Vento e terra dialogano in silenzio di incontri e di promesse

Istruzioni per costruire ponti

Chi ha tempo non aspetti tempo

Per un ritardo nell’inserire la presente nota nei Quaderni de La Scaletta dedicata al “Tempo” sono stato costretto ad esercitare un “pascolo abusivo” calando la mia riflessione nel presente alambicco letterario distillante concentrati di magia.
Non si è consumato, però, il sortilegio della mutazione dello scritto e neppure l’intelligenza artificiale ha potuto comporre in una impossibile “versione magica” le mie considerazioni sul “tempo”. La penna ha sconfitto gli attuali automatismi tecnologici ed il testo può essere, quindi, di seguito presentato nella sua integrale stesura.
“Il tempo è l’immagine mobile della eternità”, così Platone tracciò il significato del tempo; Umberto Eco, con spirito dissacrante, definì il tempo come “il deforme imitatore della eternità”. Sono contrappunti contrastanti tra giganti del pensiero umano. Io vivo invece il tempo con un’ansia di continuità che mi conduce in un eterno inizio. Per dar corpo a tale tensione vitale per me vivere non è altro che avere tempo, cioè avere una visione nuova del tempo.
Il tempo non è un accidente della nostra vita; è il ritmo che segna la nostra esistenza. Può essere veloce, avvolgente, sinuoso, accattivante, fruttuoso, lento, pigro, come le categorie che reggono le nostre azioni. L’energia pensante che domina il mio tempo non ammette stanchi riposi. È il furore del dovere di missione che nutre i miei comportamenti e mi impone di praticare il valore della “costanza”. Se sono ancora intrepido a novant’anni vuol dire che la visionaria caparbietà ha avuto il sopravvento sulla mia condizione senile.
All’ingresso della mia casa è affisso l’aforisma: “non è facile trovare un equilibrio tra la tenacia e la resa”. Per tale ragione mi reputo un “apripista”, capace di fendere anche l’impalpabilità del tempo. Qualcuno mi ha definito alfiere di una minoranza dinamica in una società complessa e difficile come l’attuale, che trascorre i suoi giorni senza contare il tempo che passa e senza contare che i minuti passano solo una volta. Non si ha un atteggiamento rispettoso del tempo, la cui frequenza ha un impatto profondo nella esistenza di una comunità.
Oggi si naviga tra nostalgia del passato, dipendenza dal presente e speranza per il domani. Sant’Agostino ha sconfitto tale muoversi stordito della gente, declinando le tre dimensioni del tempo: passato, presente e futuro e cioè presente del passato, presente del presente e presente del futuro. Ove il presente del passato è la memoria; il presente del presente è la visione attuale e il presente del futuro è l’attesa inseguita.
Delle tre enunciate “regole” io ho scelto quella del domani! Infatti, la sfida della temporalità del vivere si vince costruendo una saggezza del tempo commisurata al futuro, tracciando sane traiettorie e migliori orizzonti. Ma questo dipende da noi, perché il tempo è figlio della nostra tensione culturale e legato alle vicende della condizione dell’uomo. È sempre un tempo umano, quindi, vissuto, interpretato, socialmente influenzato e percorso dalla esistenza morale e culturale di ciascun uomo. Oggi è difficile coniugare il tempo al futuro perché le età della vita scorrono a ritmo accelerato.
Ma non è solo questione di velocità, è la forma della vita che si è fatta frammento, cristallizzata nel presente o nel passato. Siamo timorosi di guardare avanti, di provare a valutare diversamente il rischio di avere una visione nuova del tempo.
È una consolidata forma mentale che ci impedisce di proiettarci verso il futuro, legata così com’è al sospetto del nuovo, alla paura del cambiamento, al timore delle trasformazioni.
È l’infinito presente che dimentica il passato e impedisce di costruire il futuro. Con la testa rivolta alle inquietudini e alle difficoltà del presente siamo impediti letteralmente di guardare avanti.
C’è bisogno urgente di una nuova pedagogia del tempo, che, non inchiodando il tempo all’oggi, provi ad uscire dal buio odierno di un tunnel che sta spegnendo generazioni intere di persone. Come qualcuno ha affermato “viviamo in un tempo che si crede senza tempo, misurato al millisecondo oppure sfilacciato, un presente che consuma il futuro e archivia il passato con un clic” [1]. Si vive bene il tempo se scandito con lentezza e rapidità, nemiche della velocità. La lentezza non è perdere tempo, bensì è prendere tempo per viverlo profondamente.
Fissare la lentezza del tempo significa dare durata alla propria azione, godere delle carezze balsamiche del tempo (l’odore del tempo), reimparare la giusta tonalità del suo ritmo, salutare con gioia la buona stanchezza dell’esistenza . Rallentare il tempo è dargli dunque un diverso ritmo. Non è una rinuncia ma una necessità.
Non è una evasione, ma una etica del “passo”: sostare, ascoltare, meditare, dare tempo al tempo. In tal modo un giorno torna giorno e noi torniamo presenti alla vita che scorre.
Non si tratta di fuggire il mondo bensì di renderlo nuovamente abitabile.
Forse oggi abbiamo bisogno di una ecologia della durata, di una legittimazione del tempo.
Mentre lasciamo scivolare dalle mani i giorni come fossero arida sabbia di una clessidra, l’attuale frenesia del mondo fagocita in tempo reale ogni rivoluzionaria trasformazione ed esprime una potenza che cresce senza etica.
Questo attuale mondo ha bisogno di lentezza e di profondità. La lentezza è una forma di disubbidienza alle semplificazioni; educa alla responsabilità, all’ascolto, alla libertà interiore. La lentezza nutre il necessario pensiero critico e non mira a distruggere ma a discernere, non offre soluzioni immediate ma apre spazi di riflessione.
Lino Patruno ci ricorda che mentre oggi vige il “dogma della velocità,la lentezza comincia a essere la grande aspirazione universale. La scoperta di un mondo che addirittura teorizza un’arte di perdere tempo o perlomeno di rallentare” [2].
Al Sud, in particolare, la lentezza deve essere un’altra velocità, caratterizzata da rapidità e da maturità. Non mollezza sbadigliante come certifica una inaccettabile retorica nazionale.
Il sociologo canadese Marshall McLuhan ammonisce che quando la gente è accelerata perde i piedi perché perde le radici, smarrisce il contatto con il proprio essere e il proprio territorio. Perde umanità.
Infatti la necessaria ponderata ginnastica mentale dell’individuo va fuori giri, lo spazio per la sospensione mentale si assottiglia e la lentezza è persa a scapito del pensiero costruttivo. Da questa rincorsa di opinioni ho tratto la convinzione che per noi meridionali il tempo non può essere una variabile indifferente bensì deve essere un’opzione strategica che fa della incisività dell’azione la sua scelta. La prontezza efficace del fare nasce, infatti, da un approfondito lavoro mentale che richiede tempo. Ci ricorda Eschilo che il tempo, maturando, tutto insegna.
Si impone, quindi, costruire la stagione della maturazione del tempo, poiché solo un processo lento di conoscenza può confezionare rapide soluzioni.
Ottavio Di Grazia scrive: “in un tempo che idolatra la velocità e teme la complessità, è legittima difesa sociale l’esercizio della lentezza e della profondità. Solo il tempo di un allenamento mentale apre spazi di giusta riflessione. È una forma necessaria di disubbidienza alle semplificazioni, educa alla responsabilità” [3].
Questo insegnamento è rivolto soprattutto al Mezzogiorno, perché non possiamo essere titubanti nelle scelte e vittime di brividi accelerati di conoscenza tecnologica che impediscono di pensare. Solo un lento processo di fermentazione del pensiero, in un mondo vittima di automatismi conoscitivi, alimenta la fecondità della mente che attua, così, soluzioni capaci di tracciare un fecondo avvenire.
Se la posta in gioco è questa, come si colora il tempo per una persona che, come lo scrivente, ha compiuto novant’anni? La migliore risposta a tale quesito è contenuta in una lettera da me inviata alla Regione Basilicata a ragione di un imponderabile rallentamento nella attuazione di un progetto industriale destinato a creare sviluppo economico e buona occupazione, rappresentato dalla “Zes della Cultura di Matera, la fabbrica-giardino di La Martella”, il cui percorso progettuale e approvativo aveva rispettato i canoni della lentezza, dell’approfondimento e della rapidità finale.
Sono occorsi anni per la sua incubazione ma questa apparente lentezza ha intercettato il futuro e ha progettato un insediamento produttivo esemplare. Il tempo “dovuto” è risultato vincente perché la sua completa e innovativa proposta ha trovato una rapida ed inedita approvazione (appena 42 giorni) da parte della Struttura di missione della Zes unica.
È stata la cartina di tornasole che la lentezza nel tempo nutre la perfetta elaborazione di progetti e garantisce la successiva rapidità della loro attuazione.
Nel nostro caso però la vittoria sul tempo non si è ancora celebrata perché insabbiata nel tepore malinconico di perpetue perplessità, figlie di anestetizzanti sbadigli, mute dinanzi allo scorrere del tempo. Malgrado pressioni e denunce il silenzio ha avvolto la responsabilità istituzionale, che pure è stata investita del ruolo straordinario di soggetto attuatore.
Ho denunciato in una lettera inviata alla istituzione territoriale questa dannosa inerte titubanza e qui di seguito riporto i tratti più eloquenti della nota trasmessa alla incredula Regione: “vivo ancora il fascino della esistenza ma a novant’anni sono ormai in odore di staffetta … … è finito il tempo di essere rapidi nella lentezza, di affrontare con energia senile una continua corsa ad ostacoli, di trasformare la quotidiana navigazione lucana in un eterno inseguimento… …il tempo, oggi, scorre più veloce del mio rallentato ritmo di vita… …prendi il tuo presente e riempilo di futuro è stata la regola della mia vita… …la Zes della Cultura, perché progetto industriale, vuole rallentare il sismografo dell’abbandono e della emigrazione. Rappresenta l’innesto di un’oasi di produzione e di occupazione per frenare la desertificazione in atto e per indurre le forze lavoro del territorio a fermarsi nel luogo d’origine, per progettare qui la propria vita e quella dei propri figli… …l’inutile scorrere dei giorni, per me novantenne, è letale, perché il tempo rimanente richiama scadenze ineluttabili… …sono stanco di registrare fibrillanti pause di riflessione e non accetto l’inerte scorrere del tempo perché bloccato da contrattempi anestetizzanti… …oggi non è più il tempo di esitare! Si sono già perduti 55 giorni!”.

È la sintesi epistolare del quotidiano monito di mia madre che da ragazzo mi ricordava “chi ha tempo non aspetti tempo!”. È la mia convinzione che noi uomini e donne veniamo al mondo per vivere non per esistere, per questo bisogna fare buon uso del tempo.

 

 

 

Note

[1] Ottavio Di Grazia: “Il presente che consuma il futuro”

[2] Lino Patruno: “Il Sud ha vinto”

[3] Ottavio Di Grazia: “Disobbedire alle semplificazioni”

 

Raffaello De Ruggieri
(Presidente Fondazione Zetema, Matera)

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