Quando pensiamo al profumo, le immagini che affiorano sono spesso quelle delle sue icone: Chanel N.5, Shalimar di Guerlain, Opium di Yves Saint Laurent, CK One. Ma il profumo è molto più di una genealogia di fragranze celebri. A muoverci, dietro ogni flacone, sono domande antiche: come incide una fragranza sulla nostra identità?
Perché desideriamo profumi sempre più personalizzati, intimi, esclusivi? Perché continuiamo a dividerli in “maschili” e “femminili”? E perché, infine, il profumo necessita sempre di un contenitore prezioso, quasi un talismano?
Il legame tra profumo e magia attraversa, spesso in modo sotterraneo, tutta la storia dell’olfatto. Non solo perché molte sostanze utilizzate in profumeria nascono da un lungo processo di metamorfosi culturale – basti pensare all’ambra grigia, secrezione animale che nei secoli è stata nobilitata attraverso leggende, narrazioni, nomi esotici – ma perché il profumo stesso si comporta come un artificio magico. È invisibile, eppure agisce: orienta l’umore, protegge, seduce, disturba, ricorda. Trasforma lo spazio senza mostrarsi. È, per definizione, un agente occulto.
La profumeria, come sistema culturale, è una sofisticata macchina semiotica capace di trasfigurare ciò che, in altro contesto, sarebbe rifiutato. Resine irritanti, secrezioni animali, sostanze grezze diventano materia nobile grazie alla parola che le nomina e alla storia che le avvolge. Il linguaggio è lo strumento essenziale di questa trasmutazione: una lingua fragile, evocativa, barocca, che opera come un vero dispositivo alchemico.
In questo senso, il profumo ha una parentela profonda con il mondo magico. Entrambi condividono la natura dell’invisibile efficace: ciò che non si vede ma produce effetti concreti. Non stupisce che molte tradizioni esoteriche abbiano attribuito potere ai nomi: nella cultura egizia, ebraica, greco-romana, africana o cabalistica, conoscere il “vero nome” significava dominare l’essenza di un essere o di una sostanza. Il gesto linguistico non era un’etichetta, ma un atto performativo: la parola faceva essere ciò che pronunciava.
Non è un caso che alcune etimologie attribuite ad abracadabra rimandino all’aramaico avra kehdabra, “creerò mentre parlo”: un’espressione che sintetizza perfettamente la logica creatrice del linguaggio magico. La profumeria si muove nella stessa direzione. I nomi delle fragranze non descrivono: evocano, predispongono, aprono spazi immaginari. Ogni nome è una soglia: incide sulla percezione e, in qualche modo, la determina. Quando Lancôme lancia Hypnôse nel 2005, ciò che promette non è una piramide olfattiva, pur presente e raffinata, ma uno stato alterato di coscienza. Il profumo diventa un medium sensoriale che sospende il reale e immerge nel liminale, nel quasi-onirico. Magie Noire, introdotto nel 1978, esplicita ancora di più questa struttura simbolica: non solo un bouquet complesso e ricco, ma un immaginario stregonesco, ambiguo, seduttivo.
Allo stesso modo, Spellbound di Estée Lauder, creato da Sophia Grojsman nel 1991, promette un incantamento: un’attrazione tanto potente quanto inevitabile. Le sue note fruttate e fiorite aprono a un universo sensoriale in cui la seduzione ha la forma stessa della malia. Mentre Incanto di Salvatore Ferragamo evoca fin dal nome un altrove fiabesco, un territorio in cui l’identità si dissolve e si ricompone attraverso immagini sensoriali. Incanto Shine porta questa logica ancora più lontano: una fragranza solare, fluttuante, che funziona come una formula performativa capace di riscrivere i codici culturali del desiderio olfattivo in un’epoca dominata dalla ricerca di luminosità interiore.
Questi esempi mostrano come la retorica olfattiva contemporanea non abbia fatto altro che ereditare – e riformulare – una tradizione molto più lunga. Millenni fa, in Egitto, i profumi erano parte dei rituali di passaggio, delle pratiche religiose, delle preparazioni funebri, delle invocazioni agli dèi. L’odore non era un semplice accessorio: era un ponte tra il mondo umano e quello soprannaturale, una presenza immateriale capace di attraversare la soglia tra visibile e invisibile. Non sorprende che la profumeria moderna continui a guardare all’Egitto come alla sua patria simbolica.
Nel 2024, Chloé lancia Nomade Nuit d’Égypte, una fragranza pensata come un ritorno alle origini: un viaggio sensoriale alle soglie della profumeria antica, ispirato alla terra natale della fondatrice Gaby Aghion. In essa si intrecciano memoria, radici, ritualità: il profumo come racconto di sé e, allo stesso tempo, come traccia dell’immemoriale. Una conferma che ogni gesto olfattivo è anche un gesto simbolico, capace di riattivare ciò che è lontano, di rendere presente l’assenza.
Il profumo, come la magia, vive in questo spazio liminale: una soglia tra ciò che appare e ciò che opera, tra materia e spirito, tra memoria e desiderio. È la prova sensoriale che l’invisibile può essere potentissimo. È un incantesimo quotidiano che abita il nostro corpo e, nello stesso istante, lo trascende.
In fondo, ogni profumo racconta una storia: non solo la nostra, ma quella di un’umanità che, nelle fragranze, continua a cercare un modo per dare forma all’invisibile. E forse è proprio questa la sua magia più grande.

