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Dal terrore alla narrazione: il caso Bataclan nel percorso generativo del senso

Il seguente abstract presenta l’elaborato di tesi di laurea magistrale in Semiotica, conseguita dalla studentessa materana Mariarita Faruolo presso l’Alma mater studiorum – Università di Bologna. Il lavoro è frutto di un periodo di ricerca svolto al laboratorio multidisciplinare PhiléPol dell’Universitè Paris Citè di Parigi diretto dal professor Juan Alonso Aldama.

Dal terrore alla narrazione: il caso Bataclan nel percorso generativo del senso

“Soltanto in una società vedova del collettivo e della Storia siamo così singolari e così limitati a noi stessi”, lamenta Carrère nel tentativo di ridare dignità a “fatti individuali di vita e di morte” che spesso finiscono con lo scivolarci addosso come uno dei tanti post sul web. Lo scrittore ci restituisce con occhio critico la cronaca del processo ai responsabili degli attentati che il 13 novembre del 2015 hanno invaso la vita di Parigi, dal Bataclan, ai bistrot fino allo Stade de France.
Quello stesso anno aveva visto un primo attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, scrivendo una pagina di terrore che è il frutto di un lungo dramma sociale irrisolto.
Eventi che hanno segnato una frattura nella percezione della sicurezza mondiale e la continua esposizione al tema ha fortemente ri-significato le identità europea e islamica.
Ad oggi, tra momenti di calma apparente, retoriche del dolore, usi e abusi della memoria storica e difficoltà nel ritrovare quel senso di collettività citato poc’anzi, gli atti violenti si ripresentano. Il terrorismo ha saputo adattare il suo linguaggio al passare del tempo e il linguaggio della guerra è in continua evoluzione. Ho approfondito nel mio lavoro di tesi le strategie comunicative di un fenomeno in cui ciascuno ha un ruolo influente, non solo l’attentatore, ma anche lo Stato, centrale nella definizione del trauma, e l’altra grande istituzione dei giorni nostri, i media. La scelta del caso studio è ricaduta sul Bataclan perché coglie appieno alcuni dibattiti attuali: ci racconta dei concetti di paura, incertezza, normalità, dello scontro tra culture distanti e della difficile integrazione.
Il quadro teorico di riferimento è eterogeneo e si serve della semiotica, in particolare segue il modello di Greimas del percorso generativo del senso, una struttura stratificata che si articola per gradi, dalle opposizioni fondamentali che muovono gli eventi, fino alle più superficiali come la scelta delle parole, la creazione di simboli e isotopie.
L’intero lavoro si divide in tre parti principali, dedicate ciascuna ad uno degli attori principali.
Il primo asse analitico è dedicato allo studio del percorso generativo del senso all’interno della propaganda jihadista dell’ISIS. Attraverso l’analisi degli atti di rivendicazione, la tesi ricostruisce le opposizioni valoriali fondative del discorso jihadista, la distribuzione dei ruoli e i programmi narrativi che sostengono la costruzione del terrorista come figura sacralizzata e mitica. Particolare attenzione è riservata alle strategie di manipolazione e di proselitismo, alla gestione delle passioni, nonché all’uso simbolico di immagini che contribuiscono a creare un universo di senso coerente e fortemente polarizzato, orientato alla legittimazione della violenza.
Il secondo nucleo si concentra sulla risposta dello Stato francese, letta come contro-narrazione istituzionale volta a ricomporre simbolicamente il trauma e a ristabilire un ordine condiviso. I discorsi di Hollande disegnano i confini tra sicurezza e libertà, attraverso il ricorso a una retorica di guerra che orienta i valori in gioco (civiltà/barbarie, ordine/caos, noi/loro). La sacralizzazione della Repubblica come soggetto collettivo ferito ma resiliente mostra come il discorso politico trasformi l’evento in una crisi fondativa, giustificando l’adozione di misure straordinarie di controllo.
Il terzo asse della ricerca analizza il ruolo dei media tradizionali e digitali, intesi come veri e propri co-enunciatori del senso. Dall’analisi delle prime pagine dei principali quotidiani francesi, alla narrazione audiovisiva del documentario 13 Novembre Aux premières loges, fino alle dinamiche dei social media, emerge come l’informazione mediatica oscilli tra cronaca, commemorazione e spettacolarizzazione. I media contribuiscono così a stabilizzare isotopie emotive e narrative, (lutto, indignazione, dignità, resistenza), a riattivare tensioni polemiche e processi di stigmatizzazione, favorendo nuove forme di scontro, muovendosi sul filo tra solidarietà e semplificazione simbolica, tra visibilità algoritmica e rischio di disinformazione, tra scontro di civiltà e derive islamofobe.
La ricerca ha inoltre evidenziato che ogni racconto è una traduzione mai neutra dell’esperienza. Ciò implica una responsabilità etica da parte di tutti che dovrebbero interrogarsi su come la propria narrazione contribuisca a rafforzare o disinnescare i frame dominanti. In definitiva, ne emerge che il terrorismo contemporaneo rimanda alla semio-guerra di cui parlano Fabbri e Montanari, non solo lotta armata ma lotta per i significati, diventata sempre più complessa a partire dall’11 settembre 2001.
Non esistono più i luoghi della guerra, tutto potenzialmente diventa un campo di battaglia. Non esistono eserciti più preparati ma una crescente disuguaglianza sociale apparentemente annullata nel non-luogo di internet dove c’è spazio per tutti e il problema di renderlo sicuro. Ciò che al livello delle rappresentazioni appare come un contrasto di valori è in realtà un’interazione di interessi che coinvolge attori provenienti da entrambe le sponde di questa simbologia senza referente. È qui che resta aperta la riflessione più ampia sul potere performativo dei discorsi e sulla necessità di costruire contro-narrazioni etiche e complesse, capaci di sottrarre eventi traumatici alla logica binaria dello scontro di civiltà per restituirli a una narrazione plurale e responsabile. Responsabilità dalla quale non è esente nessuno. Né le correnti più progressiste dell’Islam che rifiutano ogni riferimento alle azioni terroristiche; né i governi che fanno gli interessi del loro Paese anche se questo comporta il rinnovo dello stato d’emergenza sei volte o il divieto di svolgere manifestazioni; né tantomeno i media che scelgono una parte, ne esaltano le antinomie di base, tendendo a semplificare i discorsi e a far del sensazionalismo.
Otto anni dopo il caso Bataclan nel mondo infiamma il conflitto israelo-palestinese che, come leggiamo dai report ufficiali dell’Unione europea, ha riportato in luce tutte queste tematiche. Questo caso studio, letto attraverso la lente d’ingrandimento semiotica permette di osservare più da vicino la dialettica/propaganda delle guerre in atto.
Alcuni pattern sono ricorrenti, come ad esempio quello del testimone che riacquista una nuova centralità, laddove sotto le macerie i video amatoriali diffusi su TikTok costituiscono la principale fonte di documentazione.
Questi parallelismi suggeriscono che il percorso generativo del senso individuato nel caso parigino non è un unicum, ma può essere un modello più ampio che caratterizza la mediatizzazione della violenza contemporanea, anche se Baudrillard ci suggerisce che quando si parla di potere, violenza, guerra, quello che vedremo non sarà mai del tutto la verità, poiché “ogni «trasparenza» pone immediatamente il problema del suo contrario, il «segreto»”.

Mariarita Faruolo
(Dottoressa in Semiotica)

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