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Alle radici della filosofia. L’origine del pensiero occidentale nel frammento di Anassimandro

Trovo sempre confortante consultare il dizionario etimologico perché la lingua italiana è un mistero che ogni volta mi lascia meravigliata; anche in questo caso sono andata a consultarlo alla voce “radice” e, all’inizio, avrei voluto appoggiarmi alla definizione di “monosillabo che contiene il significato d’una parola” e scrivere di quanto le parole siano ciò che conferisce ordine e senso a ogni cosa nel mondo, non è un caso che nel Genesi Dio crei tutto l’universo, compresa la luce, nominandolo.
Poi mi sono imbattuta in un altro rimando che, riferendosi all’origine sanscrita, attribuisce al termine radice il significato di “crescere, prosperare” e allora avrei scritto di come poter coniugare il senso di stabilità delle radici al senso di elevazione verso il cielo facendo riferimento alla filosofia di Nietzsche e al suo “Ecce homo”.
Le vicende quotidiane però arrivano a scompaginare i pensieri e a scompigliare le certezze e, per ragioni lavorative, mi sono ritrovata tra le mani un libro che non rileggevo da tempo, “Holzwege, sentieri interrotti” di Martin Heidegger, un saggio composto di più riflessioni nel quale il filosofo analizza, tra le altre cose, anche il detto attribuito ad Anassimandro che i più considerano l’origine della filosofia occidentale, la radice del pensiero greco e con esso del pensiero che ci ha cresciuti e nutriti interamente.
“Da dove gli enti hanno origine, lì hanno anche la loro dissoluzione, secondo necessità; essi pagano infatti a vicenda la pena e il riscatto dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.
Anassimandro è il secondo filosofo in cui tutti gli studenti si imbattono quando cominciano a studiare filosofia, pensatore della scuola di Mileto, discepolo del primo filosofo occidentale ovvero Talete, grande appassionato di stelle e di astronomia, non identifica l’archè, l’origine, dell’universo in un elemento fisico come l’acqua o l’aria ma in quello che lui chiama a-peiron, il senza limite, il senza confine. Il termine a-peiron è stato tradotto anche con il significato di “non attraversabile, inesauribile, indeterminato”. L’alfa iniziale è privativa e connota il termine in modo negativo, la radice del mondo non può essere nulla di esperibile con i sensi perché, a differenza delle cose sensibili, esso non è limitato da un confine che fa in modo che le cose del mondo occupino uno spazio, l’a-peiron è la legge che si impone alla terra perché essa possa essere ordinata, esso è al di fuori dello spazio ma è, soprattutto, al di fuori del tempo.
A questo punto però le cose si complicano perché non sembra chiaro come dal non definito nasca la realtà che, al contrario, è quanto di più de-lineato ci sia; qui ci affidiamo agli studiosi, Aristotele per primo, che ci raccontano di come questa sorta di nebulosa in cui tutto è confuso e impenetrabile sia soggetta a un movimento costante di contrazione ed espansione e di come questa pulsazione sia in grado di generare le prime coppie di contrari; essi escono dall’indeterminato ed entrano nel tempo trasformando il mondo nel grande teatro dello scontro tra gli opposti; Eraclito avrebbe detto in seguito, che “pòlemos (guerra) è padre di tutte le cose, di tutte le cose è il re”.
In tutta questa serie di serrati passaggi c’è un riferimento al tempo che diventa il paradigma dell’esistenza in tutte le sue forme, Kant lo avrebbe definito “la forma del senso interno che mi permette di cogliere le cose le une dopo le altre”: le cose mondane escono dall’a-peiron in cui il tempo non esiste, per entrare nella dimensione temporale, questa uscita è un atto di ingiustizia che i viventi pagano con la stessa moneta ovvero con la morte che, evidentemente, rappresenta un ritorno alla radice, a quella sorta di nebulosa iniziale in cui tutto il ciclo di contrazione ed espansione nonché di separazione dei contrari ricomincia. L’esistere dunque sarebbe un atto di ingiustizia, di prepotenza o, se vogliamo essere greci, di hybris, tracotanza; nessuna tracotanza rimane impunita però, ce lo raccontano i miti in modo chiarissimo, per cui Prometeo è condannato al supplizio della roccia e del fegato divorato, ce lo raccontano le tragedie per cui Edipo compie inconsapevolmente il suo destino e paga con la vista per la sua colpa. In questo racconto Anassimandro ci spiega l’ineluttabilità del destino che ha un solo modo per realizzarsi, ogni vita deve terminare e la morte si inserisce in quel disegno misterioso che ristabilisce la legge e la regola. Heidegger avrebbe dedicato molte pagine del suo “Essere e Tempo” all’ essere-per-la morte, inteso non come monito ad anticipare il momento della fine ma come paradigma di un’esistenza autentica scevra da “chiacchiere, curiosità ed equivoci”.
A questo punto il frammento di Anassimandro si configura, evidentemente, come la radice del pensiero greco e con esso di tutto il pensiero occidentale, tutto sembrerebbe essere una solida chiave interpretativa per la confusa esistenza dei viventi. Il condizionale però diventa obbligo quando arriva la filologia a complicare i fatti; Giovanni Semeraro ci parla di un equivoco durato ventitré secoli derivato da una sorta di tradimento nei confronti del significato originario della parola a-peiron, il termine infatti andrebbe tradotto come “polvere”, nella fattispecie “polvere di terra” riecheggiando quella tradizione biblica per cui l’uomo è polvere e in polvere tornerà.

Se errore di traduzione c’è davvero stato questo è da rintracciarsi già nell’antichità perché fin dai contemporanei di Anassimandro si rifletteva sul concetto di infinito e non di polveroso. Siccome la filosofia ci regala l’opportunità di esercitare il pensiero critico e libero allora io ho pensato di coniugare le due visioni e mi sono raccontata una storia diversa: l’a-peiron è davvero radice del pensiero occidentale, archè di tutte le cose che sono in quanto sono e che non sono in quanto non sono, l’a-peiron non è né solo indeterminato, né solo polvere di terra, esso è polvere sì ma di stelle, il teatro del mondo è fatto di stelle che scendono dalla perfezione celeste e si incarnano nello spazio e nel tempo per poi tornare a brillare e indicare ai viventi la strada da seguire per realizzare la propria esistenza pienamente; d’altra parte il de-siderio è ciò che muove il mondo e scrive la storia degli uomini e, tra i tanti significati della parola, ce n’è uno che rimanda alle stelle, de-sidera appunto, gli esseri viventi guardano le stelle per continuare il proprio cammino, sono radicati nella terra ma tendono al cielo, hanno radici nel fango umido e vitale ma anime protese verso l’infinito, come corde su cui muovono passi da poeti e funamboli.

 

 

 

Vanessa Iannone
(Insegnante)

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