“Dicembre 1938
La mia campagna è silenzio, e vento.
Pedala, Jolanda, mi dico, usali, questi polpacci sottili. Ho voglia di infilarmi nel sentiero che porta alla vecchia casa. Schiaccio i freni della bicicletta e striscio i piedi per terra tra le ginestre selvagge. Un sasso finisce in una pozzanghera e onde simili ai miei scarabocchi sui fogli smuovono la nuvola grigia che ci fluttuava dentro, alzo lo sguardo e allungo le dita verso il cielo, mi piacerebbe poterla afferrare.
Tutto attorno a me dorme, la pigrizia dell’inverno si nasconde tra le zolle di terra, nei tumuli marroni come sangue rappreso, scorre nel disordine dei fiori svuotati dal gelo.”
Così inizia La pittrice di Tokyo.
Anni fa, mi è capitato di trovarmi davanti a una storia che apparteneva alla mia terra, mentre facevo una ricerca, ed è diventata un romanzo.
Gli ultimi quindici anni li ho passati a scoprire il mio amore per il Giappone, un luogo e una cultura che tanto mi hanno regalato, che mi hanno cambiato profondamente. Così, anche la mia scrittura sentiva il bisogno di poter parlare del Giappone e stavo scrivendo un libro ambientato da quelle parti. Nelle ricerche on line è balzato ai miei occhi un trafiletto che recitava pressapoco: ‘O’Tama Kiyohara, la giapponese che visse cinquantuno anni a Palermo’. Mi ha molto incuriosito e leggendo l’articolo mi sono resa conto di non sapere nulla di lei, né di ciò che aveva lasciato a Palermo, che era una sorta di ombra su questa città ammantata dalla dimenticanza.
Ho scoperto una donna e un’artista che ha saputo mescolare la sua essenza giapponese con il divenire palermitana, che ha dipinto per le famiglie più prestigiose di Palermo, che ha studiato arte europea senza mai perdere ciò che aveva imparato a Tokyo con le sperimentazioni ukiyo-e. Accanto a lei, sempre, lo scultore Vincenzo Ragusa conosciuto proprio in Giappone. Mi sono profondamente innamorata della loro vita e li ho studiati, ne ho capito il tempo, ho preso spunto dalle loro decisioni, ho sofferto con loro, ho gioito.
La pittrice di Tokyo, dunque, è un libro ancorato alla verità storica della Sicilia divisa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Era la storia perfetta per me, non solo perché ho amato sin da subito i protagonisti, ma perché mi dava anche la possibilità di creare un filo di congiunzione tra Palermo e Giappone.
Non volevo, però, scrivere un romanzo che fosse solo la pedissequa rappresentazione dei fatti, io volevo trovare un modo per far rivivere O’Tama e Vincenzo. Essendo artisti a tutto tondo, lei pittrice, lui scultore, e professore presso l’Accademia delle Belle arti di Tokyo, esistevano già dei saggi che esploravano il taglio del loro mestiere. Il mio profondo desiderio, invece, era portare alla luce l’amore, la passione, il rispetto, l’orgoglio, il legame che li univa, volevo dar sfogo alle forti sensazioni che mi aveva suscitato conoscere chi erano stati.
Mentre pensavo a come fare, ho chiuso gli occhi e si è palesata nella mia mente una ragazza che sfrecciava in bicicletta su una strada di campagna. È arrivata Jolanda Ajello, la protagonista del libro ed è stata lei, la sua storia, la sua curiosità, a darmi la possibilità di far rivivere O’Tama e Vincenzo. Il libro, infatti, ha due voci, quella di O’Tama, che racconta alcuni eventi importanti della sua vita, e quella di Jolanda, che vive il suo momento rivoluzionario personale nella Palermo degli anni Trenta.
Jolanda è una ragazza che vuole eliminare gli stereotipi e i limiti imposti dalle tradizioni familiari e culturali. Si trova a dover fare i conti con luoghi di lavoro in cui gli uomini sperimentano vantaggi e le donne svantaggi, una famiglia che la vuole ‘maritata’ con il figlio di un banchiere, un amore che la sfiora e l’irrefrenabile voglia di fuggire.
La pittrice di Tokyo è anche la scoperta di due luoghi lontani migliaia di chilometri, la Sicilia e il Giappone, che per certi versi mi sono sembrati molto simili. Simili quando li guardavo e li vedevo isole, quando notavo quanto fossero pregnanti le tradizioni, forti i valori. La condizione della donna non saprei dire dove fosse peggiore, ma ho usato il metro della libertà per capire come costruire alcuni personaggi femminili attorno a Jolanda e O’Tama e ho scoperto somiglianze anche in questo caso fatte di passi indietro, spalle da guardare che fossero quelle del padre, del fratello o del marito. Una condizione che ho voluto scardinare parlando del coraggio delle due protagoniste.
Ma il romanzo è un’ode a un sentimento particolare, la paura. Perché ho immaginato non solo il coraggio delle due donne, ma quell’attimo prima, quella paura che scoperchia disagi e lacrime, che arroventa il petto, proprio quelle sensazioni che poi ti fanno fare una scelta; che sia giusta o sbagliata si saprà dopo, dopo aver vissuto.
Ricordo sempre ai miei lettori, durante le presentazioni, che se si osserva davvero la vita di O’Tama si trova tanta bellezza ed è proprio questo concetto che in me è cambiato grazie a lei. La bellezza ha perso il solo riferimento all’estetica ed è diventata un parametro in cui gravitano, il coraggio, l’umore, la gentilezza, la pervicacia, i propri limiti e la capacità di stare nel mondo.
È strano come osservare il patrimonio di un’artista come lei mi abbia portato a rivalutare la vita in generale, a modificare il mio punto di vista, a cercare ogni giorno di migliorarlo.
Immaginate quanta paura deve avere avuto una ragazza del Giappone di fine Ottocento nel prendere la decisione di lasciare il suo Paese e venire in Sicilia dove tutto era diverso, dalla scrittura, alla lingua, al modo di vivere fino al vestiario. Immaginate come deve essere stato abbandonare il proprio porto per attraversare un mare che l’avrebbe portata dall’altra parte del mondo. Quanta paura?
Eppure O’Tama è stata sempre consapevole e decisa, non ha fatto un passo indietro, ha affrontato il destino che ha scelto e non ha avuto timore di cambiarlo, e anche quando a Palermo le cose non sono diventate facili, è rimasta sempre al fianco di Vincenzo, anzi sono sempre stati l’uno accanto all’altra. È questa la loro forza, ed è la forza del romanzo: la bellezza della loro storia artistica e d’amore. Nessuno dei due ha mai mollato l’altro, si sono amati e rispettati fino alla fine senza mai tradire chi fossero, senza indugi, rimanendo liberi di essere artisti. Il loro legame non è stato mai una fossa o una catena, questo mescolato alla storia della giovane fotoreporter Jolanda Ajello apre uno scenario meraviglioso, fatto di forza d’animo, occhi curiosi sul mondo, e rivincite.
C’è una frase nel libro che è diventata il mio mantra, e poi ho scoperto nel tempo anche di molti lettori e lettrici: Innamorati di ogni cosa con lentezza.
Un monito per tutti, una speranza aperta, perché la lentezza smetta di essere un vincolo e torni ad essere un valore.



