“Tutto quello che si fa dalli scienziati imitando la natura, o aiutandola con l’arte ignota, non solo alla plebe bassa, ma alla comunità degli uomini [appare] opera magica. Talché non solo le predette scienze, ma tutte l’altre servono alla magia. Magia fu d’Archita fare una colomba che volasse come l’altre naturali, e a tempo di Ferdinando Imperatore in Germania fece un tedesco un’aquila artificiosa e una mosca volare da se stessa; ma finché non s’intende l’arte, sempre dicesi magia; dopo è volgare scienza.”
Tommaso Campanella, ne Il senso delle cose e della magia, ci racconta di un tempo, il Rinascimento, in cui, accanto alla riscoperta delle humanae litterae, le macchine volanti rubavano il mistero del volo dalle ali degli uccelli e gli orologi intrappolavano la magia dello scorrere del tempo. Un tempo in cui la natura iniziava ad essere addomesticata, sezionata, emulata, e la stampa imprimeva l’avvenire. Nei cinque secoli che ci separano dal filosofo calabrese l’uomo si è fatto neoclassico, poi romantico, avanguardista, e ancora, rivoluzionario, industriale, consumista, fino a liquefarsi.
In questa melma di umori e malumori che è la società mi trascino a fatica per via dei pochi appigli stabili. Talvolta, presa dalla stanchezza, mi abbandono e vedo la superficie allontanarsi. Quelle volte è inutile limitarsi a galleggiare su verità gonfiabili, tutto quello che si può fare è lasciarsi andare, abbracciare il proprio peso specifico ed esplorare i fondali. Lì, sola, nel silenzio e nel buio, lei mi viene incontro per consolarmi e guidarmi, con fare deciso e rassicurante ed io non ho più paura, nemmeno della morte, perché so che quando verrà, avrà i suoi occhi.
Occhi di donna, di madre, di figlia e di sorella. Occhi gravidi di vita e di saperi ancestrali. Occhi che scrutano e indugiano gentili sulla miseria che li sfiora e passa accanto, continuamente. Occhi che si spalancano quando si direbbe meglio non guardare e si chiudono quando tutti gli altri li sgranano ipnotizzati. Occhi che galoppano sull’orizzonte e si offuscano sotto una luce al neon.
Questi occhi guardano altrove, nei bordi bianchi e nelle insenature, alla briciola sul tavolo o all’ultimo della fila di cui qualcuno si è dimenticato. Guardano oltre la punta dei piedi, vi scavano al di sotto, addentrandosi nel terreno per cavare delle radici e prepararci uno speciale decotto che, bevuto, permette di rimanere ancorati alla realtà, qualsiasi cosa accada. Sono occhi che non hanno bisogno di lenti ausiliari, né di filtri, di schermi o specchi, perché una volta catturata un’immagine l’affidano ai fotoni e lasciano che le particelle di luce trasportino con sé per anni il ricordo di quel tramonto visto in riva al mare.
Anche se provassi a svuotarmi le tasche nella speranza di risalire in superficie, sarebbe inutile. In questo pantano la spinta di Archimede dipende dalla capacità di discernere, non dalla densità, più il discernimento è forte, più si è schiacciati dal peso delle scelte consapevoli e si va a picco, e viceversa.
E difatti quelli che erano macigni nelle mie tasche li vedo innalzarsi sulla mia testa come fossero palloncini. Rigonfi di dispositivi tecnologici, farmaci, soldi e tutto ciò che in superficie modella le nostre schiene ricurve, ora eccoli volare via. Qualche metro più giù intravedo il delinearsi del suo volto, non più solo occhi, ad accompagnarli una bocca color ciliegia che accenna un sorriso. Verrà la morte, e avrà la sua bocca.
Una bocca che sa quando parlare e quando tacere, che non ha bisogno di urlare uno slogan per far sentire al mondo di avere una voce. Una bocca con delle labbra spaccate da ingiurie e dicerie che vanno in giro poggiandosi sulle bocche altrui tentando di impollinarle. Contiene una lingua che si è assottigliata nel tempo a furia di pesare parole su parole. Sotto il loro peso la lingua si è fatta carta, per tenere impresse formule magiche, poesie e racconti sull’umano e il divino. Nell’ugola un uccello chiuso in gabbia le permette di cantare alla luna e al sole e far dormire i bambini. Molti hanno provato a strapparle baci con la promessa di una guarigione e molti altri hanno provato a cucirle la bocca perché timorosi di sentir pronunciare il loro nome.
Il suo respiro non conosce confini ed è denso di significati, tanto da poter demolire un edificio in cemento con un solo soffio. Non mangia per sopravvivere ma per curare le ulcere che si è procurata a furia di mandar giù mode e standard che la società le propina. Non so dirvi quanto tempo trascorro lì giù, ma so che più mi dilungo più ho voglia di restarci.
Così senza più oppormi alla corrente decido di aiutare il mio inabissarmi, inizio a nuotare per scendere ancor di più, anche se è buio e non so cosa mi aspetta. So però cosa lascio, e soprattutto che qui non sono sola, c’è lei che mi tende una mano, contenta del mio cambio di rotta in un moto di caduta libera così, anche se la vedo sempre meno so che c’è. So che verrà la morte, e avrà le sue mani.
Non è una mano particolarmente grande ma sembra infinita. Sembra estendersi per chilometri frastagliati, come attraversati da catene montuose e parti collinari più dolci in cui perdersi. Condivide con i piedi la memoria dei suoli che ha attraversato, le impronte digitali paiono venature di foglie e i calli insediamenti rocciosi.
Ma non pensiate che stia descrivendo un mostro mutante, le dita a dire il vero sono affusolate e agili, vedeste come intrecciano l’erba e come impastano il pane!
I polpastrelli soffici come quelli di un gatto le permettono di atterrare sempre in piedi sulle emozioni di chi ha dinanzi e le unghie sono affilate quel tanto che basta a squartare il velo di Maya. Anche se a pensarci bene una stranezza c’è: il pollice è lungo quanto le altre quattro dita. Non riesce infatti a chiudere la mano in un pugno, mi chiedo sempre se riesca ad usare un telefono.
Inizio quasi a sentirmi a casa in questo fondale che non sembra avere fine. Quello che sembrava un freddo e impervio buco nero di domande su di me e sul mondo mi è familiare, ha lo stesso sapore di un buco nello stomaco. Non so dove porta ma voglio attraversarlo perché anche se non avrò mai le risposte, almeno mi sarò posta le domande.
Lassù non riesco a sentire la mia voce né tantomeno posso perdere tempo dietro a inutili fantasie. Inizio a pensare di voler passare la vita in apnea, anche se questo dovesse voler dire rimanere qui, in questo limbo sconosciuto dove è relegata da secoli anche lei.
Non chiedetemi il suo nome, né come sia fatta, vi ho già condiviso tutte le informazioni in mio possesso. So solo che la chiamavano “masciara” e che quando verrà la morte, avrà i suoi occhi.



