Non oppressi dal Fato, gli Dèi sono ancora qui, sulla terra, ma occorre saperli riconoscere.
Una scintilla si unisce all’impercettibile e comincia a bruciare di nascosto. Solo il vento ha il sentimento sufficiente per illuminare i fiori, piccole torce luminose che riempiono il tempo. Se un architetto obbedisce alla ragione, un albero non obbedirà mai all’architetto.
Pur conoscendo la notte, non sempre la mano di un uomo arriverà a tracciare un alfabeto di luce, poiché il richiamo dell’eterno può giungere solo all’intelletto che lo ascolti, ad un illuminato.
L’ Angelicus pictor (Giovanni da Fiesole, 1395 circa – 1455) leggeva con i suoi occhi dentro l’invisibile. Tutta la sua anima era un grido e tutto il divino scintillava nel Beato Angelico, che pitturava la propria cella per la felicità di Dio. Considerava la sapienza delle ali, la pace nei petali e la loro ascesa feroce verso il sole. Cercare e trovare Dio era in lui un unico, identico movimento.
Neppure alle Sirene è dato coprire il canto dei Poeti.
La caducità è la lama con cui lo spirito del tempo supera se stesso. La vita non ci appartiene per durare, ma per trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di sfumare nell’implacabile respiro dell’universo. Occorre imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita, poiché è proprio lì, tra spirali di cenere e vetrate di vento, che l’anima comprende la misura del mondo. Sul punto di svanire tutte le cose mostrano la fragilità e la magnificenza del loro essere.
Tra i poeti antichi e quelli attuali vi è una sottile continuità di temi e di forme, qualcosa che si è inabissato per secoli ma che ha continuato a scorrere clandestinamente senza mai perire, approdando alla lirica contemporanea dove la poesia pone tutti i problemi, senza altra soluzione che la poesia stessa.
La nascita di una poesia è un assedio, e la struttura ontologica del poetare deve imporsi come fonte suprema di bellezza virtuosa e vittoriosa. L’estasi del poeta è la sola e necessaria mediazione in grado di ricollegare la frammentazione del nostro spazio-tempo e liberare le parole della modernità dalla loro muta opacità.
Il poeta è ancora il vero pioniere del futuro, la sonda scagliata tra le architetture della storia; la poesia, l’unico argine spirituale al tentativo di annientare le armonie del mondo di cui è responsabile in massima parte il potere politico con le sue rigide sovrastrutture, la comica idolatria della certezza e una distopica e informe visione del reale, volontariamente portata a mistificare quella del futuro.
John Keats, archetipo del genio romantico, pose a riferimento creativo di tutta la sua poesia, la Negative Capability, la capacità negativa: “ … e cioè quando un uomo è capace di stare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione (…) perché incapace di rimanere appagato da una mezza conoscenza.”
Tutti noi esistiamo, in ogni istante, in un infinito numero di luoghi.
Il fenomeno della Fisica conosciuto come Entanglement (termine coniato da Erwin Schrödinger nel 1935) stabilisce che due particelle sono in grado di influenzarsi a vicenda, nell’immediato, ovunque si trovino, anche a distanze siderali.
Tra la primavera e l’autunno del 1819 Giacomo Leopardi scrive nella sua Recanati, L’infinito. Nel maggio del 1819 a Wentworth Place (oggi noto come Keats House ), la casa a Hampstead, un quartiere a nord di Londra, John Keats scrive l’ Ode su un’urna greca.
Nel labirintico e secolare cuore di Napoli a distanza di poche centinaia di metri tra loro (come in uno stimmung senza tempo!), si trovano il convento di San Domenico[1], dove si formarono o insegnarono Tommaso d’Aquino, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, le varie e anguste abitazioni in cui dimorò Giambattista Vico, padre dello storicismo moderno e Palazzo Filomarino[2] , dove soggiornò dal 1911 e sino alla sua morte Benedetto Croce, e nelle cui stanze, secoli addietro, proprio il Vico aveva impartito lezioni private al giovane Principe Giambattista Filomarino.
Un astro collassa perché ha esaurito sé stesso e torna al suo nucleo originario
Il concetto di avanguardia è rivoluzionario e conservatore allo stesso tempo. Per innovare davvero, un’ avanguardia deve saper preservare. Anche nella conservazione e diffusione di un’eredità culturale e nel concetto di tradizione si pongono le premesse per rigenerare quella tradizione stessa e scuoterla dalle fondamenta.
La rottura effettuata dal Dadaismo (brevissima e folgorante parabola artistica, durata, in senso stretto solamente sette anni) sul piano della comunicazione logica come delle forme espressive, il suo avere sovvertito alle radici ogni nozione convenuta del bello e del buono, il suo stravolgimento di ogni grammatica canonizzata, diverranno uno dei grandi modelli formativi di tutte le avanguardie a venire.
Il rischio è l’esigenza essenziale dell’anima. Decostruire per costruire era il rischio che i dadaisti avevano accettato di affrontare.
L’ombra del sacro non aleggia più tra la ruggine dei muri
L’arte inizia e ha fine nella bellezza. Se è decifrabile nel modo più elementare non è più arte. La vera arte trasfigura le forme, conferisce valore assoluto a ciò che è unico, all’attimo che cambia di continuo. L’arte è realtà, la più grande realtà possibile poiché è l’unica che percepisce la reale coscienza dell’infinito, la compiuta potenza dell’immagine.
I rampicanti non scelgono il cielo per la piacevolezza della luce, piuttosto per violare i confini ed assaggiare un’acqua di cometa. Per innalzarsi e rifluire in un’eco remota dell’armonia non terrena, impossibile da contenere solo in se stessi.