Nell’Odissea, poema epico assai di moda in questi tempi per via del film di Christopher Nolan, Ulisse desidera ascoltare il canto delle sirene senza esserne catturato e distrutto.
Fa quindi turare con la cera le orecchie dei compagni di viaggio e ordina loro di legarlo all’albero maestro della nave, vietando loro di scioglierlo anche qualora, in balia del suono ammaliante delle sirene, li implorasse di essere slegato.
Il gesto contiene un paradosso destinato a diventare una potente figura della razionalità moderna: Ulisse decide deliberatamente di limitare la propria libertà, ovvero pur conservando la piena padronanza sulle proprie scelte consapevoli rinuncia almeno temporaneamente ad esercitare tale facoltà. La decisione di auto-vincolarsi, presa in anticipo rispetto al momento in cui dovrà essere osservata, protegge la sua autonomia di scelta durevole, di lungo periodo, dall’attesa pressione di una pulsione momentanea.
Il sociologo Jon Elster assume questa scena come paradigma in un suo libro di grande successo “Ulisse e le sirene”, pubblicato nel 1979 e rivisto nel 1984, cui fa seguito un altro volume sullo stesso tema dal Titolo “Ulisse liberato”.
Il primo libro è una puntuale rassegna analitica di questioni inerenti le condizioni di razionalità degli individui, secondo una traiettoria evolutive che va dalla razionalità olimpica, o perfetta, tipica della teoria economica, fino a forme di razionalità limitata, imperfetta e a questioni che sconfinano in una palese irrazionalità dei comportamenti umani. Questa approfondita analisi mette chiaramente in luce come una fondamentale capacità costitutiva della razionalità umana non consista di per sé nello scegliere mezzi adeguati ai fini, ma piuttosto nell’anticipare le condizioni in cui la scelta possa dissociarsi da una intenzionalità coerente. E allora, proprio l’immagine di Ulisse e le sirene rende chiaramente l’idea di come, talvolta, una restrizione delle alternative di scelta corrisponda a una maggiore libertà.
L’esempio di Ulisse e le sirene richiamato da Elster rinvia a un problema fondamentale della teoria dell’azione, così come della filosofia morale: la cosiddetta “debolezza della volontà”, o akrasia, cioè la possibilità che una persona agisca in contrasto al proprio giudizio migliore. Una condizione che, sia chiaro, non coincide con l’ignoranza degli esiti dell’agire: chi rinvia un lavoro importante, rompe una dieta o spende il denaro che aveva deciso di risparmiare può conoscere perfettamente le conseguenze della propria condotta.
La vera difficoltà nasce viceversa dal divario esistente tra ciò che chi agisce ritiene preferibile in una prospettiva riflessiva e ciò che, sotto l’urgenza della tentazione, finisce per fare.
Elster traduce il problema in termini temporali. Il soggetto di oggi formula un piano per il soggetto di domani, ma non può essere certo che le preferenze future resteranno ordinate nello stesso modo. L’avvicinarsi della gratificazione immediata può rovesciare la gerarchia stabilita a mente fredda.
Non occorre immaginare personalità distinte: basta riconoscere che passioni, dipendenze, paura, sconto del futuro e mutamento delle circostanze rendono instabile la relazione tra valutazione e azione fra l’oggi e un prossimo futuro. Del resto, come messo chiaramente in luce dal filosofo Derek Parfit, in un bellissimo libro intitolato Ragioni e persone, ciò che noi siamo oggi, come persone, non necessariamente corrisponde a ciò che noi eravamo tempo fa, sebbene la continuità fisica della nostra persona leghi, attraverso una successione di identità personali nel tempo, il nostro essere di oggi a quello di un giorno fa, di due giorni fa, e poi di alcuni giorni fa, fino ad arrivare a chi eravamo tempo fa. L’auto-vincolo è perciò una risposta a questa instabilità. Per trattarsi di un autentico pre-commitment deve essere deliberato in anticipo, rendere più costosa o impossibile la scelta temuta e risultare difficile da revocare quando sopraggiungono le pulsioni della passione. Depositare automaticamente una quota dello stipendio, affidare le chiavi dell’auto quando si prevede di bere, fissare una scadenza pubblica o eliminare una fonte di distrazione sono versioni quotidiane dell’albero maestro di Ulisse.
Non provano che l’essere umano sia pienamento razionale, ma mettono in luce l’esistenza di una razionalità indiretta, capace di usare un vincolo esterno per compensare un difetto interno.
Il tema della “debolezza della volontà” si inserisce nel modello esplicativo più generale che Elster costruisce intorno alla relazione tra credenze, desideri, opportunità e azioni. In forma elementare, un’azione è intenzionalmente spiegata quando appare come il mezzo scelto dall’agente, alla luce delle sue credenze e date le opportunità di cui dispone, per realizzare i suoi desideri. La razionalità richiede però più della semplice coerenza soggettiva fra desideri e azioni: le credenze dovrebbero essere sostenute dalle informazioni disponibili, i desideri non dovrebbero essere prodotti da processi distorsivi e l’azione dovrebbe essere adeguata agli scopi.
L’akrasia rompe il passaggio dalla valutazione all’esecuzione. L’agente crede che una condotta conduca meglio al fine desiderato e, in una condizione autoriflessiva che precede la scelta effettiva, in cui è capace di osservare in maniera relativamente distaccata le conseguenze delle sue possibili scelte, la preferisce. Tuttavia, nel momento preciso della scelta, sa che potrebbe agire diversamente. L’auto-vincolo interviene allora ridisegnando l’insieme delle azioni disponibili. In buona sostanza, funziona come una tecnologia della scelta: invece di confidare nella forza di volontà futura, il soggetto trasforma l’ambiente nel quale quella volontà dovrà operare al fine di favorire la scelta nella direzione giusta.
Qui emerge una distinzione decisiva. Un comportamento localmente non ottimale, come rinunciare oggi a una possibilità, può essere globalmente razionale se rende più probabile il conseguimento di un obiettivo stabile. Ma non ogni restrizione è razionale, né ogni desiderio di lungo periodo merita automaticamente di prevalere.
Il vincolo può poggiare su credenze errate, come una diagnosi esagerata della propria debolezza, o su preferenze destinate legittimamente a cambiare. La teoria dell’auto-vincolo non offre quindi un elogio indiscriminato della disciplina del proprio carattere: obbliga viceversa a interrogarsi sull’identità di chi lega, di chi viene legato e di chi giudica il risultato. La logica dell’auto-vincolo in ragione della debolezza della volontà acquista forza nell’ambito della teoria costituzionale. Una comunità politica può predisporre regole più difficili da modificare della legislazione ordinaria, separare i poteri, affidare decisioni a organi indipendenti, riconoscere diritti sottratti alle maggioranze contingenti e imporre procedure aggravate di revisione.
In questa prospettiva, la costituzione di un regime democratico è un meccanismo con cui il popolo si protegge dalle proprie future passioni: panico, desiderio di vendetta, entusiasmo plebiscitario, persecuzione delle minoranze o ricerca di vantaggi immediati a scapito dell’equilibrio durevole. Per dirla con un felice adagio di Friedrich von Hayek, “una costituzione null’altro sarebbe se non un vincolo che Pietro quando è sobrio impone a Pietro quando sarà Ubriaco”.
Tuttavia questa stretta analogia fra logica dell’auto-vincolo e assetti costituzionali, nel libro “Ulisse liberato”, pubblicato nel 2000 come seguito di “Ulisse e le sirene”, viene significativamente rivista. Elster perviene, infatti, a mettere in luce anche le possibili differenze tra pre-commitment individuale e costituzionale. Un individuo può essere considerato, con cautela, lo stesso soggetto nei due momenti. Ma una società, che è composta da più persone, ovvero gruppi e generazioni differenti, nel corso del tempo non è certo dotata della stessa continuità. Il “popolo” che approva una costituzione oggi non coincide con il popolo ipoteticamente ancora vincolato di alcuni decenni dopo.
Ed è qui che il passaggio da “Ulisse e le sirene” a “Ulisse liberato” diventa teoricamente più fecondo, oltre che straordinariamente attuale. Una costituzione può essere auto-vincolo, ma può anche essere un vincolo imposto da alcuni ad altri.
Una maggioranza costituente può sottrarre determinate politiche alle maggioranze future; una generazione può limitare quelle successive; gruppi economicamente o politicamente dominanti possono costituzionalizzare i propri vantaggi; poteri pubblici possono limitare cittadini che non hanno partecipato alla decisione originaria.
Il linguaggio del “legarsi le mani” rischia allora di nascondere una relazione di potere.
Una possibilità che, guardando a quanto accade oggi in gran parte delle liberal-democrazie del mondo occidentale, dall’Europa agli Stati Uniti, assume il significato di una premonizione.
La differenza è sostanziale e le sue straordinarie implicazioni morali sono chiaramente visibili. Nell’auto-vincolo, chi accetta il costo e chi dovrebbe riceverne il beneficio sono, ipoteticamente, lo stesso agente. Nel vincolo imposto agli altri, costi e benefici possono distribuirsi tra soggetti diversi. Una clausola che protegge la libertà di parola limita il legislatore futuro per salvaguardare anche dissenzienti e minoranze: il vincolo possiede una giustificazione pubblica.
Una regola che rende quasi intoccabile un’autorità politica, invece, può presentarsi come garanzia di stabilità, pur trasferendo il costo di una disciplina sostanzialmente autoritaria su gruppi, attori politici e sociali concorrenti, che si trovano all’opposizione. Questo problema, molto attuale nel panorama politico di oggi, non si risolve contrapponendo costituzionalismo (vincoli) e democrazia (libertà, magari popolare). Senza vincoli, la volontà popolare rischia di consumare le condizioni della propria esistenza, abolendo opposizione, informazione libera e alternanza. Con vincoli eccessivi, invece, la costituzione può trasformarsi in vuoto, rendendo quasi impossibile correggere errori o rispondere a mutate condizioni economiche e sociali.
La buona architettura costituzionale deve perciò combinare stabilità e capacità di apprendimento. I vincoli costituzionali, le procedure deliberative condizionate, i controlli reciproci, e così anche i diritti e le garanzie costituzionali fondamentali assicurate in una democrazia ai cittadini, sono più difendibili quando non congelano i rapporti di forza a favore di una parte politica, ma preservano le condizioni di una decisione futura libera da parte di tutti. Un vincolo democratico dovrebbe rallentare la passione senza rendere eterna la volontà del costituente; richiedere ragioni pubbliche senza sostituire definitivamente i cittadini; proteggere chi rischia di essere escluso senza rendere irresponsabile chi esercita il controllo.
L’immagine di Ulisse e le sirene ci insegna che essere liberi non significa essere sempre sciolti da vincoli. E insegna perciò che la libertà può aver bisogno di forme, vincoli, tempi e resistenze. Ma il punto fondamentale è chi possiede la corda?
La debolezza della volontà spiega perché individui e collettività possano desiderare limiti alle proprie opzioni. Ciò non basta, però, a legittimare ogni limite, così come l’assenza in certi casi di limiti di ogni tipo. Tra il canto delle sirene e l’albero maestro si apre uno spazio propriamente politico:quello nel quale razionalità, potere e responsabilità devono essere valutati insieme. E questo è un aspetto fondamentale che concerne il buon funzionamento di una democrazia (costituzionale, non popolare) sul quale nel prossimo futuro sarà bene tornare a riflettere.
