La partecipazione al Festival delle Arti 2026 [1] organizzato dal Circolo La Scaletta di Matera e curato da Edoardo Delle Donne, è stata l’occasione di un viaggio che si è tradotto in una vera, felice scoperta. Un soggiorno breve, che tuttavia è stato sufficiente a toccare l’anima e a suscitare diverse emozioni.
Innanzitutto la luce, l’aria, la bellezza. Arrivando in questa parte d’Italia ci si aspetta naturalmente un viaggio verso il sole. Il percorso in treno lungo la costa adriatica, sbirciando spiagge, pini marittimi, vigneti, olivi e insediamenti spesso stretti tra costa e ferrovia – tra i quali talvolta spiccano edifici che raccontano storie lontane – consente di percepire la lunghezza dell’Italia e il passaggio attraverso mondi diversi.
Una volta giunti a Bari, con un breve viaggio in macchina lasciamo la pianura densamente abitata e ci inoltriamo verso la Murgia: il paesaggio si fa a tratti più spoglio e i protagonisti diventano i campi assolati, gli olivi e naturalmente le pietre che formano macchie in lontananza, o marcano i poderi dove si ergono edifici addormentati, talvolta casali con portali o colonne a segnarne l’ingresso.
E la luce abbraccia questo paesaggio che sa di Grecia, di Sardegna, di Mediterraneo antico. Il cielo azzurro, terso, sovrasta un paesaggio di colori quasi violenti – l’oro dei campi, i grigi delle pietre e dei tronchi ritorti, il verde argenteo degli olivi e quello improvvisamente più scuro e profondo delle rare macchie boschive: e ancora il senape chiaro delle costruzioni in tufo, talvolta alternato al giallo, al bianco o al rosso pallido di intonaci cotti dal sole. Sono riarsi anche gli odori – per sentire quello della terra e della vegetazione bisognerebbe aspettare la sera. Ma ormai stiamo arrivando e all’inizio penso tra me e me che c’è qualcosa di strano, mi aspettavo che Matera fosse tra le montagne e invece la vedo da lontano, mentre ci avviciniamo veloci, non appena sorpassata Altamura.
E tuttavia mi sbaglio, la montagna c’è eccome, ma qui è diversa: non è un picco che si staglia, sono gravine. L’apparente profilo collinare svela, visto da vicino, profonde e aspre valli, quasi ferite della terra che sul fondo si fanno verdi di un flebile rigagnolo di acqua, sufficiente tuttavia a rendere vivi e scuri i cespugli e i pochi alberi che crescono sui fianchi sassosi. E non appena l’occhio si sofferma sulle rocce e si abitua al forte riflesso della luce, è possibile notare una miriade di cavità di varie dimensioni. Verrò a sapere solo più tardi che si tratta di antichi insediamenti umani, spesso chiese rupestri o eremitaggi, a volte poco più di edicole. Una miriade, di epoche diverse e non di rado adornate di affreschi per lo più rudimentali.
Nel frattempo siamo arrivati al Piano, la parte alta di Matera, con le sue grandi piazze e le strade lastricate di pietra, bianchissima sotto il sole cocente. E’ appena terminata la festa della Santa Patrona di Matera, la Madonna della Bruna, ma grandi costruzioni di luminarie effimere ancora dominano il corso e la piazza: quando si accendono, la sera, formano architetture di luci blu, rosa e verdi che paiono grandi castelli ricamati, sotto i quali passeggiano e chiacchierano le persone, mentre i ragazzini giocano, corrono o vanno in bicicletta. La mattina presto e la sera una brezza vivace rende l’aria perfetta per passeggiare, le vie sono animate, mentre di giorno il calore si fa violento, chi si avventura per le strade si protegge con un cappello, cercando l’ombra a fianco degli edifici più alti o delle splendide facciate delle chiese – ora sinuose, barocche e memori di influenze spagnole, ora medievali, adorne di rosoni incisi nel tufo e di portali con severi leoni ai piedi di ogni colonna.
La mattina dopo l’arrivo veniamo accolti dai nostri anfitrioni – Edoardo Delle Donne e Giuseppe “Peppino” Mitarotonda, appassionato ambasciatore della propria terra e ceramista di eccezione, che nei suoi dipinti racconta ormai da decenni la storia, i mestieri e la vita di Matera. E’ lui che ci fa strada verso uno dei gioielli nascosti della città, la Casa di José Ortega, approfittando della passeggiata per illustrare piccoli segreti e angoli nascosti. Percorriamo vicoli di pietra che salgono e scendono con gradini bassi e allungati – fino a pochi anni fa erano percorsi dagli asini, gli unici in grado di alleviare alle persone la fatica dei trasporti su percorsi così impervi. Anche oggi le strade percorribili in auto sono pochissime e non riescono ad addentrarsi nel cuore dell’abitato, per cui è frequente veder portare qualsiasi cosa a mano o al massimo con piccoli carrelli. Mentre andiamo alla Casa di Ortega ci passano accanto con passo veloce gli addetti di un catering, intenti a trasportare a mano tavoli, sedie e il necessario per allestire un piccolo ricevimento proprio tra le sale della dimora.
Ci accoglie una direttrice innamorata degli ambienti posti sotto la sua cura, ma siamo con Peppino, e tanto basta. Ortega è stato suo amico – un artista spagnolo con un forte senso di impegno politico e civile, che aveva trovato rifugio in questi luoghi dopo travagliate vicende in madrepatria. A Matera si era innamorato non solo del luogo remoto – che non per niente accoglie da secoli persone in fuga – ma anche di un’arte popolare e antica, la cartapesta, che qui è legata alla costruzione di un magnifico carro che ogni anno, per le celebrazioni della festa della Madonna della Bruna, viene inventato, pazientemente fabbricato, dipinto e poi inesorabilmente distrutto, perché anche solo un pezzetto diventa, per chi se ne appropria, un segno di buona fortuna per l’anno a venire.
Ortega è restato a Matera per alcuni anni e col tempo ha sviluppato un proprio linguaggio artistico, capace di coniugare l’uso della cartapesta con il calco in gesso, il bassorilievo e il colore, dando così vita a un gioco di pieni e di vuoti col quale esprimere emozioni decise.
E anche quando poi aveva deciso di costruire altrove – a Bosco, nel salernitano – una propria dimora, era rimasto molto legato alla casa dove aveva vissuto a Matera e alle persone del luogo, come Peppino, tanto da volerne fare un museo e da lasciarvi numerose opere. Quando la casa è divenuta museo, Peppino ha aggiunto alle opere di José Ortega la luce e i racconti delle sue ceramiche, decorando con sapienza alcune stanze: le volte di stelle dorate richiamano antiche atmosfere mediterranee e favolosi palazzi moreschi, i blu invetriati sono color del mare, le arti e mestieri materani sono raccontati con pennellate espressive. Traspare la condivisione di arte, ricerca e amicizia, che prende forma visibile, così che l’allestimento diventa anche evocazione e ricordo affettuoso.
Nell’aria tuttavia aleggia anche una delle contraddizioni di questo luogo. Mi dico che è strano, Matera ha visto passare personaggi importanti – penso a Pasolini e al più recente Mel Gibson, ma anche ad altri artisti, come Gio Pomodoro e i tanti famosi delle bellissime mostre organizzate con regolarità fino a qualche anno fa.
Eppure, è come se momenti di luce intensa e di eco internazionale venissero rapidamente coperti da un pesante mantello difficile da risollevare, quasi inghiottiti dall’oblio.
Mi domando perché: mi raccontano che l’associazione che ci ospita, il Circolo La Scaletta, nacque nel dopoguerra, proprio perché il gruppo di fondatori desiderava riscattare per sempre il destino di Matera, ingiustamente definita “vergogna d’Italia”, quasi che il degrado e la povertà di quegli anni difficili non fossero in alcun modo sanabili, superabili.
Erano seguiti poi decenni di intensa attività e di iniziative mirabili, a cominciare dall’importante opera di riscoperta, rivalutazione e catalogazione delle chiese rupestri, alcune delle quali – come il complesso di San Nicola dei Greci e Madonna delle Virtù – sono poi divenuti luoghi dove allestire regolarmente, per trenta anni circa , mostre di artisti del calibro di Pietro Consagra e Arturo Martini, Sebastian Matta, Kengiro Azuma e tanti altri, che avevano anche lasciato alla città alcune loro opere, oggi fulcro della collezione del museo di arte contemporanea. Un’attività che nel tempo ha generato un grande interesse per la città, portando a Matera un pubblico internazionale e rendendo possibile la nascita di gallerie d’arte e di attività legate al turismo.
Eppure… è come se questa spinta positiva non fosse riuscita a radicarsi appieno, ad entrare nelle pieghe più profonde della realtà del luogo. Tra le attività commerciali presenti in centro ci sono negozi di souvenir molto simili tra loro, molta ristorazione e alcuni negozi di abbigliamento: turismo e vita locale non paiono davvero integrati. Salta all’occhio ad esempio la mancanza di attività artigiane, anche di piccoli laboratori. E dove sono i giovani? Viene da pensare che occorrerebbe riuscire ad attrarli, ad aiutarli a vedere un futuro anche qui, ma naturalmente capire come, non è semplice. Lo stesso Peppino mi dice che suo figlio continua l’attività di ceramista, ma nel tempo non è nata poi, ad esempio, una scuola di ceramica.
Francesco Paolo Di Pede, oggi presidente de La Scaletta, mi accompagna il giorno successivo a fare un bellissimo giro a piedi. Con lui visito un laboratorio di incisione – proprio accanto alla sede de La Scaletta – lavori magnifici e collaborazioni internazionali, ma purtroppo nessun giovane “in bottega”. Facciamo una passeggiata percorrendo le strade di pietra bianca, ora in mezzo alle case, ora affacciati sulle gravine. Ci fermiamo da un bravo artigiano che intaglia sigilli per il pane – un tempo le famiglie riconoscevano così gli impasti cotti nel forno comune, tanto che gli chiedo di intagliare un sigillo con le iniziali di un caro amico fiorentino che di pane è un vero appassionato.
Entriamo poi in una galleria d’arte ormai importante, il cui proprietario mi dice che il lavoro, un tempo stagionale, è ormai positivamente esteso a tutto l’anno e infine scopriamo il Conservatorio, coinvolto con successo nel progetto che ci ha portati a partecipare al Festival delle Arti. Giovani compositori e giovani esecutori coordinati da una professoressa molto in gamba.
Sorrido e penso che davvero Matera deve riscoprirsi Sirena: deve attrarre con il suo canto, con la sua bellezza e poi però riuscire a trattenere chi ne rimane affascinato.
E i materani, così legati alla loro città, devono voler dare un forte impulso, cercare di creare opportunità nuove, coinvolgendo le generazioni più giovani. Sono loro che potrebbero avere la forza e l’energia necessarie ad arrivare ad una svolta duratura. In cambio, Matera, la Sirena, regala con generosità la propria bellezza e la possibilità di godere di un fascino antico, con un respiro contemporaneo da plasmare e reinventare.

