Poche figure dell’immaginario occidentale hanno avuto una storia lunga e mutevole quanto la sirena. La sua rappresentazione come splendida donna con la coda di pesce, creatura marina capace di sedurre i naviganti con il suo canto, diventata familiare attraverso la letteratura, l’arte e il cinema, non è quella delle origini. La sirena è stata oggetto infatti, nei secoli, di straordinarie trasformazioni, nelle quali miti greci, interpretazioni cristiane, testi “naturalistici”, folklore popolare e immagini artistiche si sono continuamente intrecciati.
Nell’Odissea di Omero (composta probabilmente tra VIII e VII secolo a.C.) le sirene appartengono a un mondo diverso da quello delle fiabe moderne. Quando Ulisse si avvicina alla loro isola, Circe lo ha avvertito del pericolo: il loro canto è come suono di miele e dopo averne goduto si conoscono più cose, ma nessuno è mai sopravvissuto a quell’esperienza. Ulisse vuole sentire quella voce, senza cadere vittima però dell’incantesimo, per questo, su suggerimento di Circe, ordina ai compagni di tapparsi le orecchie con la cera e si fa legare all’albero della nave. Può così ascoltare il canto senza abbandonare la rotta.
È un episodio diventato proverbiale, eppure già nell’antichità le sirene non avevano un significato univoco. In Platone (V-IV secolo a.C.), per esempio, esse compaiono nel celebre mito di Er, narrato nella sua opera Repubblica, e non sono più assassine dei marinai, bensì creature cosmiche che cantano insieme ai movimenti delle sfere celesti. Le loro voci contribuiscono a formare un’armonia universale.
Anche l’aspetto fisico delle sirene appare mutevole nel tempo, ma una caratteristica rimane costante: si tratta di essere ibridi. Nella tradizione greca queste creature erano in parte donne e in parte uccelli, dotate di ali e artigli. Poi, progressivamente, esse perdono le ali e diventano donne-pesce. La prima descrizione ad oggi nota di questa versione pisciforme si può leggere nel Liber monstrorum, testo risalente al VII-VIII secolo d.C. e scritto in ambiente anglosassone, forse da attribuire ad Aldelmo abate di Malmesbury.
Il cambiamento, va precisato, non è soltanto estetico. Nel Medioevo la sirena entra in un nuovo sistema di interpretazione, quello della cultura cristiana. I testi dei Padri della Chiesa e, soprattutto, i Bestiari trasformano gli animali reali e fantastici in strumenti per parlare dell’uomo, del peccato e della salvezza. La sirena diventa così una personificazione della tentazione e della lussuria. Il suo canto e la sua musica rappresentano le lusinghe del mondo, dei desideri che allontanano dalla virtù e possono condurre alla rovina. Essa seduce i marinai e ne determina la morte. Il mare stesso assume un valore simbolico: è lo spazio dell’incertezza, dell’instabilità e della perdita di controllo; la nave che devia dalla rotta diventa l’immagine dell’uomo che si lascia trascinare dalle proprie passioni.
Nel corso del Medioevo, questa creatura fantastica, che si riteneva davvero esistente, è rappresentata e descritta in numerose varianti: donna-uccello, donna con coda di pesce e artigli di falcone, donna-pesce con una, due o anche tre code. Nel periodo romanico (XI-XII secolo) ebbe particolare fortuna la sirena bicaudata, che apre due code di pesce ai lati del corpo e le stringe con le sue mani. Queste varianti, a cui se ne aggiungono altre (la sirena con in mano un pesce o uno specchio, con una corona in testa, allattante eccetera), dimostrano che non esisteva un unico modello rigidamente stabilito: gli artisti e i committenti potevano adattare l’immagine alle esigenze narrative e simboliche del luogo.
In ogni caso la sirena medievale, come essere ibrido, è una creatura ambigua: appartiene contemporaneamente al mondo umano e a quello animale, all’acqua e alla terra, alla vita e alla morte. Non sempre, tuttavia, la sua presenza ha un significato esclusivamente negativo. Alcune raffigurazioni sono state interpretate in senso positivo o comunque più complesso. Per esempio, essa può simboleggiare il mare o l’acqua più in generale, indicare mondi lontani ovvero i limiti della terra abitati da esseri mostruosi, ma anche avere solo funzione decorativa e quindi nessun significato. La collocazione dell’immagine, il rapporto con altre figure e il programma iconografico possono modificare profondamente il senso della creatura. Il simbolo non può essere letto automaticamente come semplice personificazione della lussuria, d’altronde è rischioso attribuire alle immagini medievali un significato unico e immutabile.
Esiste pure, lo confermano le fonti scritte, una sirena compassionevole, che va in aiuto ai marinai, e deve la sua origine a una forma di sincretismo con divinità acquatiche del mondo celtico e germanico, quindi dei mari del Nord. Forse l’analogia con la figura mitica di Morgana, sorella di re Artù (sovrana delle acque, capace di volare e con il dono della profezia), potrebbe aver spinto verso una concezione più benevola della nostra creatura. Nel corso del tempo si assiste così ad una sua progressiva umanizzazione, che comporterà una certa confusione con Melusina, donna serpente.
La sirena, che unisce il Mediterraneo ai mari del Nord, sopravvive al Medioevo e, attraverso i secoli, giunge sino alla nostra contemporaneità. Proprio una Sirena bicaudata è stata installata dall’artista Vincenzo D’Alba sulla facciata del Palazzo della Prefettura di Matera in occasione della cerimonia di apertura di Matera 2026 Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo (20 marzo). Quest’opera ne evoca un’altra: la sirena bifida che, un po’ rovinata dal trascorrere della storia, appare sulla facciata del Duomo medievale della città.
Allora, come ora, e indietro nel tempo fino ad immergerci nel mito antico, la sirena continua a sedurre e a raccontare le società che cambiano e reinterpretano le immagini in uno scambio, ovvero un “dialogo”, senza fine.



