Quando pensiamo alla magia, noi moderni abbiamo subito in mente gli spettacoli scenografici di prestigiatori e illusionisti che praticano effetti coreografici in esibizioni artistiche di grande impatto emotivo. Nei secoli passati, però, la magia aveva significati più profondi, poiché era considerata un insieme di pratiche esoteriche e occulte che pretendevano, pur in modo irrazionale, di penetrare e modificare la natura e i fenomeni da essa prodotti. Si trattava, insomma, di qualcosa di più grande dell’umano, e che avvicinava l’uomo alla potenza del divino. Mago, del resto, significa “grande”, dalla radice sanscrita ma-h-ati che ritroviamo anche nel greco μέγας, e μάγοι, ossia Maghi, erano chiamati i sacerdoti orientali (come i Magi che vennero ad adorare il Cristo bambino), figure a metà tra medici, interpreti dei sogni e negromanti.
Nella prospettiva cristiana su cui poggia l’interno impianto della Divina Commedia, i maghi sono collocati tra i dannati nel quarto fossato delle Malebolge, in compagnia degli indovini: nel canto XX dell’Inferno il poeta avvista famosi veggenti dell’antichità (Anfiarao, Tiresia, Euripilo e Manto, la fondatrice di Mantova, a cui, in onore del mantovano Virgilio, vengono dedicate diverse terzine) ma anche indovini a lui contemporanei, tra cui il calzolaio Asdente, ma soprattutto Michele Scoto, attivo alla corte di Federico II.
La loro colpa consiste nella pretesa di anticipare il futuro e di sostituirsi a Dio, unico Essere che conosce il prima e il poi; per contrappasso tutti loro, a cui Dante non concede mai la parola, sono costretti e procedere in avanti ma con la testa volta completamente all’indietro, una visione che deturpa in maniera orrenda il corpo umano e per cui Dante mostra una certa pur commiserevole ripugnanza (Inf. XX, vv. 19-24).
L’insieme di questi peccatori ci induce a credere che Dante intendesse per magia soprattutto l’astrologia. Considerando che l’astrologia non era (e non lo sarà per tutto il Rinascimento e oltre) sinonimo di paganesimo né tanto meno di negromanzia, ma piuttosto si qualificava come uno studio scientifico che oggi noi chiameremmo astronomia (termine mai usato da Dante), in cosa allora consisteva il suo peccato? Non si regge forse tutta la Commedia sul complicato sistema gerarchico di cieli, congiunture astrali, movimenti planetari e intelligenze angeliche? Cosa c’è di sbagliato, dato che, come si legge nello Pseudo-Tolomeo, omnia huius mundi celestibus obediunt formis? Condannare l’astrologia come pratica magica non suona come un paradosso, dato che l’anonimo autore del Picatrix, un famosissimo libro di magia diffuso a partire dal Trecento, chiosava: radices magice sunt motus planetarum?
La risposta va ricercata nell’ordine provvidenziale entro cui Dante colloca il mondo.
La magia è condannata perché tutto ciò che eccede il volere di Dio (si ricordi Ulisse e il suo “folle volo”) non è ammesso: Tommaso d’Aquino, Goffredo di Viterbo e Alberto Magno esplicitavano che la pratica magica implicava una cooperazione con forze demoniache per sovvertire l’ordine naturale o indagare ambiti sottratti alla competenza dell’intelletto umano. Ecco perché maghi, indovini e astrologi divinatori scontano la medesima punizione. È pur vero che i santi compiono gesti miracolosi, ma il discrimine tra un santo e un mago/taumaturgo è definito dalla Grazia divina, che interviene affinché i santi possano compiere azioni al di là delle facoltà umane (si pensi al racconto della disputa tra san Giacomo e il mago Ermogene nella Legenda aurea). La magia è peccato perché assurge a pretesa di conoscere ciò che sarà, rappresenta una limitazione alla libertà dell’uomo, è una offesa al libero arbitrio che il Creatore, pur assegnando a ciascuno di noi talenti e inclinazioni personali attraverso le intelligenze angeliche, ci ha comunque lasciato.
Gli uomini, in virtù del possesso dell’anima razionale e della volontà, non sono sottoposti in maniera deterministica al movimento degli astri: le stelle predispongono le nostre vite solo per aliud e per accidens, per dirla con Tommaso d’Aquino, ossia non in maniera assoluta e coercitiva (Dante lo ribadirà nel famoso discorso di Marco Lombardo nel XVI del Purgatorio). L’astrologia, intesa come scienza degli influssi celesti, era dunque ben diversa dall’usurpazione dei poteri divini e dall’alleanza con il demoniaco sottesa alle pratiche magiche dell’arte divinatoria.
Si giustifica in tal modo il violento rimprovero che Virgilio rivolge ad un Dante quasi pietoso verso gli indovini: (Inf. XX, vv. 27-30):
Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
Immaginare questa veemente reazione del suo duca serve forse al poeta fiorentino per sconfessare la fama di mago che circondava nel Medioevo la figura di Virgilio (su cui il Comparetti pubblicò una corposa e ad oggi insuperata monografia); è pur vero che nell’inferno dell’Eneide non figurano maghi e indovini, ma le pratiche magiche sono ben descritte, ad esempio, nell’epilogo della storia di Didone (Aen. IV, 493: magicas invitam accingier artes), e tutta l’Ecloga VIII è una sequela di incantesimi amorosi. È curioso poi che nel canto IX dell’Inferno (vv. 22-27) Dante abbia inventato di sana pianta, certo ispirato dal libro VII della Pharsalia di Lucano, l’episodio in cui Virgilio racconta di essere stato costretto dalla maga Eritto a scendere nel fondo dell’Inferno per evocare un’anima dannata.
È chiaro che il passo, non molto amato dai critici e considerato piuttosto una certa caduta di stile del poeta, se ha la funzione narrativa di presentare un Virgilio ben esperto dei luoghi infernali che va mostrando al suo pellegrino, mira soprattutto a sottolineare la profonda distanza tra magia e profezia: Virgilio può essere stato strumento di magia, ma il viaggio di Dante non nasce da arti magiche, bensì da una precisa volontà dell’Onnipotente che ha concesso al poeta il privilegio di visitare i tre regni oltremondani e di assumere addirittura le vesti di vate per l’umanità intera (Par. XVII, vv. 127-142).
Alberto Magno e il suo allievo Tommaso d’Aquino, fonti filosofiche e dottrinali di Dante, ritenevano che, oltre ai profeti biblici, anche ad altri uomini potesse essere concesso il dono della profezia, soprattutto come deterrente al disordine sociale (il libro dei Proverbi XXXIX, 18 recita infatti: cum prophetia defecerit, dissipabitur populus). E se Dante riconosce il ruolo profetico di uomini come Gioachino da Fiore, è su di sé che il poeta sente la responsabilità di una missione rilevatrice dei destini del mondo.
Profeta, dunque, e non mago. La distinzione era ben chiara a Dante, meno ai suoi contemporanei, per cui spesso bastava avere fama di scienziato o di poeta per sentire il proprio nome associato alla magia. Era noto che Dante possedesse anche una profonda conoscenza dei fenomeni naturali: l’ultima conferma si era avuta con la sua conferenza veronese nota come Quaestio de aqua et terra che il poeta tenne nella chiesa di Sant’Elia nel gennaio 1320.
Forse anche per questo egli fu convocato a Piacenza in qualità di esperto di magia da Galeazzo Visconti nel settembre di quell’anno: per persuadere un tale Matteo Cagnolati a costruire una statuetta magica per attentare alla vita del pontefice Giovanni XXII, i Visconti, stando ad un documento dell’archivio vaticano, gli dissero di aver convocato magistrum Dante Aleguiro de Florencia per compiere il sortilegio. Dai verbali non è noto in realtà nessun coinvolgimento del poeta, e forse la storia era solo un pretesto avanzato dai Visconti per ottenere la collaborazione del Cagnolati. Ad ogni modo possiamo esser certi che Dante non avrebbe mai acconsentito a praticare la stregoneria.
Orbene, se la magia, intesa soprattutto come pratica divinatoria, è fermamente condannata da Dante, non possiamo ignorare come la Commedia sia da un lato intrisa di elementi soprannaturali, dall’altro pervasa di cifre, simboli, rispondenze e richiami interni, collocati con una simmetria così studiata che non può risultare fortuita e che ha contribuito ad alimentare il filone dell’interpretazione esoterica del poema e della affiliazione del suo autore ad una setta misteriosa (la narrativa contemporanea ci ha ricamato sopra: si pensi a romanzi come l’Ultimo Catone di Matilde Asensi, che ha inventato un Dante appartenente agli Staurophylakes, i protettori della Croce, con la cantica del Purgatorio disseminata di indizi cifrati per trovare luoghi segreti della Terra).
Il meraviglioso dantesco, bisogna precisarlo, non è mai “magico”, come per l’Ariosto, né perversamente demoniaco, come per il Tasso, ma semmai mitologico o fiabesco; nondimeno nel poema pullulano prodigi, apparizioni, visioni, presagi, profezie tanto che il lettore ha sempre l’impressione di navigare in un mondo incantato, in cui succedono fatti extra-ordinari rispetto alla realtà: si pensi ad esempio a come il corpo di Dante possa attraversare a velocità impressionante le sfere infuocate dei cieli del Paradiso e rimanere illeso. Ad ogni modo, ciò che più affascina il lettore moderno e avvicina la Commedia ad un testo esoterico, credo sia la corrispondenza silenziosa di numeri e cifre che va al di là della semplice aderenza al gusto medievale per la numerologia.
Tutti ricordano che il canto VI di ogni cantica è il canto di argomento politico: dalla Firenze di Ciacco nell’Inferno, l’orizzonte si estende all’Italia di Sordello nel Purgatorio per poi abbracciare l’Impero universale nel dialogo con Giustiniano nel Paradiso. Questa è, si badi bene, sola la punta dell’iceberg. Basti qui riportare due esempi.
Il primo riguarda il numero degli interlocutori di Dante pellegrino: 30 nell’Inferno, 22 nel Purgatorio e 14 nel Paradiso, numeri simbolici e in progressione aritmetica con ragione 8, che è il numero della Resurrezione e delle beatitudini. Il 22 simboleggia la alteratio, ossia il movimento e il passaggio, e ben si addice ai purganti temporanei del Purgatorio (non è un caso che Dante cominci il suo viaggio quando il Sole sorge nel 22° dell’Ariete e la Luna sia agli antipodi nel 22° della Libra), mentre il 14 è il doppio del 7, il numero del mistero. Altro esempio è il nome di Maria: la Vergine Beata è collocata in rima non a caso proprio 8 volte (le beatitudini), mentre 12 (numero della perfezione ordinata e del compimento storico salvifico) sono le rime contenenti perifrasi a Lei riferite (12 volte rimano anche sia stelle sia Intelletto).
È chiaramente un disegno intenzionale e che non risponde ad una concezione ludica o tanto meno magica e occulta del numero: ciò che oggi può sembrare misterioso era per il Medioevo un modo normale di rappresentare l’ordine dell’universo. I numeri non servono a esercitare poteri, né a prevedere il futuro o a condizionare il destino, ma esprimono la razionalità divina, trasformata da Dante in forma poetica.
Per questi suoi affascinanti e più reconditi aspetti, il poema andrebbe letto e studiato più volte durante la nostra vita. Non è un caso che la Commedia sia stata proclamata il 30 aprile 1921 dal papa Benedetto XV il “quinto Vangelo”: opera di un uomo ispirato da Dio, ma altresì racconto che ci fa penetrare nel mistero più grande, quello del senso dell’esistenza e degli irriducibili e imperscrutabili meandri dell’animo umano.
Come scrisse Giovanni Pico della Mirandola: “quello che il mago fa con la sua tecnica, la natura compie naturalmente facendo l’uomo”. È qui che risiede tutta la magia della Divina Commedia.

