sfugge.
Nel patto originario non è previsto se chi passa, ascolterà legato o non legato il canto.
Tale stratagemma sovverte il piano nel quale il prigioniero è ucciso immediatamente. Lasciandosi legare, Ulisse (l’illuminato) riconosce il grande potere arcaico del canto.
Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, cosí come la morte. L’ascoltatore legato è attratto dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur cedendo, non cada in loro potere. Con tutta la violenza del suo desiderio, che riflette quella delle creature semidivine, egli non può raggiungerle, poiché i compagni che remano, con la cera nelle orecchie, non sono sordi solo alle Sirene, ma anche al grido disperato del loro capitano. Le Sirene hanno quel che loro spetta, ma già ridotto e neutralizzato – nella preistoria borghese – al rimpianto di chi prosegue. L’épos non dice che cosa accade alle cantatrici dopo che la nave di Ulisse è scomparsa.
Ma nella tragedia sarebbe stata certo la loro ultima ora, come per la Sfinge quando Edipo risolve l’indovinello, eseguendo il suo ordine e cosí rovesciandola.
“Poiché il diritto delle figure mitiche, che è il diritto del più forte, vive solo dell’ineseguibilità delle loro norme. Se esse vengono soddisfatte, i miti si dissolvono fino alla piú lontana posterità. […] “ Così scrivono Horkheimer e Adorno in uno dei passi più significativi dell’opera citata. Ulisse deve costantemente rinunciare al godimento pieno, egli rappresenta, secondo i filosofi, la classe dirigente. Ulisse può permettersi il lusso dell’arte e della cultura (la voce delle Sirene), ma la sua posizione di potere lo costringe a rimanere immobile, in una immobilità forzata, di fronte ad esse.
Il suo godimento è puramente contemplativo e sterile; non può abbandonarsi al piacere perché deve mantenere il controllo del comando. I suoi compagni, i rematori con le orecchie turate dalla cera, rappresentano il proletariato e i lavoratori della società moderna.
Non devono pensare o godere dell’arte; la loro attenzione deve essere focalizzata unicamente sulla produzione e sulla fatica. Più la tecnica avanza, più il loro lavoro diventa cieco e meccanico. Rousseau avrebbe risolto la questione con la frase “il progresso è un regresso”.
La critica di Horkheimer e Adorno è radicale: la ragione occidentale, nata per liberarci dalla sottomissione alle forze della natura, magica e mitica ma anche spaventosa, ha finito per applicare la stessa logica di dominio sugli uomini.
L’astuzia di Ulisse ci dice che l’uomo occidentale ha imparato a dominare la natura interna ed esterna solo al prezzo di una totale Alienazione: il lavoratore è privato della bellezza, il padroe è incatenato al suo stesso potere, e l’intera società corre verso un progresso puramente tecnologico che ha smarrito lo scopo di rendere l’essere umano felice e libero.
Risulta stupefacente pensare che questo testo, concepito a metà degli anni quaranta del ‘900, sia così profetico e aderisca così tanto bene alla realtà dei fatti. Siamo donne e uomini felici? Siamo liberi? Sappiamo ancora riconoscere ciò che realmente è bello nel suo significato più profondo ovvero di svelamento del vero e dell’autentico?
Non credo, temo sia privilegio di pochi, quei pochi che ogni giorno devono ricordare a loro stessi di sottrarsi al sistema o almeno di preservarsi da esso, rischiando molto.
Una ulteriore riflessione la faccio a proposito dell’ultimo film di Christopher Edward Nolan: Odissea. Il regista britannico decide di tagliare alcuni passi dell’opera omerica e, come sempre, declina il testo e la storia attraverso la sua lente che non è solo quella della cinepresa.
Non sono un’esperta critica cinematografica ma la scena di Ulisse e le Sirene è proposta in modo davvero incredibile e si lega perfettamente al pensiero dei nostri filosofi; nella sequenza in cui Ulisse è legato al palo della nave noi spettatori siamo sordi come i rematori, non sentiamo nulla se non un rumore ovattato; segue il movimento di camera e ci troviamo esattamente di fronte al volto sofferente e stremato di Odisseo. E solo a quel punto arriva il frastuono, non un canto seducente ma un caos, il rumore dello svelamento, della rivelazione.
Le sirene cantano i fallimenti, i limiti, le cose perdute dell’uomo. Ulisse è il paradigma dell’umanità intera che vorrebbe controllare il proprio destino attraverso la conoscenza ed è invece condannato, come il Sisifo di Camus, a una ripetizione del gesto e a uno smarrimento in quel teatro dell’assurdo che è l’esistenza.

