android-chrome-512x512

uaderni de La Scaletta

Carezze d'acqua, di vento e di luce. Che importa il tempo, scuro o chiaro…

Contrabbandieri di bellezza

Tornare radice - il popolo romanì attraverso gli occhi di Josef Koudelka e Gianni Berengo Gardin

Siamo soliti ricercare le nostre radici, pur sapendo che si perdono in luoghi a cui non potremo forse arrivare mai. Esse affondano molto prima del ricordo: ci si deve accontentare dei racconti tramandati degli avi, delle tracce, degli oggetti sui mobili della vita familiare.
Dall’avvento della fotografia, questo strumento ha assolto principalmente il compito di assicurare l’esistenza di questi ricordi, dando prova di come le cose e le persone sono apparse nel corso della storia, raccontando e tenendo traccia di come quella persona fosse fatta, o quel luogo, per poter ricostruire la trama a cui appartengono.
Le radici, allora, hanno molto a che vedere con la memoria, e la memoria, come abbiamo visto nell’articolo precedente qui sui Quaderni, ha molto a che vedere con l’immagine. Abbiamo detto, infatti, che la fotografia, utilizzata per tenere testimonianza della storia – propria o altrui – racconta l’aspetto delle cose attraverso il tempo, della fisionomia dei volti, dei costumi, delle epoche. Le proprie radici, sebbene affondano là dove non se ne conserva il ricordo, in qualche modo si possono recuperare solo attraverso il ricordo. Sono famosi gli immensi e ingarbugliatissimi alberi genealogici delle famiglie nobili, alcuni addirittura comprendenti un arco temporale di secoli. E all’albero genealogico è sempre andata di pari passo l’usanza del ritratto, della memoria visiva, oltre che nominale, di una persona: emblema del carattere e dello spirito del soggetto, il dipinto o la scultura doveva mantenere saldo, nel tempo, il fatto che quell’uomo o quella donna fossero esistiti ricoprendo quel certo ruolo sociale, avendo quel tipo di aspetto e di portamento.
La fotografia, non appena messa a punto e diffusa la tecnica dagherrotipica a metà Ottocento, ha da subito espresso il suo massimo potenziale proprio in questa direzione, permettendo a una fascia della popolazione molto più ampia di conservare traccia di sé e della propria famiglia, in modo da non disperdere le radici di chi sarebbe venuto in futuro.
In questa breve disamina, ci si può accorgere di un aspetto particolare nel processo che ha portato la fotografia ad assolvere il ruolo di traccia della memoria: la volontà specifica, da parte dei soggetti, di ricordare o di essere ricordati. La memoria si fonda sul desiderio di conservarla, e così ogni radice umana che si è conservata si fonda bene o male su questo stesso desiderio. Eppure, alcune persone, popoli interi, crescono sul presupposto di non avere alcuna radice e, quindi, sul non sentire il desiderio di legare se stessi a un luogo, né tantomeno a un’immagine specifica.
Per questo motivo si può provare una sorta di cortocircuito pensando al particolare potere della fotografia di creare radici anche di qualcosa che per propria costituzione non ne getta mai. Si pensi, infatti, a come il tema dei romanì, o zingari, abbia attratto i nomi più illustri della fotografia europea, come Josef Koudelka e Gianni Berengo Gardin.
Fotografare – che bene o male vuol dire sempre registrare, e quindi fermare, il passaggio di qualcosa – e documentare un popolo nomade, senza terra e quindi in costante movimento, significa creare un contrasto inevitabile tra una realtà e la sua rappresentazione.
Quello che si genera è infatti una sorta di conflitto dialettico tra lo specifico di una certa dimensione umana e lo specifico di una certa iconografia. Da un lato, il lavoro di Berengo Gardin, del 1994[1], è sorto sotto un progetto dalle finalità sostanzialmente politiche, rivolte a riabilitare il popolo romà all’interno della città di Firenze. Koudelka, invece, inizia ad affrontare il tema della documentazione del popolo zingaro dell’est europeo già dai primi anni Sessanta[2], con un’attrazione viscerale nei confronti della gente nomade e in costante esilio. Così, trovare il racconto del popolo zingaro immobilizzato in una pagina è facile che dia la strana sensazione di vedere intrappolato uno spirito in una scatola. “Privi di scrittura e quindi di testi che trasmettano le loro tradizioni e la loro storia, essi stessi hanno contribuito a celare o a mitizzare le loro origini.” ricorda Bianca Maria La Penna nel testo che accompagna la pubblicazione del lavoro di Berengo Gardin, grazie alla quale possiamo intendere la sostanziale indifferenza di questo popolo nel tener traccia di sé, che sia scritta o visiva; di non sentirne il bisogno, né il desiderio. L’unico desiderio che si mette in moto, in questi lavori, è soltanto quello del fotografo, che di volta in volta acquisisce la fiducia necessaria per penetrare dentro le case, spesso fatiscenti e semi distrutte, e nei campi abitativi in cui la gente vive e passa i propri giorni. Addirittura dentro le spoglie camere ardenti in cui si compie l’ultimo saluto al defunto – sovente sono bambini o ragazzi – o nelle stanze da letto mentre le mamme allattano i figli. Tutte queste immagini, che in entrambi i lavori sottolineano la complessa vitalità di un popolo che sempre, in qualche modo, non riesce a non risultarci estraneo, sono le immobili testimonianze grazie alle quali il nostro occhio può trovare un varco per avvicinarsi. Un popolo che ama disperdersi, e disperdere ogni cosa di sé, tranne le tradizioni più antiche, come la musica, l’ammaestramento degli animali, l’abile lavorazione dei metalli.
Un popolo che non conosce l’epopea della tecnica su cui invece si è basata la trama della nostra cultura, e che solo grazie all’arte tecnica può essere documentato e portato agli occhi di chi non conosce. Come viene ricordato anche nel testo che accompagna il libro del lavoro di Koudelka edito da Contrasto[3], “quella [di essere fotografati] poteva essere l’unica volta in cui gli sarebbe mai capitato, fatta eccezione per le fotografie formato tessera dei documenti.” Di questa gente inafferrabile, quasi inconoscibile, ci viene consegnata la traccia che invece la nostra cultura tanto brama, rendendo anche loro parte di una storia che potrà essere narrata, e a cui qualcuno in futuro potrà dire di appartenervi.
E vengono alla mente le parole del poeta ungherese Miklós Radnόti:  ”Ero fiore, sono tornato radice”[4].
Parole che segnano con una linea veloce la parabola sottoscritta ai reportage fotografici che ci sono giunti e che abbiamo nominato, in cui lo spirito errante dei romà torna a noi dentro i muri sedentari dell’immagine, per sempre consultabili, almeno con lo sguardo.

Carola Allemandi
(Fotografa e autrice)
Gianni Berengo Gardin - 1994 - Campo Masini. La ricerca di acqua. Le affollate baracche.
Gianni Berengo Gardin: Campo Masini. La ricerca di acqua. Le affollate baracche. 1994

Continua a leggere

Jalal al Din Rumi
“Le cose più importanti nella vita delle persone sono i loro sogni e le loro speranze, ciò che hanno realizzato e pure quello che hanno perduto”
Sinisgalli e il “Labirinto” di Rocco Fontana a Matera
Biagio Russo
“I nostri sguardi, le nostre parole, restano il confine che di continuo cambia tra le cose andate e quelle che vengono”
David Yeadon
“L’arte che si sottrae al flusso perenne per divenire forma, è ciò che opponiamo alle tentazioni del caos”
Mario Merz
Edouard Des Femmes
“Tu che non sai e splendi di tanta poesia”
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Vittoria Natalia Abate
“Sovente è necessario alla vita, che l’arte intervenga a disciplinarla”
Su Innovazione e Piramidi
Valentina Scuccimarra
“Consegnare il giorno di oggi a quello di domani custodendo la memoria delle tempeste”
Ricordo di Luigi Einaudi a 150 dalla nascita
Tito Lucrezio Rizzo
“In essa è serbata ogni essenza e profumo, il sentore di canto e dolore, di vita e d’amore”
La Madonna di Alzano (Madonna della pera)
Edoardo Delle Donne
“La semplicità non è un obiettivo nell’arte”
Radici
Giorgio Cravero
“Un paese è una frase senza confini”
Il genio dell’orfana: Mary Shelley
Campi Teresa
“Ovunque ci sono stelle e azzurre profondità”
Radici antifasciste.
Laura Salvinelli
“Come un’esistenza tutta di madreperla che solamente di luce si nutra, ed eterna duri”
Il numero di Beatrice
Cristina Acucella
“Il tempo si misura in parole, in quelle che si dicono e in quelle che non si dicono”
Cummings, Edward Estlin
“Al fondo di ogni creazione c’è sempre la nobile illusione di salvare il mondo”
Identità senza mappe
Fabio Zanino, Annalisa Gallo
“La verità è spesso più vicina al silenzio che al rumore”
Alle radici della filosofia. L’origine del pensiero occidentale nel frammento di Anassimandro
Vanessa Iannone
“Il ricordo talvolta riporta ai sensi il nome di ogni cosa…”
Lelio, Miranda, o la fragranza dei trent’anni
Lelio Camassa
“Ogni essere genera mondi brevi che fuggono verso la libera prigione dell’universo”
Bitcoin: Dollaro Digitale o Tulipano Digitale?
Donato Masciandaro
“Perchè gli uomini creano opere d’arte? Per averle a disposizione quando la natura spegne loro la luce”
L’insidia delle radici. Politiche culturali nel laboratorio di Armento
Donato Faruolo
“Carezze d’acqua, di vento e di luce. Che importa il tempo, scuro o chiaro…”
Tornare radice – il popolo romanì attraverso gli occhi di Josef Koudelka e Gianni Berengo Gardin
Carola Allemandi
“Ancora sui rami del futuro, la speranza crede al fiore che avvampa”
Quando le “radici” danno vita a un mostro. Il KGB e la Russia di Putin
Nicolò Addario
“La memoria è più di un sussurro della polvere…”
οἴνωψ πόντος – Il mare color del vino
Nicola C. Salerno
“La poesia in quanto tale è elemento costitutivo della natura umana”
“Siamo figli delle stelle”: Dante e le radici della nostra anima.
Fjodor Montemurro
“La parola è un luogo, lo spazio che occupa nella realtà per stare al mondo”
Il voto per l’Europarlamento del 9 giugno e la crisi delle tradizioni politiche europee
Luciano Fasano
“Ogni forma di cultura viene arricchita dalle differenze, attraverso il tempo, attraverso la storia che si racconta”
Dalle radici dell’Italia a quelle dell’Europa
Tito Lucrezio Rizzo
“Immaginazione e connessione hanno reso l’uomo un essere speciale”
Le Fondamenta del Nostro Benessere
Cristofaro Capuano
“È nel cuore dell’istante che si trova l’improbabile”
Il tempo dell’inizio: la nascita del Circolo La Scaletta di Matera
Raffaello de Ruggieri
“Le parole non sono la fine del pensiero, ma l’inizio di esso”
“Sono le note, come uccelli che si sfiorano, che si inseguono salendo sempre più in alto, sino all’estasi…”
Less is more
Pier Francesco Forlenza
Un Annona ritrovato: I Sassi delle Tre Lune
Nicola C. Salerno