Sono passati quasi tremila anni, eppure Ulisse continua a solcare l’immaginario collettivo.
Il mare è cambiato, gli orizzonti si sono moltiplicati; la forza fascinatrice del mito, invece, resta intatta. Attraversa i secoli, cambia forma, conquista nuovi linguaggi e continua a interrogarci con la stessa, vertiginosa potenza. A restituire corpo e materia a uno dei racconti fondativi della cultura occidentale è stato Christopher Nolan che, con The Odyssey, uscito nelle sale nel luglio 2026, lo ha trasformato nuovamente in un fenomeno globale.
Un ritorno celebrato anche dal pubblico: in meno di due mesi, il film ha superato 1,55 miliardi di dollari di incassi nel mondo.
Eppure, dietro i numeri del botteghino, accade qualcosa di più interessante. A tornare non è soltanto Ulisse: è il mito stesso che riprende il viaggio, trovando nuove rotte attraverso i linguaggi del nostro tempo. Dal cinema ai videogame, dalla realtà virtuale agli ambienti immersivi, fino alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, l’Odissea continua a cambiare forma senza smarrire la propria essenza. Come se quel racconto antichissimo possedesse una naturale vocazione a essere riscritto, attraversato, abitato.
Perché un mito non sopravvive rimanendo immobile. Sopravvive continuando a essere tradotto.
Ulisse, infatti, custodisce qualcosa che appartiene a ogni tempo: l’inquietudine di spingersi oltre il confine del conosciuto. Il desiderio di vedere cosa esiste oltre l’orizzonte e, soprattutto, di dare un significato a ciò che si incontra. Ogni epoca ha così reinventato Ulisse e, attraverso di lui, ha finito per raccontare sé stessa. Perché il suo non è soltanto il viaggio di un uomo che cerca la strada verso Itaca. È il viaggio di chi entra nell’ignoto senza possederne la mappa e deve continuamente imparare a leggerlo.
La sua forza non è quella di Achille. Non nasce dalla potenza, ma dall’intelligenza dello sguardo: dalla capacità di riconoscere i segni, decifrare le ambiguità, intuire ciò che si nasconde dietro le apparenze e cambiare strategia quando il mondo cambia davanti a lui. Ulisse non domina l’ignoto: lo attraversa, lo interpreta e, attraversandolo, si trasforma.
Ulisse sopravvive perché decifra il mondo e, contemporaneamente, costruisce rappresentazioni di sé. È re e mendicante, guerriero e naufrago, marito e straniero. Nasconde la propria identità, ne assume altre, racconta storie. L’episodio di Polifemo ne offre forse l’esempio più celebre.
Quando Ulisse sceglie di chiamarsi “Nessuno”, non modifica la realtà materiale, ma il codice attraverso cui quella realtà sarà comunicata. Quando il Ciclope accecato grida che “Nessuno” lo sta aggredendo, il linguaggio genera un cortocircuito tra esperienza e interpretazione. In termini contemporanei, potremmo quasi considerarlo un antico hackeraggio del linguaggio.
È la mètis: l’intelligenza mobile, adattiva, capace di orientarsi in situazioni mutevoli. Non consiste nel possedere tutte le informazioni, ma nel comprenderne il significato e utilizzarle nel momento opportuno.
Un poema sorprendentemente contemporaneo
Anche la struttura stessa dell’Odissea appare vicina alla sensibilità narrativa contemporanea. Il viaggio non procede lungo una linea perfettamente retta: il tempo si interrompe, ritorna su sé stesso, cambia prospettiva. I racconti si aprono dentro altri racconti, memoria e presente si sovrappongono, identità vengono nascoste e rivelate. Ulisse diventa persino narratore delle proprie avventure, trasformando ciò che ha vissuto in racconto.
È un’architettura che oggi potremmo definire non lineare, quasi ipertestuale.
E poi ci sono i mondi: l’isola dei Lotofagi, la grotta di Polifemo, la dimora di Circe, il regno dei morti, le Sirene, Scilla e Cariddi, Calipso, ed infine Itaca. Ogni approdo possiede regole, creature, pericoli e prove differenti. Ogni esperienza modifica il protagonista.
Osservata attraverso la cultura digitale, questa struttura sembra anticipare alcune grammatiche del videogame: esplorazione, incontro, prova, errore, apprendimento, trasformazione, accesso a un nuovo ambiente. Il viaggio produce conoscenza perché mette continuamente in discussione l’identità di chi lo compie.
Nolan: ritrovare la materia nell’epoca della simulazione
È proprio nel rapporto tra realtà, rappresentazione e trasformazione che l’operazione cinematografica di Christopher Nolan assume un significato particolare. Per riportare sullo schermo il mito di Odisseo, il regista ha scelto di non usare effetti speciali ma di affidarsi fortemente alla materia: location reali, scenografie costruite, imbarcazioni portate in mare, effetti pratici, stunt e soluzioni fisiche. A mio avviso, non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma di una riflessione sul suo ruolo. La tecnologia non deve necessariamente sostituire il mondo trasformandolo integralmente in simulazione: può diventare uno strumento per intensificare la percezione del reale.
Ed emerge così un paradosso affascinante: proprio nell’epoca in cui possiamo generare digitalmente quasi qualsiasi immagine, Nolan sceglie di tornare alla materia per rappresentare il mito. Il punto non è quindi scegliere tra analogico e digitale, ma interrogarsi sul rapporto tra esperienza e simulazione. Una questione che, in fondo, è già profondamente omerica.
L’intero viaggio di Ulisse è costellato da realtà alternative seducenti. Il loto promette l’oblio, Circe trasforma gli uomini, le Sirene promettono una conoscenza irresistibile, Calipso offre persino l’immortalità. Ogni volta Ulisse deve scegliere se rimanere dentro un mondo capace di trattenerlo oppure continuare il viaggio verso la realtà imperfetta alla quale appartiene.
Da questa prospettiva, Itaca non è soltanto una destinazione geografica: è il principio di realtà dell’Odissea.
Quando il mito diventa uno spazio da abitare
Se Nolan percorre la strada della materialità, affidando alla presenza fisica di luoghi, corpi e oggetti la forza della rappresentazione, le tecnologie immersive sembrano muoversi in una direzione opposta ma complementare: trasformano il mito in uno spazio digitale da abitare, facendo della narrazione non più soltanto qualcosa da osservare, ma un ambiente nel quale entrare.
È il caso dell’attesissimo The Odyssey: The Immersive Journey, progetto di MAD – Madrid Artes Digitales che, dalla metà di settembre 2026, propone una rilettura dell’universo omerico attraverso teatro, realtà virtuale multisensoriale, ambienti interattivi, proiezioni a 360 gradi e installazioni olografiche. (info: madridartesdigitales.com)
È un passaggio particolarmente significativo nella lunghissima storia della trasmissione del mito. Per secoli abbiamo ascoltato Ulisse. Poi lo abbiamo letto, dipinto e scolpito; gli abbiamo dato corpo sulla scena teatrale e, con il cinema, lo abbiamo visto attraversare paesaggi e mondi immaginari sullo schermo. Le tecnologie immersive introducono oggi una possibilità ulteriore: entrare nello spazio della narrazione.
Il cambiamento non è soltanto tecnologico, ma culturale. Lo spettatore non rimane necessariamente davanti al racconto: viene simbolicamente collocato al suo interno.
Lo spazio narrativo acquista profondità, ci circonda e può reagire alla nostra presenza.
Il mito diventa qualcosa da attraversare anche con il corpo. Non assistiamo semplicemente alla prova dell’eroe: sperimentiamo l’illusione di condividerne lo spazio. Ed è proprio qui che l’immersività apre una questione più profonda: che cosa cambia quando una storia non viene più soltanto raccontata, ma diventa esperienza? La tecnologia non sostituisce il mito, ma ne modifica ancora una volta il linguaggio, trasformando l’immaginazione in presenza e la narrazione in ambiente.
Quando alla presenza si aggiunge la possibilità di agire, entriamo nel territorio del videogame. Un’esperienza come Assassin’s Creed Odyssey – il videogame di Ubisoft – pur non essendo una trasposizione diretta del poema omerico, ha mostrato quanto la Grecia antica possa trasformarsi in un universo digitalmente esplorabile. Il passaggio è decisivo: non siamo più soltanto spettatori.
Il giocatore attraversa il mondo, prende decisioni, affronta prove, scopre luoghi. Il digitale non si limita più a rappresentare uno spazio, ma costruisce le condizioni perché quello spazio possa essere esplorato.
Perdersi nell’epoca degli algoritmi
Rimane, infine, una contraddizione ancora più profonda. La nostra società tecnologica sembra costruita intorno alla progressiva eliminazione dell’incertezza. Il GPS ci impedisce di perderci.
Gli algoritmi suggeriscono cosa guardare, ascoltare e acquistare. I sistemi predittivi cercano di anticipare i nostri comportamenti. I motori di ricerca organizzano l’informazione e l’intelligenza artificiale produce risposte quasi istantanee. Ulisse, invece, è l’uomo che si perde. Non possiede una mappa capace di anticipare ogni pericolo, né un algoritmo che calcoli il percorso più efficiente verso Itaca. Deve interpretare l’imprevisto, sbagliare, attendere, modificare le proprie strategie. E proprio perdendosi riconosce.
Forse è qui che l’Odissea diventa ancora più necessaria nel nostro presente. Nell’epoca dell’ottimizzazione ci ricorda che non tutta l’esperienza umana segue il percorso più breve e che alcune forme di conoscenza nascono precisamente dalla deviazione, dall’errore, dall’attesa e dall’incontro con ciò che non avevamo previsto. L’algoritmo cerca di portarci direttamente a destinazione. Ulisse ci ricorda che, talvolta, il significato è ciò che accade mentre cerchiamo la strada.
Forse è questa la vera tecnologia dell’Odissea: il racconto stesso, la straordinaria macchina simbolica attraverso cui, da millenni, gli esseri umani cercano di dare forma all’ignoto.
Ma ai tempi dell’intelligenza artificiale non possiamo che farci una domanda: dopo aver attraversato tutti i mondi possibili, sapremo ancora riconoscere la nostra Itaca?


