Le cose più importanti nella vita delle persone sono i loro sogni e le loro speranze, ciò che hanno realizzato e pure quello che hanno perduto

Memorie

La magia di Bronzini

A proposito di un piccolo saccheggio in “Vita tradizionale in Basilicata”

Giovanni Battista Bronzini non è più con noi dal 2002. Antropologo e storico delle tradizioni popolari, nato a Matera il 4 settembre del 1925, era stato allievo di Paolo Toschi e Angelo Monteverdi. Dopa la laurea in lettere a Roma si era subito dedicato alla ricerca sulla letteratura popolare. In modo particolare si era rivolto ai canti narrativi. Parallelamente a questo interesse, siamo alla fine degli anni Quaranta, si concentrò su una lunga attività di indagine (1949-1951) sul ciclo della vita contadina, che culminò nella pubblicazione di Tradizioni popolari in Lucania. Ciclo della “vita umana”[1] nel dicembre del 1953, per le Edizioni Montemurro di Matera, con la prefazione di Paolo Toschi.
Quest’ultimo, pur riconoscendo l’innesco della scoperta della Lucania nella pubblicazione del Cristo di Levi, opera letteraria e non scientifica, salutò con profondo rispetto, invece, per la grande valenza e obiettività, l’indagine etnologica condotta dagli studiosi diretti da Ernesto De Martino nel mese di ottobre del 1952. Tuttavia, aggiunse l’illustre prefatore, “mancava un’opera, condotta secondo i moderni criteri e preparata con scrupoloso metodo scientifico”. L’inchiesta, organica, aveva il pregio di non limitarsi a un singolo centro o a un ristretto gruppo di “fatti folkloristici”. Indagava nel perimetro ampio di un’intera regione il ciclo della vita umana, scandito nelle sue cinque fasi: Nascita, Infanzia e Adolescenza, Fidanzamento, Matrimonio e Morte. Quell’inchiesta non si fermò con la pubblicazione, ma proseguì fino al 1961[2], con l’intenzione di scoprire, al di là degli elementi strettamente folklorici, “nessi e legami di ordine sociale e psicologico”[3]. In realtà, ricorda Ferdinando Mirizzi, fu una rifondazione teorica e metodologica[4].
Nel 1964 uscì, rivisto e ampliato, il saggio del 1953, ma con un titolo diverso, Vita Tradizionale in Basilicata, sempre per le Edizioni Montemurro di Matera. In testa al frontespizio la dicitura “Università di Roma – Facoltà di Lettere.  Istituto di Storia delle Tradizioni Popolari. Nuova serie di Studi e Testi diretta da Paolo Toschi”. Non è questa la versione che conservo con cura nella mia biblioteca e che spesso riprendo. È la ristampa fotomeccanica che fu realizzata da un editore di cui posseggo molti volumi, Congedo di Galatina, in provincia di Lecce.
Il tomo è ben rilegato ed ha, in sovraccoperta, Il pranzo dei poveri di P. J. Dikrekx, mentre in copertina Il vicinato. Lamento per Rocco Scotellaro di Carlo Levi. Stampato in ottavo, consta di 538 pagine, più le tante tavole non numerate. Ogni sezione del ciclo vitale si apre con un sedicesimo di immagini su carta seppiata. La Premessa di Bronzini è un ringraziamento ai collaboratori sparsi per la Basilicata che hanno somministrato il questionario per l’indagine, mentre l’Introduzione svela le prospettive e i binari metodologici. Vi sono, inoltre, una tabella con i dati statistici della regione e una cartina in scala 1: 750.000.
Il mondo descritto e analizzato non esiste più. Se i sette capitoli della vita avevano gravato sulle spalle di generazioni e influenzato comportamenti e idee, pur con millanta sfumature di paese in paese, adesso viviamo a una distanza siderale. Difficilmente indagabile, per l’impossibilità di studiare gli elementi condizionanti, non più vincolati a un luogo o a una geografia e mediati da un assedio di mass media analogici e digitali, che compongono e scompongono gruppi in maniera estemporanea e fluida.
Ma il testo di Bronzini resta ancora oggi una pietra miliare, fondamentale per capire la storia di quella civiltà agricola e artigiana di cui siamo figli. Sfogliarlo ora, a meno che non si abbiamo interessi storici e demologici, è un viaggio nel tempo, in un tempo sospeso e surreale, per quello che mi riguarda, che ha ricadute suggestive in un immaginario che sconfina felicemente nella poesia e nella letteratura. È un volume … magico.
Magico nel suo senso più ampio. Anche se il termine, che Ernesto De Martino indagò e fisso in un titolo memorabile del 1959, ritorna poche volte nel saggio di Bronzini.
Che il magismo si percepisca carsicamente, tra le sue pagine, come forza di difesa contro le forze avverse della natura e del male, è lapalissiano. Nell’indice analitico posto alla fine, alla voce “magia” il termine, però, compare solo cinque volte.
Ci divertiremo, quindi, ad estrapolare dal giacimento di Bronzini questi misteriosi e fascinosi lacerti di magia simpatica, contagiosa, omeopatica, sincretica e propiziatoria.
La “magia simpatica” viene citata in occasione della nascita di un bambino e delle regole di assistenza nei confronti della dogliante. L’espressione riguarda in modo particolare il marito, che in alcune comunità assiste al parto insieme alla levatrice. È il caso di Gorgoglione in cui il padre per una magica proprietà transitiva “sente” lo stesso dolore della partoriente: «In taluni paesi assistono al parto, oltre alla levatrice, persone di famiglia. A Rivello vi assiste la suocera, mentre il marito generalmente rimane in cucina. A San Giorgio Lucano vi assiste la suocera, che si prodiga in consigli dettati dall’esperienza, ma non il marito. A Venosa vi assistono la suocera (sogra), qualche comare e, raramente, il marito.
A Gorgoglione vi assistono il marito e la suocera. Il marito “partecipa spiritualmente ai dolori della moglie”, e spesso, per ‘suggestione’, prova le stesse sofferenze, talvolta in misura maggiore. Con questo atto a cui gli etnologi danno il nome di “covata”, egli vuole, nel caso specifico, non tanto rendere più certa la sua paternità quanto manifestare piena solidarietà coniugale e affettiva; e per magia simpatica (tale è quella “suggestione”) dolori e pericoli del parto vengono trasferiti nel padre…»[5].
La “magia contagiosa” è documentata in occasione di pellegrinaggi volti a chiedere la grazia per un bimbo che non arriva. È l’episodio citato dal medico-antropologo Pasquale Gerardo Pasquarelli, riguardante un’usanza di Marsico Nuovo:
«A Stigliano le spose per chiedere la grazia di avere figli, vanno al santuario della Madonna di Viggiano, scalze e coi capelli sciolti (un tempo con le catene ai piedi), spesso strisciando i ginocchi e la lingua per terra, dalla porta della chiesa all’altare. Risente di una moda borghese l’usanza, segnalata a Tursi, di andare al santuario della Madonna di Pompei. L’uso di fare pellegrinaggi a tale scopo non esiste a Brienza.
Più direttamente capace, naturaliter, ossia per magia di contagio, a stimolare la fecondità della donna, è la campana. A Marsiconuovo, riferisce il Pasquarelli, “quando qui si fusero le campane per la chiesa, i mariti facevano saltare sulle campane le mogli dalle quali non potevano avere figli. Di quattro che saltarono, mi dicono che una sola ingravidò”[6].
Di casi di “magia omeopatica o di similarità”, Bronzini ne cita quattro. Il primo riguarda le prescrizioni per la donna gravida, con riferimento al rapporto con le redini del somaro:
«Di natura folklorica sono altre prescrizioni da osservare durante la gravidanza, considerata questa uno stato di morbilità organica e magica insieme, e si spiegano con i principi della magia omeopatica, per cui il simile produce il simile e il contatto genera il trapasso del male o del difetto dall’uno all’altro organismo. Tali sono le seguenti prescrizioni.
Non passare su funi e rigagnoli d’acqua, perché il bambino nascerebbe legato, cioè col cordone ombelicale attorcigliato al collo (San Mauro Forte). Per evitare lo stesso pericolo, “la futura madre… farà… attenzione a non passare sotto la cavezza, e a non incrociare le mani appoggiandosi in chiesa sulla spalliera del sedile, o a non tender le matasse intorno al collo; se per avventura compirà qualcuno di questi atti nefasti, dovrà provvedere a porvi riparo opportunamente, dovrà cioè disfarli, per esempio ripassare in senso inverso sotto la cavezza (Grottole, Stigliano, Viggiano, Pisticci e Valsinni)”.
Il secondo caso[7], poco attestato e citato solo nel libro La masseria di Bufalari del 1960, riguarda l’uso di piantare un albero per augurare al neonato di crescere forte come quello.
Il terzo caso, riscontrato a San Mauro Forte, ha a che fare col battesimo.
«A un principio di magia cosiddetta di similarità risponde un’usanza rilevata a San Mauro Forte: quando il battezzando viene portato in chiesa, i genitori, che restano in casa, accendono lampadine elettriche o altra luce per “grannilità”, cioè in segno augurale di grandezza e di splendore per l’avvenire; ma se, per caso, la luce si spegne, se ne presagisce una sciagura per il battezzato»[8].
L’ultimo caso riguarda la pioggia durante un matrimonio. Se in molti paesi è ritenuta benefica, perché benefica è la sua caduta spermatica sul terreno, in altri invece no.
A Miglionico e a Stigliano, anzi, per similarità, si trasforma in pianto, simbolo di future nefandezze: «Che la pioggia porti bene, abbondanza e ricchezza, così come è normalmente benefica per la campagna, è credenza testimoniata a Rotonda (maggior prosperità si avrà se nevica), a Matera, a Colobraro e a Tricarico, ma diffusa un po’ dappertutto; un presagio di lacrime, per il principio magico che il simile produce il simile, se ne trae invece a Miglionico. Analogo principio ispira il pregiudizio stiglianese per cui, se il sole risplenderà il giorno delle nozze, gli sposi vivranno felici e contenti; al contrario dense nubi offuscheranno la loro felicità»[9].
Di “sincretismo magico”[10] Bronzini ne parla soffermandosi sugli amuleti a protezione dei bambini, in modo particolare quando discute degli “abitini”, veri e propri sacchetti magici, in cui il contenuto, che varia moltissimo di paese in paese, tende a mescolare elementi sacri ed elementi profani.
Chiudo con una cantilena[11], riferita da Giambattista Basile nel pentamerone meridionale del Cunto de li cunti[12], ma nella variante di Spinoso del 1872, raccolta da Casetti e Imbriani, e recitata dai pastori con intento magico-propiziatorio:
«Della nota cantilena rivolta al sole, riferita da Giambattista Basile nel Cunto de li Cunti, largamente diffusa in Italia, la versione spinosese [1872], con l’allusione ai tre cavalli d’oro del carro solare, chiarisce, meglio di tutte le versioni italiane, antiche e recenti, l’origine remota e il carattere mitico del carme che, in Romagna e in altre regioni, viene recitato dai pastori con intento magico-propiziatorio:

Jessi, jessi sole,
cu tre cavalli r’oro,
oro e d’argiento,
ciento e cinquanta
e lu vei chi n’ci campa,
e n’ci campa la viola,
Maste Francisco vai a scola.
Po passa Gesù Cristo
cu na mazza e cu na tromba:
ci n’ge ancappa n’gi ssillomba».

Il saggetto con la breve carrellata antologica non ha pretese, se non quella, e sarebbe una piccola magia ─ scegliete voi se simpatica, contagiosa, omeopatica, sincretica o propiziatoria, di riscoprire un autore, Giovan Battista Bronzini, e un libro, Vita Tradizionale in Basilicata, che non meritano di essere dimenticati.

Post scriptum:
Il libro, insieme ad altri saggi di Bronzini, è ancora presente nel catalogo on line di Congedo editore. Buona lettura.

 

Note

[1] La copia che ho consultato è quella di Leonardo Sinisgalli ed è presente nella biblioteca ella Fondazione Leonardo Sinisgalli a Montemurro.
[2] In quell’anno vinse la cattedra di Storia delle tradizioni popolari, dove la tenne ininterrottamente dal 1962 al 1997, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari.
[3] G. B. Bronzini, Vita Tradizionale in Basilicata, Congedo editore, Galatina 1987, p. VIII.
[4] F. Mirizzi, “Giovan Battista Bronzini”, in «La ricerca Folklorica», n. 45, aprile 2002, p. 6.
[5] G. B. Bronzini, Vita Tradizionale in Basilicata, Congedo editore, Galatina 1987, p. 37.
[6] Ivi, p. 20.
[7] Ivi, p. 38.
[8] Ivi, p. 70.

Biagio Russo
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Copertina del libro di G.B. Bronzini
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Giovanni Battista Bronzini

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