Acqua: elemento liquido per eccellenza, nonché elemento d’elezione della sirena.
Non vi è corso d’acqua che non si associato a una sirena, nel senso più ampio del termine: dalle ninfe acquatiche, quali le Nereidi, nipoti di Gea, alle timide Eleadi degli stagni, fino ad arrivare alle Limniadi che popolano le acque paludose. Ma c’è un inizio, una nascita primigenia per le creature acquatiche? Forse, se diamo retta a Esiodo e pensiamo alle Oceanine, figlie di Oceano e Teti, due titani prolifici che avrebbero dato vita a tremila “figlie dell’acqua”; cantate anche da Foscolo e Carducci, si presentano come dolci e amorevoli.
“Quid sirenes cantare sint solitae?», si chiedeva l’Imperatore Tiberio guardando il mare all’orizzonte. Bella domanda. Sappiamo che le sirene cantano, lo sapeva bene Ulisse che conosceva il pericolo di quel canto, ma al contempo, aveva desiderio di comprenderlo.
Non importa che aspetto abbiano le sirene dell’Odissea, a Omero ciò che importa è la voce, che incanta, seduce, affascina fino a risultare mortale, ma è anche portatrice di conoscenze antiche. Oltre alla “voce di miele”, scopriamo che le sirene dell’Antichità avevano qualche gusto alimentare discutibile. È ancora Omero a descrivere il loro prato fiorito, disseminato di ossa bianche rosicchiate che giacciono ai loro piedi, anzi, zampe perché le sirene, all’epoca, avevano un aspetto ben diverso dalla protagonista del racconto di Andersen, scivolato poi nello stereotipo disneyano, bensì volto e petto di donna, artigli e ali di arpia.
“Nel corso del tempo, le sirene cambiano forma” ci dice Jorge Luis Borges. Infatti, proprio come il suo elemento liquido, la sirena è mutevole: ammaliatrice come la sirena medievale, la cui doppiezza, è rivelata dalla coda bicaudata che spesso appare nei capitelli romanici, un’allusione alla doppiezza femminile, quando la donna era marchiata come peccatrice, infida e legata al maligno.
Un guizzo di coda –nel frattempo, le ali lasciano il posto alla coda di pesce– ed ecco che le sirene diventano le Verdi signore dei laghi irlandesi, le Lamie spagnole, le Gwragedd Annwn gallesi, le ibride donne-foca Roane e Selkies dei mari nordici, le Vouivre e Melusine dalla coda di serpente. Spesso la sirena è associata al male e alla seduzione, descritta come colei che attrae i marinai per farli annegare, come la Lorelei della Rocca omonima affacciata sul fiume Reno o la dolce Liè, sirena del Conero, con il cuore spezzato e pronto alla vendetta. Ma come dare loro torto, le prime a essere vittime di uomini? Ma la sirena è anche pronta al sacrificio come la dolce Ondina, pazzerella innamorata del cavaliere Uldebrando o fondatrice e protettrice di una città come Partenope per Napoli.
E arriviamo alle sirene noir. La malefica Jenny Dentiverdi –uno spauracchio british creato per tenere lontani i bambini dagli stagni– è affine all’Agáyuma centroamericana dalla pelle color cannella, entrambe in attesa sott’acqua di un’ignara vittima. Anche l’Oriente pullula di sirene, nel bene e nel male. Un esempio per tutti: la sirena del folklore thailandese, Suvannamaccha, agli antipodi della Ningyo dalle fattezze scimmiesche che finisce servita su una tavola giapponese.
Alle lavandaie –motivo diffuso in tutta Europa– è toccato il ruolo di annunciatrici di morti prossime. Se doveste vederne una intenta a lavare panni sporchi di sangue presso un corso d’acqua, fate marcia indietro, al contrario, l’incontro con una Tlanchana messicana o addirittura una sirena santa come Li Ban, sono incontri propizi.
Innumerevoli poi sono i riferimenti nella pittura, nella letteratura, nella musica.
Può sembrare arduo “riconoscere” una sirena, eppure qualche segno ne svela l’essenza:
i piedi palmati, la pelle sottile, un pettine d’oro con cui ama pettinare i capelli fini e chiari. Difficile trovare un luogo al mondo in cui non esista una leggenda, un mito, avente come protagonista una sirena, pronta a incantare perché, da sempre, essa è attratta dalla terra così come gli umani sentono attrazione verso la canoscenza che Dante considera come virtù umana, e che solo Ulisse sfiorò senza appropriarsene davvero.
Che ci resta dunque se la sirena, fluviale, lacustre o marina, con un guizzo, ci abbandona a terra? Un suono remoto, una scia che si perde sull’acqua, un silenzio fatto di spuma di mare.





