Nel mondo della magia ci sono gli apprendisti stregoni. Ma anche nel mare delle monete oggi c’è un vento, il cui soffio arriva dagli Stati Uniti, che agli apprendisti stregoni fa pensare: le cripto monete. Se le conseguenze per l’economia mondiale sono tutte da scoprire, l’unica certezza è che a guadagnarci sarà la lobby trumpiana che le cripto monete ha promosso e che, alla fine, sta facendo legalizzare.
Il punto di partenza non può che essere il corposo documento che la Casa Bianca ha dedicato al ruolo interpretato dagli Stati Uniti per ottenere la leadership nell’economia finanziaria digitale, focalizzando l’attenzione sulle monete cosiddette stabili (stable coins). Il documento descrive le magnifiche sorti e progressive di quella che viene definita una straordinaria innovazione, basata su una doppia promessa: data una tecnologia che promette di essere sempre più efficiente – ma che oggi non lo è – l’utilizzatore di una cripto moneta potrà essere sempre sicuro di poterla trasformare in una moneta tradizionale, perché il soggetto privato che la emette promette di avere sempre riserve sufficienti per rispettare tale promessa di trasformazione. E’ una mossa che si inquadra in una più generale strategia del presidente Trump di deregolamentazione finanziaria, che lo ha caratterizzato fin dal suo primo mandato.
Ma, negli stessi giorni in cui il documento statunitense veniva pubblicato, la presidente della BCE Christine Lagarde ha giustamente osservato che, dal punto di vista dei rischi macroeconomici, le cripto monete non sono niente di nuovo sotto il sole: esse sono infatti caratterizzate un tradizionalissimo rischio di liquidità, che emerge quando chi le emette non è in grado di rispettare la promessa di trasformazione. A meno che l’ammontare delle riserve in moneta tradizionale non sia esattamente uguale alle passività cripto emesse.
Il documento trumpiano esclude però che le riserve siano tutte in dollari, altrimenti (questo però non c’è scritto…)guadagnarci diventa complicato. Quindi i privati che emettono cripto monete creeranno dollari privati, il cui ammontare sarà tanto più alto quanto minori sono le riserve in dollari tradizionali, cioè attività presso la FED.
Il documento della Casa Bianca non si ferma qui: l’obiettivo non è solo quello di rendere le monete cripto dominanti sul mercato statunitense, ma anche negli scambi internazionali. Il ragionamento si basa sull’attuale dominanza del dollaro. Il biglietto verde, a livello mondiale, è usato nel 54% degli scambi commerciali, nel 59% delle transazioni finanziarie, e nel 88% delle transazioni valutarie, mentre il PIL statunitense è ormai solo il 26% del prodotto interno mondiale. E’ quello che viene chiamato il “privilegio esorbitante” del dollaro.
In che cosa consiste? Ogni qualvolta che una attività espressa in dollari appartiene ad un cittadino, impresa, operatore bancario o finanziario non americano, siamo di fronte ad un euro-dollaro, o xeno-dollaro: è una passività statunitense, di cui direttamente o indirettamente risponde la FED, che però fa parte del reddito o della ricchezza di un soggetto straniero. Quanto più gli “stranieri” domandano dollari per le loro transazioni, tanto più gli Stati Uniti ci guadagnano: è il cosiddetto “signoraggio”, cioè la differenza tra il valore di produrre un dollaro – che tende a zero – e quello che con un dollaro si può comprare in termini di beni e servizi.
Dell’ eurodollaro si è iniziato a parlare fin dagli anni Sessanta. Nel corso dei decenni l’atteggiamento statunitense, riassunto dalla politica della FED, può essere descritto come quello di una “attenta indifferenza”. Traduzione: in tempi normali, cioè in assenza di rischi, la Fed ignora il fenomeno; ma è pronta a stampare dollari, quando l’instabilità, nata o anche solo amplificata nei mercati dell’eurodollaro, può come un boomerang riverberarsi sugli Stati Uniti.
La FED è intervenuta in questo modo per vicende legate agli eurodollari nel 1966, nel 1974, nel 1984, nel 1990, nel 1997, fino ad arrivare al 2023, dove il salvataggio della famigerata Silicon Valley Bank ha dovuto fare i conti con 866 milioni di dollari depositati alle Isole Cayman. E qui emerge come l’odierno progetto di internazionalizzazione delle cripto monete debba essere seguito con molta attenzione, soprattutto fuori dagli Stati Uniti. Noi inclusi. Perché da sempre il “privilegio esorbitante” del dollaro può creare danni micro e macroeconomici in Paesi che non sono gli Stati Uniti; e sono danni che certo non vengono coperti dall’azione della FED.
Il documento statunitense individua come obiettivo quello di far diventare dominanti le cripto monete private non solo negli scambi al dettaglio, ma anche in quelli all’ingrosso. Allo stesso tempo, ogni tentativo di creare una moneta pubblica digitale – cioè emessa dalla FED – deve essere stroncato sul nascere. Sono i privati a dover guadagnare dal “privilegio esorbitante”, non il pubblico.
E tra i privati, nessuno deve essere escluso, soprattutto se ha la fortuna di essere amico o parente di chi le leggi le scrive o le applica. Gli apprendisti stregoni sono al lavoro. Speriamo che non combinino gli stessi danni del Topolino Apprendista Mago, protagonista in un episodio del bellissimo Fantasia di Walt Disney.
Per saperne di più:
- Altman O.L., 1961, Foreign Markets for Dollars, Sterling, and Other Currencies, International Monetary Fund, Staff Papers, 8(3), 313-352.
- Klopstock F.H., 1968, The Euro-Dollar Market: Some Unresolved Issue, Princeton University, Department of Economics, Essays in International Finance, 65, March.
- McCauley R.N., 2024, The Offshore Dollar and US Policy, Federal Reserve Bank of Atlanta, Policy Hub, 2, May.
- Moholkar K., Kulkarni M., Gaikwad S., Basu S., 2025, Deregulation under Trump and Reregulation under Biden: Economic Costs and Benefits, SSRN, 5194800
- President’s Working Group on Digital Asset Markets, 2025, Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology, Washington D.C.
N.B.
Donato Masciandaro dal 1989 scrive sul Sole24Ore, dal 2017 settimanalmente con la rubrica Falchi e Colombe. Le idee qui espresse riprendono e sviluppano commenti ed analisi ivi pubblicate; inoltre, ed in ogni caso, non riflettono il ruolo che l’autore occupa stabilmente in istituzioni accademiche e temporaneamente in istituzioni pubbliche.
