«Trova ciò che ami e lascia che ti uccida.»
Charles Bukowski
Le Sirene sono scomparse, o almeno così ci piace pensare. Nessuno, per quanto ne sappiamo, è mai tornato da una vacanza raccontando di averne incontrata una tra Capri e Positano, eppure continuiamo a imbatterci nel loro canto ogni giorno.
Le Sirene non abitano più sugli scogli ma, forse, su isole digitali che abbiamo creato: vivono nella nostra costante interconnessione, nelle nostre applicazioni, nei nostri telefoni. Sono in una notifica, in un banner pubblicitario, nel post che ci suggerisce un luogo «ancora incontaminato». Hanno dismesso il proprio aspetto tradizionale – corpo di uccello e volto di donna – per assumere una forma più sottile e insinuante: quella dell’algoritmo.
Forse è proprio questa la prima ironia della contemporaneità: continuiamo a schiantarci sugli scogli, ma con il GPS acceso, siamo sempre più sconnessi dalla realtà pur volendo restare sempre “connessi”. Abbiamo inventato strumenti sempre più sofisticati per non perderci e, al contempo, abbiamo moltiplicato le occasioni per abbandonare la rotta.
Ma proviamo a ribaltare per un momento il punto di vista: ci sentiamo smarriti perché sviati dalle Sirene o, piuttosto, abbiamo inventato le Sirene per giustificare il nostro smarrimento? Le Sirene “digitali” sono un incantesimo tecnologico di cui ci avvaliamo per non tornare a Itaca? E qual è, in fondo, la nostra Itaca? Forse è da qui che bisogna partire.
La metamorfosi delle Sirene: da mostri a brand
La Sirena, da sempre, rappresenta una figura di passaggio: tra aria e acqua, tra desiderio e pericolo, tra ciò che conosciamo e ciò che vorremmo conoscere. Nella mitologia greca le Sirene non erano ragazze bellissime con la coda di pesce: questa è una versione successiva, addomesticata, romantica, perfetta per una fiaba, una pubblicità o un film d’animazione. Le antiche Sirene erano una creatura ibrida, né completamente terrestri né completamente marine, appartenenti a due mondi e, proprio per questo, capaci di attraversarli.
La cultura popolare, nel corso del tempo, ha fatto alla Sirena quello che spesso facciamo al mistero: l’ha resa più vicina a noi, più semplice, più assimilabile. In fondo, Disney ha fatto alla mitologia ciò che Airbnb ha fatto all’esplorazione: l’ha resa instagrammabile.
La creatura mitologica ha smesso di essere ignota e pericolosa, diventando un brand familiare e, nel caso del logo di Starbucks, da “bere” insieme al cappuccino. La stessa sorte è spettata alla dea Atena con la marca Nike, al dio Ermes con il brand di profumi Hermès, al tridente di Nettuno che campeggia nel logo Maserati, alla Medusa di Versace, e così via.
La mitologia è diventata marketing, l’ignoto è diventato noto, consumabile.
Mostro per i Greci, creatura marina nel Medioevo, figura romantica nell’Ottocento, emoji nelle nostre chat. Ogni epoca prende la Sirena e la riflette attraverso il proprio desiderio: non esiste una sola sirena, ma esiste il modo in cui la vediamo, che cambia continuamente. La stessa figura può apparire minacciosa, erotica, materna, ironica, commerciale o queer a seconda dello sguardo che la attraversa. Forse le Sirene non sono mai cambiate. Siamo cambiati noi, con la nostra percezione.
La Sirena è una figura che da sempre ci attira in un caleidoscopio di visioni frammentate che rispecchiano i nostri desideri millenari. Un labirinto di specchi senza uscita.
La Sirena del XXI secolo: l’intelligenza artificiale
Nelle pagine dell’Odissea, le Sirene non chiedono a Ulisse di seguirle per amore, non gli promettono semplicemente una notte di piacere, ma gli offrono qualcosa di molto più pericoloso: sapere. Conoscono ciò che è stato e ciò che sarà, ed è proprio questo sapere che rende irresistibile il loro canto. Ulisse non è semplicemente un uomo sedotto da una donna, è un uomo in viaggio sedotto dalla possibilità di eliminare l’incertezza. E qui la storia diventa sorprendentemente contemporanea: cosa chiediamo oggi a Google, a Wikipedia, ai social, agli algoritmi e all’intelligenza artificiale? La stessa cosa: sapere. «Dimmi», è la nostra risposta al canto della Sirena: dimmi dove andare, cosa comprare, cosa vedere, cosa pensare.
La nuova sirena non ha capelli lunghi, coda di pesce e voce melodiosa. Ha una casella di testo, non vive sugli scogli, vive nel cloud. Non promette amore, ma risposte.
E questa è una seduzione molto più sofisticata, perché l’intelligenza artificiale può essere straordinariamente utile proprio perché ci risparmia fatica, tempo, incertezza, può aiutarci a cercare, confrontare, sintetizzare, immaginare. Ma proprio per questo può diventare seducente e, quando una risposta arriva sempre, il rischio è dimenticare il valore della domanda.
Dove è finita la spinta verso l’ignoto?
E, a proposito di domande, ce n’è una rimasta in sospeso: in un’epoca in cui sembra che tutto sia già stato visto, dov’è finita la spinta verso l’ignoto e l’inesplorato? È questa la vera scomparsa delle Sirene: non abbiamo smesso di navigare, abbiamo cessato di avere paura di ciò che non conosciamo. O, peggio, abbiamo trasformato l’ignoto in una destinazione turistica: ogni luogo ha una recensione, ogni panorama una fila di follower per fotografarlo, ogni ristorante una valutazione, ogni sentiero sperduto una traccia GPS.
Il problema non è solo l’usura del mondo, l’overtourism, ma il consumo del mistero, perché quando ogni luogo diventa accessibile, fotografabile e condivisibile, anche il mistero comincia a consumarsi. Non abbiamo soltanto consumato le risorse del pianeta, abbiamo eroso una parte del suo stupore.
Le Sirene oggi: perdersi per ritrovare Itaca?
Ulisse, mentre ordina ai suoi compagni di tapparsi le orecchie, non fa altrettanto per sé: non ignora le Sirene, vuole ascoltarne il canto. Vuole conoscere ciò che nessun altro conosce, ma sa anche che quella curiosità potrebbe ucciderlo. Per resistere al loro invito si fa legare, ordina ai suoi compagni di non liberarlo, anche quando li implorerà. Non elimina la tentazione della curiosità, ma la controlla. E questo forse è uno degli insegnamenti più contemporanei dell’Odissea: non dovremmo tapparci le orecchie davanti alle Sirene del nostro tempo, ma ascoltarle senza consegnare loro il timone. Aspettare prima di condividere, accettare di non sapere, lasciare uno spazio vuoto e annoiarci. E soprattutto, conservare la possibilità e la libertà di dire: «Non lo so».
Tracciare una nostra rotta consiste proprio in questo: nel domandarci che cosa ci sia là dove non abbiamo ancora guardato, nelle aree inesplorate della mappa. Perché finché esisterà qualcosa che non conosciamo, le Sirene avranno ancora un posto dove vivere.
E forse anche noi, nella capacità di interrogarci, ritroveremo la nostra Itaca.

