Evelyn De Morgan The love potion, 1903

Evelyn De Morgan: The love potion, 1903

Numero 18 - 2026

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Introduzione

Rubriche

La magia è un ponte
“Le cose più importanti nella vita delle persone sono i loro sogni e le loro speranze, ciò che hanno realizzato e pure quello che hanno perduto”
La magia di Bronzini
Biagio Russo
“In ogni viaggio si portano con sé radici d’albero e di fiori e un seme per piantare una speranza che germogli”
Il Melange (o della magia dei caffè viennesi)
Edward von Frauen
“L’arte che si sottrae al flusso perenne per divenire forma, è ciò che opponiamo alle tentazioni del caos”
Della natura di una fragranza (Il mondo creativo di un Profumiere d’eccellenza)
Lorenzo Villoresi
“Sovente è necessario alla vita, che l’arte intervenga a disciplinarla”
Metamorfosi del Prodigio: dall’artificio meccanico di Méliès all’onniscienza dell’algoritmo.
Valentina Scuccimarra
“Come un uccello di carta nel petto ad annunciare un sogno che veglia da sempre”
Il magico linguaggio del cinema
Antonio Petrocelli
“La semplicità non è un obiettivo nell’arte”
L’illusione consapevole
Giorgio Cravero
“In essa è serbata ogni essenza e profumo, il sentore di canto e dolore, di vita e d’amore”
Il giardino magico
Gabriella Sarra
“Un paese è una frase senza confini”
Ars Magica. Una storia in 20 oggetti
Marina Montesano
“Riflettere non come il vetro ma come il cristallo”
Magie profumate
Samuele Briatore
“Come un’esistenza tutta di madreperla che solamente di luce si nutra, ed eterna duri”
I fantasmi peggiori sono quelli che produciamo: riflessioni a margine degli incanti di Saron
Cristina Acucella
“Una parola d’amore è come un vento che separa due stagioni”
La magia delle parole di pace di Samantha e Katia
Antonella Giordano
“Il tempo si misura in parole, in quelle che si dicono e in quelle che non si dicono”
La magia è antica come l’uomo
Richard Cavendish
“Vento e terra dialogano in silenzio di incontri e di promesse”
Chi ha tempo non aspetti tempo
Raffaello De Ruggieri
“Al fondo di ogni creazione c’è sempre la nobile illusione di salvare il mondo”
Magia, la religione dell’immaginazione
Fabio Zanino, Annalisa Gallo, Fabio Gusella
“Illuminare, è questo ciò che fa la poesia”
I Manoscritti non bruciano
Tiziana D’Oppido
“La verità è spesso più vicina al silenzio che al rumore”
Le parole costruiscono i migliori mondi possibili “Il libro dell’inquietudine”
Vanessa Iannone
“Il ricordo talvolta riporta ai sensi il nome di ogni cosa…”
La pasticceria: una magia che unisce le persone
“Ogni essere genera mondi brevi che fuggono verso la libera prigione dell’universo”
Monete, attenzione agli apprendisti maghi
Donato Masciandaro
“Perchè gli uomini creano opere d’arte? Per averle a disposizione quando la natura spegne loro la luce”
In un mondo trasparente ho dipinto la pioggia…
Federico Piccari
“Essere rugiada e luce al cospetto di una gemma”
Le parole vive di Agostino e della filosofia medievale. Otto lezioni di filosofia dalle Romanae Disputationes
Paola Muller
“La poesia in quanto tale è elemento costitutivo della natura umana”
Dante poeta e profeta: la magia che diventa poesia
Fjodor Montemurro
“Immaginazione e connessione hanno reso l’uomo un essere speciale”
L’eterna ricerca di sicurezza: il bisogno umano di prevedere l’imprevedibile tra magia e finanza
Cristofaro Capuano
“È nel cuore dell’istante che si trova l’improbabile”
Integrazione tra Monitor Multiparametrico e Cartella Clinica Informatizzata tramite Mirth Connect
Claudio Fevola
“Su quale capo il cielo pone la sua corona di stelle?”
Apnea
Mariarita Faruolo
“Le parole non sono la fine del pensiero, ma l’inizio di esso”
La Magia
“Sono le note, come uccelli che si sfiorano, che si inseguono salendo sempre più in alto, sino all’estasi…”
Un caffè con J.S.Bach
Edward von Frauen
Dal terrore alla narrazione: il caso Bataclan nel percorso generativo del senso
Mariarita Faruolo

“Troveremo sempre risposte parziali che ci lasceranno insoddisfatti e allora continueremo a cercare”

di Edoardo Delle Donne

Se si congiunge a una fonte di luce, l’occhio diviene esso stesso luce e di quella luce sfavilla, di quello splendore si fa glorioso. Un bagliore che infine acceca, fino a rendere visibile solo ciò che non si vede. Un tempo infinitamente lontano le galassie ultradeboli emettevano fotoni ionizzanti, trasformando l’idrogeno neutro in plasma ionizzato durante un processo noto come “reionizzazione cosmica“. Questo fenomeno segnò il momento in cui l’Universo divenne trasparente alla luce, permettendo ai primi raggi di brillare attraverso il vuoto spaziale. Dopo il Big Bang, l’universo era oblio e sconfinata nebbia di plasma ionizzato che isolava la luce. Solo grazie al raffreddamento avvenuto circa 300.000 anni dopo, cominciarono a formarsi atomi di idrogeno neutro, e con essi le prime palpitanti stelle che assieme alle galassie nane, emettendo radiazioni in grado di reionizzare l’idrogeno, lasciarono trasparire la luce cosmica. Ad oltre un miliardo di anni dal Big Bang, l’Universo si era espanso e la reionizzazione completata, il buio e gli abissi erano infine dissipati.

Quando l’anima si sviluppa, essa si forma a ritroso, attaccata alla punta del piede di un Cherubino o sotto le giovani piume verdi dell’ala.

Ascoltare le onde vittoriose del tuono nel labirinto vivente dell’orecchio , il fulmine che lascia nelle mani la crepa di una pietra, è già eco della luce, l’ombra delle parole, non il loro splendore. Quel che ci turba in maniera così misteriosa dinanzi alla bellezza è che essa, in qualche modo ci dispensa dal sopravvivere. L’istante si pietrifica, poiché la bellezza non si concede all’effimero. Goccia a goccia dagli acini della vigna feconda, tra l’algebra dei nidi, e la geometria dei ragni, beve il tempo celeste. Qualcosa è stato messo in musica, come l’adagio della Sinfonia n°2 di Sergei Rachmaninov (Rachmaninoff: Symphony No. 2 in E Minor, Op. 27: III. Adagio), qualcosa nel cuore della peonia bianca o tra le ultime reliquie a Roncisvalle. Qualcosa nei sonetti di Compiuta Donzella, o nel bunjinga di Ema Saikō [1]. E nel canto di un usignolo che lava il rosa del cielo.

A tutto ciò che è impossibile si apre il cuore

Per l’artista la tecnica è alchemica, il gesto artistico (in virtù di ciò che evoca in chi osserva, legge, pratica) è magia. E’ intendere dell’immaginazione, il suo incanto non come surrogato della vita ma come ebbrezza del concreto, potenzialità di sublimare il reale riconoscendone l’inconsistenza e la fragilità. L’arte è sostanzialmente potere cognitivo, originalità, splendore estetico (nulla a che vedere con la moda…). L’artista  ha il dovere di portare in sé la domanda, ma l’arte non è la descrizione del mondo, è un atto che si identifica con il respiro, vale a dire con quanto di più individuale, di più umano possa esistere, un sigillo di individualità apposto all’abisso del tempo. L’arte è libertà e destino , ostinazione di anni e distanze. Non imita la realtà, non è subordinata ad essa, e pur essendo indotta da quella (o meglio originata) è destinata a rimanere parallela ad essa, a non coincidere mai. È un cammino che parte dall’individuo e va incontro a un altro, all’altro, passato e futuro intrecciati in un unico risplendere. L’arte dunque, si configura come regola. E proprio in virtù della regola l’artista è il grande irregolare, inadempiente a ogni nomenclatura. Devoto all’invisibile, obbedisce all’estasi, al sogno degli Dei che non si ripete e non si condiziona. Egli è il luogo in cui le forze assolute del tempo tendono a riequilibrarsi, il fiume che unisce con le sue mani d’acqua le rive che separa. E’ l’essenziale incrollabile.

“Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso le colossali figure del futuro e dell’antichità.” Friedrich Hölderlin, Iperione

È per mancanza di luce che evochiamo la luce, per mancanza di vivere che evochiamo la vita, è per mancanza di desiderio che evochiamo il desiderio. L’esistenza oggi, non può essere più concepita come uno stato o come un’identità definita, ma come un processo, un movimento di attraversamento continuo. Anche la storia non appare più come sfondo ordinato ma come un insieme di forze che attraversano l’uomo e ne modellano l’esperienza senza mai tuttavia stabilizzarla. La realtà diviene, non è qualcosa di finito o da oggettivare, da ridurre cioè e fissare per dominare, ma istante profondo in cui possiamo reciprocamente trasformarci, ricreare. A contare non è più l’approdo, ma il movimento stesso, il transitare. Il tempo continua a superarci, concedendosi solo in petali sparsi mentre matura la sua misura. So “…for once in my life/ Let me get what I want/ Lord knows, it would be the first time / Lord knows, it would be the first time” [2] Se la liturgia scialba ed opprimente di una politica incapace di provocare veri cambiamenti, se l’immateriale elettronico che ossessiona le nostre vite, ci lascia sospesi alle soglie delle sorgenti del sangue, possiamo ancora opporvi il vero linguaggio artistico come forma di critica radicale e irriducibile, come lotta senza quartiere alle convenzioni sociali e culturali.   [1] Ema Saikō ( Ōgaki, Prefettura di Gifu 1787 – 1861 ) poetessa e artista vissuta in Giappone nel periodo Edo (1615 – 1868). Eccelleva nel bunjinga, (la cosiddetta “pittura dei letterati”, sorta in Cina e mutuata poi dalla cultura nipponica) una particolare pittura calligrafica, consustanziale alla poesia. [2] Please, Please, Please, Let Me Get What I Want (2008 Remaster)
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