Silicone, carta abrasiva, peli di barba, capelli, cera, timbri, candeggina, sangue, amianto, resina, bronzo, marmo, pietre, api: sono i materiali che, dal 1992 a oggi, ho utilizzato per dare forma al mio linguaggio. Pittura, scultura, video, fotografia e performance sono i mezzi attraverso cui le opere prendono vita.
Nel mio percorso nulla è casuale: ogni materiale è parte integrante del racconto, ne è dichiarazione esplicita. Non potrebbe essere sostituito. Il silicone trasparente, ad esempio, è il punto di partenza di una riflessione su un mondo altrettanto trasparente e liquido, in cui lo sguardo dello spettatore attraversa le immagini senza soffermarsi davvero. Siamo nei primi anni Novanta, su tavole minimali bianche stendo il silicone trasparente, ritraggo persone sconosciute, quelle che vivono ai margini e sono oltrepassate dal nostro sguardo, dipingo anche la pioggia, montagne, semplici segni. Le mie opere dense di materia cristallina non seducono con il colore: richiedono attenzione, tempo, presenza.
Sono fisicamente liquide e denunciano un mondo dominato dall’indifferenza e dall’autoreferenzialità.
In un mondo trasparente
ho dipinto la pioggia,
ritratti di persone sconosciute,
montagne,
semplici segni:
sono trasparenti,
attraversati dai nostri sguardi.
Nell’indifferenza
tutto scivola,
come l’acqua in una cascata,
corre avanti,
fluida,
senza voltarsi mai indietro
Immagine 01
Successivamente nascono i ritratti realizzati con barba, capelli e peli. L’immagine nel nostro quotidiano ha perso peso a causa della sua sovrabbondanza; per questo decido di utilizzare materiale organico. Questi ritratti non esibiscono l’immagine convenzionale a cui siamo abituati, ma contengono il DNA dell’individuo. Sono forme astratte, nelle quali è volontà del soggetto riconoscersi al di là dell’apparenza. Ed è proprio “apparire” la parola chiave.
Qualche anno più tardi comincio a produrre le carte in assorbimento di cera. Intervengo sul retro del foglio: la cera, lavorata pazientemente, viene assorbita dalla cellulosa ed emerge sulla superficie opposta. È in questo campo della visione che avviene la rivelazione.
Come in un atto magico, la penetrazione oltrepassa la materia e si manifesta nel suo opposto. La penetrazione è un atto violento; viviamo in una società violenta che nasconde la realtà dietro azioni effimere.
Queste opere, intitolate Sospesi, rappresentano la condizione in cui viviamo sin dalla nascita: un futuro fluido, imprendibile, dominato dall’incertezza. I Sospesi sono feti, talvolta in posizione podalica, in attesa del domani; talvolta sono armati, costretti a difendersi ancora prima di venire al mondo.
Immagine 02
In tutto il mio percorso utilizzo materiali e tecniche non comuni che entrano nell’opera con una funzione dichiarativa. Nelle mie opere aleggia una violenza latente, mimetizzata all’interno di una cornice di falsa quiete. Nelle carte abrasive il gesto di asportazione raschia la superficie lasciando un solco indelebile e il ripensamento non è possibile. Il gesto e l’azione diventano traccia irreversibile.
Rientrano nella serie dei Sospesi anche i dipinti realizzati con timbri: pitture che appaiono liquefatte, dotate di consistenza marmorea, come se fossero state sommerse dall’acqua.
Si tratta di una tecnica inedita, costruita attraverso numerosi passaggi. Lavoro con velature, sovrapposizioni e cancellature, aggiungendo e sottraendo fino al raggiungimento di un possibile equilibrio. È la rappresentazione di un mondo caotico, sul punto di esplodere, in cui le mescolanze di individui sono costantemente alla ricerca di un’armonia probabilmente irraggiungibile. Imperfezione e caos dominano la scena, contenuti in uno spazio circolare.
Immagine 03
I tappeti sono da tempo un mio punto di osservazione e interesse. Il tappeto è un’intercapedine che, sollevandoci da terra, ci conduce in un altrove: una sorta di tappeto volante. I miei tappeti sono spesso realizzati con pietre e, durante le performance, vengono talvolta distrutti dal passaggio e dall’azione delle persone.
Per noi occidentali il tappeto è un elemento decorativo; per molte culture orientali è un elemento essenziale dell’ambiente domestico. I miei tappeti non sono confortevoli: camminare sulle pietre è faticoso e doloroso, richiede sacrificio e volontà, la stessa che caratterizza l’incontro tra culture differenti.
Con Amianto affronto il tema dei rapporti religiosi, in particolare delle religioni monoteiste. Blocchi di amianto vengono rivestiti di foglia d’oro, argento e rame: materiali preziosi che diventano la pelle di una sostanza pericolosa. Le sculture poggiano su parallelepipedi di marmo nero Africa. La pericolosità del materiale è apparentemente contenuta da una pelle preziosa ma effimera, ormai inerme di fronte al pericolo che rappresenta.
Immagine 04
Con Amen ho trasformato un luogo abbandonato da vent’anni in una sorta di cattedrale, potenzialmente realizzabile in qualsiasi parte del mondo. I rosoni sono sostituiti dai miei dipinti con i timbri, all’interno di un percorso in cui fotografia, pittura, scultura, video e installazione si incontrano. Amen è anche una performance: persone provenienti da paesi differenti, riprese acefale nel filmato, recitano il Padre Nostro.
La preghiera è segmentata, alternando le lingue ma mantenendo un filo conduttore comune. È il bisogno di appartenere a una comunità, di difendere un’identità in un Occidente sempre più distante dalle proprie origini.
Le carcasse di quattro gatti esangui in bronzo, presentate in quattro diverse patine, rimandano ai quattro angoli del mondo: nord, sud, est e ovest. I gatti tengono in bocca una sfera, un mondo: un boccone conquistato ma già perduto. L’ingordigia trasforma il falso benessere in una condizione in cui l’opulenza perde ogni significato. I corpi svuotati attraversano la mia produzione sin dal 2002 con La zattera, monumento funebre nato per le Twin Towers ma esteso a tutte le stragi del mondo: camicie in resina appoggiate su una piattaforma immersa in un lago.
Anche la colonna del 2023 esposta in Amen rappresenta un grande abbraccio per un’umanità ferita.
Immagine 05
Nel tempo mi sono reso conto che, anche quando dipingo, in realtà scolpisco: aggiungo e sottraggo per giungere a un equilibrio della forma, fatta anche di vuoti.
In Amen ho lavorato proprio in questa direzione: il vuoto diventa protagonista, tema conduttore del percorso espositivo. È il vuoto che ci circonda, il vuoto di un Occidente smarrito, che rinnega le proprie origini.
Desidero infine parlare della mia ultima performance, Avevamo sognato un mondo migliore. Ho scritto la parola “pace” in dieci lingue diverse utilizzando api morte. Inginocchiato su un lenzuolo bianco, vestito di bianco e a piedi scalzi, scrivo ogni parola immergendo le mani in una bacinella di sangue.
A un certo punto la parola “pace” non è più leggibile: il sangue, confondendosi con il bianco del lenzuolo ormai intriso, ne annulla la lettura e la visione.
Immagine 06 – 07
Viviamo in un tempo in cui l’intelligenza artificiale è presenza quotidiana.
L’AI rielabora informazioni fornite da noi umani secondo schemi precostituiti; l’arte, invece, contiene l’elemento della sperimentazione di linguaggi non ancora conosciuti. Non è forse questo un aspetto magico, dal fascino suggestivo e irresistibile?
Costruire attraverso la manipolazione di elementi accuratamente scelti per le loro caratteristiche intrinseche, fusi nel flusso del pensiero e dell’esperienza di vita per dare origine a un linguaggio nuovo: non è forse questa una forma di magia?
È su questo crinale che lavoro incessantemente, senza mai giungere a un risultato definitivo, spostando continuamente l’asticella nella consapevolezza di parlare una lingua sconosciuta in perenne costruzione.
Quello che ho cercato di descrivere è il mio mondo: complesso, sempre in evoluzione, alla ricerca di un linguaggio universale attraverso il dialogo, affinché bellezza e armonia possano donarci consapevolezza e aiutarci a costruire un mondo migliore.






