(La religione dell’immaginazione non è fede cieca. È rito dello sguardo che genera mondi.)
Mi capita spesso, passeggiando tra i vicoli di una città, di fermarmi davanti a un graffito sbiadito o a un simbolo inciso su una porta: un occhio, una mano stilizzata, un nodo infinito. In questi segni vedo manifestazioni di magia, tracce di un fare umano che precede la razionalità e che, come una forza carsica, riaffiora nei margini del visibile.
La magia, prima ancora di essere credenza, è un modo di operare sul mondo. Non spiega: agisce. Non rappresenta: trasforma. In questo senso, è la religione dell’immaginazione, il luogo in cui il gesto umano influisce sulla realtà attraverso simboli, forme, rituali.
Contrariamente a quanto si può pensare, la magia non appartiene al passato, ma è una necessità antropologica senza tempo, un modo per ricomporre il mondo quando la razionalità non basta. Si tramanda di secolo in secolo, trasformandosi continuamente senza mai sparire. Ai giorni nostri, possiamo vederla emergere in tre forme diverse: come resistenza, come relazione, come tecnica.
Magia come resistenza: l’artista-sciamano
Che cos’è in fondo, la magia? È creazione: l’atto magico dà vita a un’atmosfera, a una realtà in cui tutto è possibile. Le parole e le mani del mago creano qualcosa che prima non esisteva, allo stesso modo in cui l’artista plasma la propria opera. In un’epoca dominata da modelli predittivi e automatismi, l’arte riattiva la funzione magica non come evasione, ma come resistenza a un mondo sempre più prevedibile.
Nella serie di sculture narrative che ho chiamato Decostruzioni, ho sperimentato questa dimensione operativa e trasformativa della magia. Prendere un oggetto quotidiano — un cartellino di prezzo strappato, un filo di ferro arrugginito — e isolarlo in una cornice significa sottrarlo alla sua funzione e restituirgli un’aura. Non è l’oggetto a cambiare, ma lo sguardo che lo investe. Il banale diventa talismano. È lo stesso principio che l’antropologia riconosce nei manufatti delle culture indigene: l’oggetto non è un feticcio inerte, ma un conduttore di forze, un dispositivo attraverso cui il mondo viene negoziato.
In questa logica si inserisce Decostruzione Idolo, una scultura che si presenta come un artefatto proveniente da un futuro indigeno ancora da venire: una tribù nata dopo il collasso dei sistemi. La figura rimane in piedi seguendo la gravità, non dominandola.
L’idolo non impone equilibrio: lo ascolta. Non è un monumento né una macchina, ma un oggetto magico, un dispositivo rituale che registra tensioni, instabilità, possibilità di sopravvivenza simbolica.
La magia opera da sempre in questo modo. Le pitture rupestri di Lascaux o Altamira non sono rappresentazioni della caccia, ma azioni magiche. Quelle figure non descrivevano il reale: lo anticipavano. Il bisonte ferito sulla parete era un atto simbolico che incideva sul mondo fisico. Mircea Eliade parlava di tecniche dell’estasi: pratiche in cui l’artista-sciamano manipolava tempo e spazio, agendo su un piano altro per ottenere effetti nel presente.
Camminando sotto stelle indifferenti, un graffito, un segno, un’incisione urbana mi chiedono di guardare diversamente. È in quel momento che la magia accade: il mondo si incrina e lascia intravedere la sua trama incantata.
Magia come relazione: i graffiti urbani
La magia — come l’arte — non è mai un processo individuale, bensì relazionale. Esiste e agisce solo se qualcun altro vi crede, o almeno accetta di sospendere l’incredulità.
Lévi-Strauss riconosceva questa funzione nel mito, inteso come una struttura che non spiega il mondo, ma lo tiene insieme. Non a caso, lo stesso termine “religione” sembra derivare dal latino religare, ossia “legare”: un richiamo alla sua missione originaria, quella di raccogliere persone, popoli e culture diverse attorno a una credenza condivisa.
In questo senso, come “religione dell’immaginazione”, la magia ha sempre rappresentato un potente aggregante e collante della comunità. Marcel Mauss definiva la magia un’arte del fare sociale: un contratto simbolico tra individuo e collettivo, un sapere che circola e si attiva solo all’interno di una rete di relazioni. La magia non scompare mai davvero: assume forme nuove ogni volta che una comunità ha bisogno di riconoscersi, di segnare un confine o di produrre senso condiviso.
Ai giorni nostri, i graffiti urbani possono essere letti come una delle incarnazioni contemporanee della magia. Non semplici atti di espressione individuale, ma pratiche relazionali che presuppongono una comunità capace di leggere codici, stili, firme.
Il graffito, come l’atto magico, non parla a tutti allo stesso modo ma funziona solo per chi ne conosce la grammatica spesso invisibile. Il segno tracciato produce legame, trasforma un luogo anonimo in un luogo carico di senso, un nodo relazionale in cui qualcuno ha lasciato una traccia per qualcun altro. È un atto magico minimo, che rende visibile l’esistenza di una comunità altrimenti silenziosa. Un glitch nel panorama urbano, che dice: “Questo posto non è quello che pensavi”.
Magia come tecnica: il caso Maskelyne
La relazione non è l’unica forma in cui la magia si manifesta ai giorni nostri.
Esiste un altro campo in cui il suo potere e i suoi effetti impattano sulla realtà contemporanea: la tecnologia. Magia e tecnologia, infatti, sono entrambi sistemi che rispondono a un’esigenza fondamentale: intervenire sul reale riducendo l’incertezza, rendendo il mondo in qualche misura governabile.
Emblematico è il caso dell’illusionista Jasper Maskelyne, che durante la Seconda guerra mondiale costruì porti e città fittizie per deviare i bombardamenti nemici. L’inganno visivo, il “trucco”, diventò strategia bellica, magia e tecnologia collaborarono per un obiettivo comune. Qui la magia non è più superstizione, ma tecnologia della percezione.
Esiste un altro punto di contatto tra magia e tecnologia: la specializzazione del sapere. L’ingegnere o il programmatore – come il mago o lo sciamano – possiedono una conoscenza non accessibile a tutti. Il sapere produce asimmetrie: chi non conosce i meccanismi interni può solo osservare l’effetto, affidandosi alla competenza di chi li controlla. È in questo scarto che nasce l’aura magica della tecnologia contemporanea.
Non comprendiamo come funzioni, ma vediamo che funziona, e ciò genera fiducia, dipendenza, incanto.
La magia, dunque, non è un residuo arcaico né un’illusione da smascherare, ma una pratica che attraversa l’arte, le città e la tecnologia del nostro tempo. Cambia forma, muta linguaggio, ma continua a operare là dove l’umano tenta di incidere sul reale.
Nei graffiti, nelle opere d’arte, nei dispositivi tecnologici, nelle relazioni che governano il presente, la magia riaffiora come perenne creazione applicata al mondo, come religione dell’immaginazione.


