Illuminare, è questo ciò che fa la poesia

Shahrazād

Sotto il lucernario

Mosse appena le orecchie, ruotandole all’indietro, e aprì gli occhi. Il suo amico stava risalendo la crêuza, su per Capo Santa Chiara, e di lì a poco sarebbe arrivato.
Si stiracchiò e spalancò le fauci in uno sbadiglio che metteva in mostra una costellazione di denti aguzzi. Poi attraversò la casa con passo sinuoso, dividendone il buio in due metà uguali.
Era poco più di un rifugio, la casa, con mobili marci, muri velati di giallo, odore di polvere e trementina. Sul tavolo i fogli a china si sovrapponevano per tentare di afferrare una forma; i pennelli, immersi in barattoli d’acqua torbida, sembravano creature acquatiche in attesa.
In una scatola di latta, i tubetti di colore, piegati su se stessi, custodivano gli ultimi resti di luce spremuta. Cataste di tele ingombravano il pavimento e macchiavano i muri, alcune appena abbozzate, altre terminate.
Si strusciò con noncuranza contro uno scaffaletto. I vinili che conteneva, già in bilico, oscillarono. Uno si inclinò sull’orlo. Louis Armstrong, Billie Holiday, Duke Ellington, con la loro etichetta rossa e blu su fondo bianco di V-Disc, restavano chiusi nel loro silenzio circolare, in attesa di un giradischi che ancora non c’era, promesse di un altrove arrivato dall’America insieme alla liberazione. La luce entrava da un lucernario in un rettangolo pallido, rischiarando a fatica quello spazio angusto, dove lavoro e vita si mescolavano senza tregua. Dal terrazzo, oltre le case ocra dai tetti spioventi, si estendeva il mare, vivo e brillante come una lastra d’argento.
In quella soffitta il mare si insinuava ovunque. Entrava dalle fessure del tetto, si infilava sotto la finestra, scivolava fra le crepe del legno e si posava sulle pareti come una carezza salata. Di notte diventava un respiro profondo, un mormorio continuo che sembrava parlare a chi aveva voglia di ascoltare. Al suo amico quella presenza costante piaceva, soprattutto quando il sonno non arrivava e i pensieri si affastellavano nella testa.
Lo sentì ora percorrere le scale ripide a pochi metri da lei e ne riconobbe l’odore ancora prima che varcasse la soglia.
«Ciacola…».
Le dita dell’uomo le sfiorarono la testa. La gatta gli si avvolse alle gambe, accogliendolo con un gorgoglìo rauco di piacere.
«Rrr-òhr… mrrr…».
Non era sempre stata lì. Un pomeriggio, uno di quelli in cui il vento spingeva l’odore del porto fin dentro le strade, qualcuno gliel’aveva messa tra le braccia, dicendo solo: «Tienila tu».
Lui l’aveva osservata da sotto le lenti nere degli occhiali. Era una figura disegnata con pochi tratti essenziali, dal corpo sottile e chiaro, estremità scure, occhi di un colore azzurro troppo limpido per essere del tutto reale. Lei, aggrappandosi al suo petto con le unghiette pungenti, gli si era stretta subito addosso, come se quell’uomo gli fosse sempre appartenuto. Da allora non si erano più lasciati.
La gatta camminò davanti a lui con la coda dritta e fremente, segnando una direzione che era insieme invito e comando. Incedeva fiera, in perfetto equilibrio tra grazia e indifferenza, come se il mondo fosse stato costruito solo per reggere il suo passaggio.
L’uomo si soffiò un alito caldo sulle mani, accese la stufa, poi posò sul tavolo l’involto che aveva con sé e lo aprì. Alla luce opaca della finestra brillò il sangue raccolto negli interstizi delle cartilagini e dei reni, della milza. Un odore ferroso si diffuse nella stanza, incontrando quello acre dei pigmenti. La gatta si strofinava sulle sue caviglie, disegnando a ogni passo cerchi a forma di otto.
«Mè-ao… Rrrr… ».
«Hai fame, eh? Anch’io».
Dispose le viscere palpitanti in una ciotola e gliela porse. Lei annusò e cominciò a inghiottire il pasto a grandi bocconi. Lui trasferì la rimanente parte in una padella e presto le frattaglie cominciarono a sfrigolare sulla fiamma, liberando un vapore denso e dolciastro.
«Questo invece è per me».
Sollevò il maglione nero e consunto e sfilò un catalogo d’arte dai pantaloni in cui l’aveva nascosto. Il nome in maiuscolo di Egon Schiele occupava gran parte della copertina.
Si sedette sul divano e lo sentì cedere sotto di lui e assumere la forma del suo giovane corpo. Si massaggiò tempie e naso segnati dalla montatura pesante degli occhiali, poi li inforcò nuovamente. Il suo sguardo sparì dietro le lenti scure, dove volentieri si ritirava.
Far arrivare il mondo un po’ attenuato glielo rendeva più sopportabile. Si mise a studiare il catalogo, mentre ingurgitava il cibo con urgenza. La gatta, satolla, si acciambellò su di lui per godere del suo calore e prese a leccarsi il pelo.
«Andiamo».
«Mrrr… Rrr-òhr… ». Lei lo seguì con passo felpato.
I pennelli lo attendevano. Si accese una sigaretta smozzicata, che durò poco. Il fumo e i solventi si mescolarono, disegnando un’aria più densa che gli graffiava la gola. Provò invano a riaccendere la sigaretta, fino a bruciarsi le dita. Imprecò e buttò giù dal tavolo bozzetti e ritagli della Sigla Effe, l’agenzia pubblicitaria per la quale lavorava come grafico da due anni.
Batté il manico del pennello contro il bordo del barattolo. «Servono soldi per fare una personale. Tanti. Ma è solo questione di tempo, Ciacola. Cominciano a notarmi. Oggi è passato Borella, alla collettiva. Verrà qui a vedere i miei quadri». Strinse il pennello fino a piegarne le setole. «Un giorno questo sarà il mio mestiere. È una certezza. Non mi interessa altro nella vita».
Prese tra le mani una tela lasciata a metà, la fissò e la dispose sul cavalletto dal lato intonso.
I primi segni di colore scivolarono sulla tela. Il tempo si distese, mentre la luce di una vecchia lampada disegnava ombre lunghe sul pavimento. L’uomo era completamente assorbito dalla pittura mentre la gatta gli stava distesa sulle spalle a mo’ di scialle, vibrando di fusa e adattandosi al movimento delle braccia del suo amico.
«Mè-ao».
Lui non si mosse.
«Mè-aooo».
«Cosa c’è? Ora non posso».
«Mè-aooo».
Lui sospirò. «Hai già mangiato. Cöse gh’ê? T’ê tutta inquieta».
La gatta scese dalle sue spalle. Appena toccò il pavimento, le zampe cedettero e il corpo si afflosciò su se stesso. Lui la prese in braccio e lei tornò vispa. Passò un minuto appena e lei volle scendere nuovamente. Fece un paio di passi e svenne ancora. Lui si alzò turbato e all’improvviso capì: la bombola in cucina perdeva e il gas stava lentamente riempendo la casa dal basso verso l’alto. Corse a chiudere la manopola, sbattendo contro tutti gli spigoli per la fretta, poi spalancò la finestra.
L’aria di mare gli venne incontro, salmastra, fredda. Più sotto, Boccadasse era un borgo in miniatura che, inconsapevole e serena, si raccoglieva nel silenzio della sera: poche luci, qualche voce lontana, lo sciabordio dell’acqua contro le barche tirate in secco.
L’uomo rimase lì, con la gatta tra le braccia. Si rese conto solo allora di essersi morso il labbro. Si passò la lingua e sentì il sapore del sangue. Lei riprese piano a muoversi, riemergendo da un sonno profondo. Appoggiò il muso all’avambraccio sinistro, vibrando in un filo di fusa ancora fragile.
«Oh, belìn… ci sei, eh».
Con una mano cercò il bicchiere e lo trovò sul davanzale. Non era rimasto che un dito di whisky ma era abbastanza per scaldargli la gola. Lo bevve fino all’ultima goccia, mentre la gatta si sistemava più comodamente contro il suo petto. Chiuse gli occhi, respirando insieme a lei. Restarono così, fermi, mentre la soffitta alle loro spalle si svuotava lentamente da quel respiro mortale. L’andirivieni delle onde, uguali e diverse, faceva loro compagnia.

Gino Paoli ha scritto decine di canzoni indimenticabili e venduto milioni di dischi in tutto il mondo. Quando la gatta morì, se la tatuò sull’avambraccio sinistro per averla per sempre con sé.

Tiziana D’Oppido
(Traduttrice)

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