“Ah! Com’è dolce il sapore del caffè!
Più dolce di mille baci,
più dolce di un vino moscato.”
[da “la Cantata del caffè” di J.S.Bach]
La cantata Schweigt stille, Plaudert Nicht (‘Fate silenzio, non chiacchierate’) BWV 211, composta tra il 1732 e il 1734 e più nota con il titolo di Kaffeekantate ( Cantata del caffè ), è un componimento di dimensioni ridotte, sia per la sua struttura (che prevede l’alternanza di recitativi, arie e un coro conclusivo) sia per il carattere a tratti drammatico che la contraddistingue, di Johann Sebastian Bach.
Lo straordinario compositore tedesco (Eisenach 1685 – Lipsia 1750) che nella sua opera immensa si era dedicato all’assimilazione (e a volte, all’appropriazione e all’adattamento…) dei modelli stilistici e delle forme espressive più mirabili del suo tempo, fondendole con una concezione astratta delle strutture musicali, fortemente caratterizzata in senso matematico (con l’elaborazione di complesse forme contrappuntistiche), mai si era però cimentato con il genere operistico.
In questa cantata [1], la nuova moda di recarsi ai Caffè, che cominciava a diffondersi come per magia nella società settecentesca di Lipsia, viene ironicamente tratteggiata sullo sfondo di una vicenda familiare. L’usanza, di antiche origini arabe, di gustare la deliziosa e allora molto costosa bevanda, iniziò a circolare nelle principali capitali europee (Vienna, Parigi e Napoli) sin dai primi anni del Settecento, dapprima tra le élite nobiliari e in seguito nella borghesia.
Nei paesi di lingua tedesca, tutto ebbe inizio nel momento in cui i Turchi, ritirandosi dall’assedio di Vienna, lasciarono alle truppe dell’impero asburgico alimenti, bestiame ed una ragguardevole quantità di sacchi contenenti chicchi di caffè. L’entusiasmo improvviso per questa nuova pregiatissima e aromatica miscela, condusse molti a un uso eccessivo e sregolato, e presto recarsi nei Caffè venne ritenuto dai più conservatori una cattiva usanza, poiché favoriva incontri promiscui fuori dalla tutela familiare. Ma la verità invece, era che il caffè cominciava a diventare la principale alternativa alla birra (il cui consumo procurava i più sostanziosi introiti!) procurando naturalmente comprensibili malumori.
A Lipsia, il primo caffè fu aperto nel 1685 (lo stesso anno in cui nacque Bach…), e lo Zimmermannsches Kaffeehaus dal 1723 si consacrò nel tempo, come il principale luogo di ritrovo in cui si esibiva settimanalmente il Collegium Musicum, uno dei migliori ensemble amatoriali della città costituito dagli studenti dell’Università di Lipsia, e diretto a partire dal 1729, proprio da Bach. Fu probabilmente in tale contesto che il compositore scrisse la Cantata del caffè.
Suddivisa in dieci movimenti, è per tre parti vocali solistiche: un tenore (nel ruolo del narratore), un basso (Schlendrian) e un soprano (Liesgen). L’organico strumentale comprende un flauto traverso, due violini obbligati, una viola e il basso continuo.
La successione dei movimenti è tipica della cantata da camera italiana: con arie intonate da Schlendrian e altre due a Liesgen, e quattro recitativi (tra cui uno introduttivo e uno finale).
Nel finale dell’opera, appare un terzetto definito “coro” (termine che ricorreva già frequentemente nei brani operistici dello stesso periodo), ed è l’unico momento in cui tutte le voci e gli strumenti dell’orchestra si esibiscono assieme ed è anche la parte in cui viene rivelata la morale della cantata, ovvero: è del tutto inutile proibire alle giovani come Liesgen di seguire la moda dell’amato del caffè, dal momento che pure le madri e le nonne ne erano ormai divenute convinte sostenitrici!
E tu quale versione preferisci?
Bach – Ei! Wie schmeckt der Coffee süße from Cantata BWV 211 | Netherlands Bach Society
J.S. Bach – Ei! Wie schmeckt from the ‘Coffee Cantata’ BWV 211 performed by Ensemble Échos
[1] – Il testo della cantata è del poeta e librettista tedesco Picander (1700-1764), pseudonimo di Johann Heinrich Henrici, autore di vari libretti musicati da Bach.
La storia narrata è quella di Herr Schlendrian (nome traducibile con ‘routine’, ‘tran-tran quotidiano’), padre conservatore e burbero che, brontolando come un “orso mangiamele” (ein Zeidelbär) rimprovera la figlia Liesgen (Lisetta) per il suo vizio di bere caffè.
La ragazza , dinanzi alla minaccia del padre di impedirle il matrimonio, si arrende a malincuore alla richiesta di smettere. Il testo messo in musica da Bach contiene però un’aggiunta finale (forse per mano dello stesso compositore): Liesgen fa diffondere, all’insaputa del padre, la voce che il suo futuro sposo dovrà impegnarsi (inserendolo per iscritto nel contratto nuziale…) a concederle la libertà di prepararsi il suo amato caffè a piacimento!
