La magia cominciava con gli occhi all’insù, a guardare in alto il grande cartellone pubblicitario del cinema del paese. Questo succedeva due giorni prima della proiezione che di solito avveniva il sabato. Era un’attesa frenetica in cui la fantasia si metteva in moto e io mi raccontavo un film tutto mio con quei pochi elementi grafici del cartellone. Poi arrivava il momento agognato: spostare la pesante tenda di velluto rosso che dava l’accesso alla sala, attendere le mezze luci, il buio, il rullio del proiettore.
Subito una montagna innevata si impenna con la sua cuspide, dietro di lei una luce rossa orizzontale che si staglia in un cielo azzurro con le sue bianche nuvole. Accompagnate da un jingle fanno l’ingresso, in ordinata formazione, alcune stelline che conquistano il centro del fotogramma e si piazzano, come una corona, intorno alla Paramount, un punteruolo di roccia che penetra una rotondità stellare. Già questo iniziale magia valeva il prezzo del biglietto.
Ciò che più mi conquista del cinema è la sua potenza. Non solo fantasia, evasione, suggestione, incanto e affabulazione. Supera i limiti del linguaggio comune, raggiunge angoli remoti del pensiero e realizza l’impossibile. Il magico linguaggio del cinema ci porta alla conoscenza profonda di noi stessi. Questa è la sua potenza e questa la ragione del suo successo.
