Un canto della Gerusalemme Liberata, il XIII, si apre con un’immagine tetra, spaventosa, quella di una selva inquietante che sorge non lontano dalle tende cristiane:
Sorge non lunge a le cristiane tende
tra solitarie valli alta foresta,
foltissima di piante antiche, orrende,
che spargon d’ogni intorno ombra funesta.
Qui, ne l’ora che ‘l sol più chiaro splende,
è luce incerta e scolorita e mesta,
quale in nubilo ciel dubbia si vede
se ‘l dì a la notte o s’ella a lui succede. (GL XIII 2)
Si tratta di un luogo-limite, un luogo che catalizza fin da subito tutte le fantasie lugubri del lettore, prima che i personaggi ne facciano esperienza diretta.
Il mago Ismeno, per impedire all’esercito cristiano di trarre dal luogo il legname necessario per le proprie operazioni militari, vi si reca e lancia un terribile maleficio:
– Udite, udite, o voi che da le stelle
precipitàr giù i folgori tonanti:
sì voi che le tempeste e le procelle
movete, abitator de l’aria erranti,
come voi che a le inique anime felle
ministri sète de li eterni pianti;
cittadini d’Averno, or qui v’invoco,
e te, signor de’ regni empi del foco.
Prendete in guardia questa selva, e queste
piante che numerate a voi consegno.
Come il corpo è de l’alma albergo e veste,
così d’alcun di voi sia ciascun legno,
onde il Franco ne fugga o almen s’arreste
ne’ primi colpi, e tema il vostro sdegno. –
Disse, e quelle ch’aggiunse orribil note,
lingua, s’empia non è, ridir non pote. (GL XIII 7-8)
I demoni infernali, invocati dopo un complesso rituale, entrano dunque ad abitare in quei tronchi. Chi si troverà al loro cospetto avrà esperienze terribili. I primi saranno i fabbri, inviati dal generale cristiano, Goffredo:
Vanno costor su l’alba a la foresta,
ma timor novo al suo apparir gli arresta.
Qual semplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbia presenti,
o come pave ne la notte ombrosa,
imaginando pur mostri e portenti,
così temean, senza saper qual cosa
siasi quella però che gli sgomenti,
se non che ‘l timor forse a i sensi finge
maggior prodigi di Chimera o Sfinge. (GL XIII 17-18)
Un timore insolito (“novo”) li colpisce, e, per raccontarlo efficacemente, Tasso ricorre all’immagine del bambino che ha paura di guardare lì dove teme di trovare i suoi mostri, nel buio dell’indistinto, come indistinta e intricata è la foresta, dove tutto può essere, tutto può accadere. I fabbri “immaginano”, come i bambini, i peggiori mostri e temono qualcosa di indistinto, di non reale e non concreto, ma non meno terrificante, proprio perché la paura fa vedere, sentire, percepire con i sensi, ovvero in forma allucinatoria, dei prodigi più spaventosi dei mostri stessi. Questo passaggio di Tasso è un breve ma intenso compendio psicologico che rende manifesta la grandezza di questo poeta.
Molte pagine sono state scritte sulla lettura psicanalitica di questo episodio, che in effetti parla a tutti e a tutte le epoche: quante volte abbiamo sentito parlare dei nostri mostri interiori, dei fantasmi della mente, della paura come ciò che è immaginazione, più che realtà? La foresta di Saron è un’allegoria del potere negativo della nostra mente: ognuno vedrà, per via dell’incantesimo, quanto di più inquietante abita negli abissi delle proprie più recondite e censurate fantasie, nei propri ricordi peggiori, nei propri traumi.
Dopo diversi tentativi fallimentari di appropriarsi del legname, è la volta del valoroso Tancredi, che colpisce un cipresso e vede subito stillare del sangue: è quello di Clorinda, la guerriera che ha appena ucciso in battaglia, scoprendo troppo tardi che si trattava della donna che amava, e battezzandola in punto di morte. Ancora una similitudine torna utile a Tasso per evidenziare questo paradossale stato allucinatorio dovuto agli incanti di Ismeno:
Qual l’infermo talor ch’in sogno scorge
drago o cinta di fiamme alta Chimera,
se ben sospetta o in parte anco s’accorge
che ‘l simulacro sia non forma vera,
pur desia di fuggir, tanto gli porge
spavento la sembianza orrida e fera,
tal il timido amante a pien non crede
a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.
E, dentro, il cor gli è in modo tal conquiso
da vari affetti che s’agghiaccia e trema,
e nel moto potente ed improviso
gli cade il ferro, e ‘l manco è in lui la tema.
Va fuor di sé: presente aver gli è aviso
l’offesa donna sua che plori e gema,
né può soffrir di rimirar quel sangue,
né quei gemiti udir d’egro che langue. (GL XIII 44-45)
Il sogno dell’infermo, il sogno delirante o alterato, è simile a uno stato allucinatorio.
Col secondo condivide il potere immaginativo della mente, che, seppur minimamente consapevole che ciò che il soggetto sta percependo non è reale, induce a vivere comunque come concreta quella esperienza e produce effetti reali.
La paura di Tancredi è vera, e si esprime come fuga, come ghiaccio e tremore che prendono possesso del suo corpo, perché ancora vivo è il trauma della morte di Clorinda, il suo fantasma più potente e il suo dolore più recente. La mente è potentissima, e spesso domina, con la propria proiezione, la visione del mondo del soggetto, ricompone la realtà, riplasmandola, non di rado, in negativo. Le metafore di ogni giorno ce lo raccontano, ci raccontano che “la mente gioca brutti scherzi”, che “è tutto nella nostra testa”, che pensando “ingigantiamo il problema”, che “ci stiamo creando dei film”, che “bisogna guardare in faccia alla paura”.
Forse la storia del mago è un pretesto: l’incantesimo di Ismeno fa da innesco al risveglio di traumi e mostri già presenti e pronti a dominare la mente dei soldati.
Il punto più affascinante di questo passo tassiano, sul quale possiamo ancora riflettere, sta nel dimostrare che l’immaginazione e la paura sono dei creatori di mostri e fantasmi di gran lunga più potenti della magia stessa.

