La magia e la filosofia hanno una lunga tradizione di dialogo, dai presocratici a Platone, dai filosofi rinascimentali all’idealismo magico di Novalis senza dimenticare, naturalmente, Nietzsche; questa tradizione affonda le radici nell’essenza intima del pensiero filosofico stesso poiché, al di là dell’etimo stretto, mi piace pensare che il termine magia sia riconducibile al verbo immaginare, creare immagini che poi altro non è che creare idee.
Eppure la parola magia risuona dentro di me in un modo singolare, un modo che mi riporta a Lisbona, in una caffetteria storica in compagnia di un uomo qualunque, con gli occhiali e la fronte alta, un uomo solo e molti uomini insieme.
Fernando Pessoa è stato un mago, ha creato mondi d’incanto, leggere le sue parole significa passeggiare nello spirito dell’uomo e perdersi in sentieri familiari, la stessa creazione dei suoi “eteronimi” è una sorta di operazione alchemica di cinquecentesca memoria, la parola è la pietra filosofale che trasforma l’uno nei molti. Gli eteronimi non sono pseudonimi, nomi diversi per la stessa personalità, Kierkegaard era il maestro degli pseudonimi, gli eteronimi sono personalità diverse di poeti assolutamente completi, individui sacri, unici e irripetibili.
Alberto Caeiro è il maestro, il poeta della natura ; Ricardo Reis è il medico classicista e stoico; Alvaro de Campos è un ingegnere futurista, modernista e nichilista e poi c’è il semi-eteronimo Bernardo Soares, l’impiegato tormentato, l’autore del Libro dell’inquietudine. Una “moltiplicazione” dell’io che racconta visioni del mondo a volte divergenti, altre volte in conflitto; tanti sono gli eteronimi, tante sono le possibilità esistenziali e poetiche, possibilità che recano in sé stesse quel dramma profondo dell’indecisione, del pentimento, della solitudine, del “punto zero” come diceva il Kierkegaard di cui sopra.
Il Libro dell’inquietudine è forse, o almeno lo è per me, il libro più magico del “poeta fingitore” (titolo di un famoso componimento che io definisco una sorta di abracadabra poetico), un’opera incompiuta, un frammento che si fraziona e si moltiplica.
“Ho concentrato e limitato i miei desideri, per poterli perfezionare meglio. Per arrivare all’infinito, e credo vi si possa arrivare, abbiamo bisogno di un porto, di uno soltanto, sicuro, e da lì partire verso l’Indefinito. Oggi sono un ascetico nella mia religione di me stesso. Una tazza di caffè, una sigaretta e i miei sogni sostituiscono bene l’universo e le sue stelle, il lavoro, l’amore e perfino la bellezza e la gloria. Quasi non ho bisogno di stimoli. L’oppio ce l’ho nell’anima. Che sogni ho? Non lo so. Mi sono sforzato per arrivare ad un punto dove non sappia più a cosa sto pensando, cosa sogno, cosa vedo in visione.
Mi sembra di sognare sempre più da lontano, di sognare sempre di più il vago, l’imprecisato, ciò che non è possibile vedere in visione. Riguardo alla vita non faccio teorie. Se è bella o brutta non lo so, non penso. Ai miei occhi è dura e triste, con intervalli di sogni deliziosi. Che mi importa cosa è per gli altri? La vita degli altri mi serve solo per vivere nel mio sogno quella che mi sembra si adatti bene a ciascuno di loro”.
Siamo nella prefazione e già si delinea il primo mondo, quello di una tazza di caffè di cui si percepisce il profumo e di una sigaretta che arabesca nell’aria e sostituisce il cielo delle stelle mobili. Ci sono dei momenti nei quali il libro ci racconta Lisbona e ci racconta Bernardo, uno che sembra starci seduto di fronte a dirci, come diceva Guccini: “…non la vedi, non la senti oggi la malinconia?…” Da Lisbona a un altro luogo che è un luogo altro: “…Sulla stessa registrazione di un tessuto che non so cosa sia mi si aprono le porte dell’Indo e di Samarcanda, e la poesia della Persia, che non è né di questo luogo né di un altro, fa delle sue strofe, prive di rima al terzo verso, da distante sostegno alla mia inquietudine. Ma non mi sbaglio, scrivo, addiziono, e la scrittura procede, eseguita come di solito da un dipendente di questo ufficio…”
E’ nella lingua persiana che rintracciamo l’origine del termine Mago, uomo che sta in contatto con l’assoluto, uomo che purifica, uomo grande capace di moltiplicare la sua grandezza, uomo che parla con i morti e nella morte rinasce : “…A me, quando vedo un morto, la morte sembra una partenza. Il cadavere mi dà l’impressione di un abito abbandonato. Qualcuno se n’è andato e non ha avuto bisogno di portare con sé quell’unico abito che indossava…”
Io di Pessoa ho amato e amo questa incredibile capacità di scrivere una cosa apparentemente semplice ma i cui riverberi si espandono in modo imprevedibile per noi, assolutamente calcolati per lui. In Bernardo-Fernando c’è una magia totalmente interiore, una “metafisica della frammentazione” dove l’esistenza banale di un uomo non banale, semmai qualunque, viene nobilitata e resa infinita dal suo sentire e dal fingere di essere altro da sé. La vita così diventa una malinconica opera d’arte.
Il tema del sogno è l’ossatura della poesia magica di Pessoa, nel Libro dell’Inquietudine la dimensione onirica è la sola salvezza, una sorta di formulario magico :“…Io non ho fatto altro che sognare. È stato questo, e solo questo, il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra vera preoccupazione se non la mia vita interiore. I più grandi dolori della mia vita si attenuano quando, aprendo la finestra che dà dentro di me, posso dimenticare me stesso alla vista del suo movimento.
Non ho mai preteso di essere nient’altro che un sognatore..”; l’universo intero può essere contenuto in un tram, in una piazza, in un caffè e Bernardo Soares è il demiurgo che plasma questo mondo esterno fatto di simboli profetici e occulti.
La straordinaria capacità di Pessoa sta nel suo essere in grado di fornirci una chiave interpretativa, una “Stele di Rosetta” grazie alla quale la lingua poetica dei suoi sogni e dei suoi mondi diventa anche la nostra lingua, magari inespressa, magari intuita ma totalmente nostra; moltiplicare noi stessi per esistere, ex-sistere, stare fuori : “…Viviamo quasi sempre fuori da noi, e la vita stessa è una continua dispersione…”
C’è un’ultima citazione che rappresenta, a mio modo di sentire, tutta la forza profonda di questo poeta, intellettuale, uomo, mago, una citazione che racconta tutta la potenza della parola e il suo mistero: “…furono dati sulla mia bocca i baci di tutti gli appuntamenti, sventolarono nel mio cuore i fazzoletti di tutti gli addii…”.
In questi versi, tratti dal Poeta è un fingitore, abbiamo la possibilità di rileggere romanzi, rivedere film, contemplare ancora dipinti, ammirare sculture, incontrare donne e uomini che hanno popolato la nostra vita reale e mentale, ecco, io penso che esattamente in questo potere evocativo della parola sta la magia della vita e dell’uomo. In questa arte occulta, Fernando Pessoa è stato Paracelso.

